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A Salman non piace il culo di Trump

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Non pensava che avrebbe dovuto baciarmi il culo. Pensava che sarei stato un altro Presidente americano perdente, con un paese in declino. Ma ora deve essere gentile con me”. Ormai, neanche un bimbo avrebbe dubbi ad attribuire aDonald Trumpsimili finezze dialettiche, mentre forse sarebbe in difficoltà ad immaginare che siano state dirette a Mohamed Bin Salman, principe ereditario saudita, durante una conferenza internazionale a Miami, nel marzo scorso. Indubbiamente, allora il Tycoon non pensava minimamente che l’attacco all’Iran, che aveva da poco lanciato insieme al suo compare Netanyahu, si sarebbe risolto con scarsi risultati tattici ma, soprattutto, con un vero e proprio disastro a livello strategico, che sta costringendo Washington a pietire un accordo con Teheran, fingendo di ruggire.

Etra le molteplici umiliazioni che Trump sta subendo c’è anche quella del mancato bacio di Mohamed bin Salmanil quale, non solo non ha mostrato alcuna attrazione per il fondoschiena trumpiano, ma addirittura sembra voler mostragli il proprio, promuovendo un nuovo progetto di sicurezza e difesa per il suo Paese, che si affranca da una protezione americana, che si è rivelata fallimentare.

Al momento, su iniziativa saudita, si sta coagulando un accordo tra 4 Nazioni sunnite, di cui una con capacità nucleare e un’altra già Membro della NATO, che potrebbe costituire una svolta epocale negli equilibri della regione medio-orientale, con risvolti significativi sia per gli USA che per Israele.

Arabia Saudita, Pakistan, Turchia ed Egitto stanno infatti dando vita ad un inedito consesso di collaborazione e di mutua assistenza nel settore della difesa, denominato STEP (dalle iniziali dei 4 Paesi), che dovrebbe essere finalizzato a garantire una sufficiente difesa reciproca, un buon livello di deterrenza, un indispensabile controllo delle rotte commerciali ed energetiche e un’integrazione delle capacità militari. L’Arabia dispone dei capitali, che consentono molteplici forme d’investimento, compresa la ricerca dual use, la creazione di infrastrutture e l’acquisizione di assetti. Il Pakistan può rendere disponibile il proprio arsenale nucleare e un apparato militare consistente, esperto e collaudato in diversificati conflitti. La Turchia metterebbe in gioco la propria capacità industriale bellica, in continua espansione (purtroppo anche con acquisizioni in Italia), un’efficiente e ramificata struttura di Intelligence e, aspetto di grande rilievo, forze militari formatesi in ambito NATO, per cui dottrinalmente competenti ed assuefatte ad agire in contesti standardizzati, in termini sia operativi che logistici. Una capacità particolarmente preziosa per un’alleanza in fase di costituzione. E infine l’Egitto, che oltre a portar in dote il canale di Suez, renderebbe disponibile la massa delle proprie Forze armate.

E’ chiaro che non è stata solo la debacle difensiva americana nel Golfo Persico a catalizzare questa iniziativa araba, ma lo ha fatto anche la performance bellica iraniana che, pur subendo gravi perdite, sia istituzionali che materiali, ha però dimostrato al mondo di essere in grado di rispondere colpo su colpo agli attacchi congiunti del tandem Trump-Netanyahu, perché Teheran si era preparata da anni. E anche i negoziati in corso, in cui l’Iran, di fronte alle minacce distruttive del Tycoon, gli mostra le sue terga invitandolo al bacio (giusto per rimanere in tema), può essere il “la finale” per convincere il quartetto sunnita che, in Medio Oriente, a ridosso di punti tra i più strategici al mondo, esiste un “problema sciita” che deve essere se non contrastato, perlomeno controbilanciato,

La ciliegina al curaro su questa torta di per se già indigesta, ci pensa a metterla Israele, con la sua ormai palesata anarchia strategica, che non solo non risponde più ai comandi del joystick di Washington, ma pretende di imporre i comandi del proprio, per dettare tempi e modalità della policy israelo-americana nel Medio Oriente. E se gli USA, nonostante tutto, cercano di perseguire i propri obiettivi (vedi accordo con Iran), Tel Aviv sta dimostrando di non avere problemi a boicottarli senza pietà o timori reverenziali.

Un approccio quindi, da parte israeliana, assolutamente inedito che non rassicura di certo i Paesi arabi, che hanno anche visto Tel Aviv bombardare Doha, per uccidere l’emissario di Hamas che stava trattando il cessate il fuoco proprio con gli USA, senza che Washington sia riuscita ad impedirlo. Inoltre,l’Arabia Saudita dorme sonni ancor meno tranquilli al pensiero che Israele, unico Paese al mondo, ha recentemente riconosciuto ufficialmente il Somaliland, come stato autonomo ed ha anche avviato una collaborazione militare e di intelligence, che prevede la presenza in loco di propri assetti. E il Somaliland si affaccia proprio sul Golfo di Aden, di fronte allo Yemen e non distante dalle coste saudite e dal porto di Gedda.

L’eventuale intesa a quattro, troverebbe un concreto embrione nell’accordo già vigente tra Arabia Saudita e Pakistan che, al di la di ogni altro dettaglio, per presentarne la sostanza è sufficiente dire che prevede una sorta di “articolo 5 della NATO”, in cui si afferma che un’eventuale aggressione subita da uno dei due partner viene automaticamente considerata valida anche per l’altro. Un particolare non da niente, se si considera che, pur se nel trattato non viene specificato, ma neanche smentito,l’Arabia Saudita può godere dell’ombrello nucleare di Islamabad, che raccoglierebbe il testimone di quello americano, qualora Washington decidesse di abbandonare definitivamente Riyad.

Le diplomazie dei 4 Paesi stanno trattando e valutando, in attesa delle decisioni dei rispettivi vertici governativi che, probabilmente, pur se nell’ottica di un orientamento favorevole, stanno attendendo gli ulteriori sviluppi di questa esplosiva situazione medio-orientale, non tanto per decidere sull’adesione alla proposta saudita, quanto piuttosto su che taglio imporre a questa nuova alleanza.

Infatti, qualora si riuscisse a definire un accordo reale e duraturo tra Iran e USA, senza più sabotaggi da parte israeliana, allora si potrebbe pensare ad un’alleanza a 4 pronta e coordinata militarmente, ma orientata a svolgere un ruolo di equilibrio e di stabilizzazione della regione, interagendo nuovamente con gli USA, ancora presenti, ma non più in forma egemone, come sinora. La sua funzione sarebbe anche quella di contenere Israele, cercando di dissuaderlo dalle sue mire espansionistiche di controllo verso le aree strategiche del Golfo e del mar Rosso, mentre verso l’Iran potrebbe svolgere una forte azione di deterrenza militare, ma ricercando un compromesso per una coesistenza religiosamente non identitaria, che eviti la pericolosa contrapposizione tra Sciiti e Sunniti.

Peraltro, la caratterizzazione militare della STEP potrebbe indurre verso altri piani percettivi i principali attori regionali, nel senso che Israele potrebbe interpretare il blocco sunnita come una minaccia strategica, portandolo a reagire alla sua maniera “prima picchia e poi, forse, discuti”, mentre l’Iran potrebbe radicalizzare il confronto religioso.

Ma potrebbe rivelarsi anche un rischio intrinseco per questa nuova alleanza, in grado di minarne l’esistenza sin dall’inizio, che si identifica nelle eterne rivalità che, da sempre, hanno debilitato gli accordi tra Paesi islamici, facendoli sciogliere come neve al sole alle prime difficoltà. D’altra parte, le divergenze di vedute sui Movimento dei Fratelli Musulmani sono una realtà, così come la rivalità tra Egitto e Turchia in Libia, tutte scorie che potrebbero non essere superate tanto facilmente.

Comunque sia, già solo l’idea della nascita di un’aggregazione politico-militare sunnita, a cui potrebbero associarsi anche altre Nazioni, come ad esempio il Qatar, costituisce un ulteriore grande danno per gli USA derivante da questa scriteriata guerra che loro stessi hanno avviato.

Ma anche l’Europa dovrebbe rianimare la propria attenzione su questa nuova formazione, perché se dovesse implementarsi avrebbe dei riflessi anche sull’area Mediterranea, avendo la possibilità di gestire il controllo di quei quattro passaggi, Suez, Bosforo, Bad el-Mandeb (Mar Rosso) e Hormuz, che costituiscono gli interruttori del benessere del Vecchio Continente, soprattutto quello meridionale. C’é da temere però che, anche questa volta, l’Europa non saprà assumere alcuna iniziativa, per cui si troverà con i giochi fatti, costretta a subirne le eventuali conseguenze.

In ultimo, giusto per confermare cheil famoso bacio chiesto da Trump è andato verso altre direzioni, ai primi di giugno, l’Arabia Saudita ha firmato 13 accordi commerciali con la Russia, dal valore di più di un miliardo di dollari.

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