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Meloni cerca un nuovo orizzonte per la maggioranza. Schlein e Conte provano l’arrembaggio ma sono uniti “contro” il governo e senza una vera intesa sul dopo

La presidente del Consiglio si prepara ad affrontare un finale di legislatura convulso, divisa fra la difficoltà di tenere insieme alleati sempre più riottosi e la necessità di dare un orizzonte all’azione di governo. a mano a mano che si avvicina la stagione delle elezioni il centrodestra registrerà inevitabili divaricazioni fra partiti che hanno bisogno di riaffermare la propria identità e rendersi riconoscibili agli elettori. Diverso è il problema della sinistra: Schlein e Conte ostentano unitarietà nella forma ma restano distanze siderali sul programma

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Ilgoverno Melonie le opposizioni si avviano verso unfinale convulso di legislatura. Non sarebbe una novità poiché all’approssimarsi del voto ogni forza politica tende a rimarcare la propria identità, anche sul piano del programma, per rendersi riconoscibile al proprio elettorato.

Il fatto nuovo è che l’attuale maggioranza di centrodestra, per quattro anni avendo dato prova straordinaria di coesione sul piano politico,rischia di finire sugli scogliper le prove di forza a cui ha voluto sottoporre il paese. Dopo il referendum sulla giustizia malamente perso,Giorgia Meloniha puntato tutte le sue carte sullalegge elettoralee, in particolare, sul premio di maggioranza che si vorrebbe cospicuo, e sull’indicazione del premier.

La legge è stata approvata alla Camera, ma solo dopo un grave infortunio politico che ha visto il governo finire sotto proprio sull’emendamento più caro a Giorgia Meloni, quello che vorrebberipristinare le preferenze,anche se lascia il capolista bloccato.

Il provvedimento passa ora all’esame del Senato,ma le opposizioni, galvanizzate dal parziale successo alla Camera, confidano nelgiudizio negativoche potrebbe venire dalla Consulta sulpremio di maggioranzae sull’indicazione del premier, due aspetti che effettivamente presentano profili di dubbia costituzionalità.

A rendere più complicata una partita già difficile di suo, è stato l’arrivo sulla scena politica del movimento “nazional-futurista“ diRoberto Vannacci.Suo è stato l’emendamento presentato alla Camera per il ritorno alle preferenze, e il gruppo diFratelli d’Italiaha votato questo emendamento respinto invece dai deputati diLega e Forza Italia.

Come si diceva, la circostanza è stata derubricata dagli ottimisti a unincidente di percorso, ma è di tutta evidenza che si è trattato di unfatto politico sicuramente rilevante.Meloni ha visto  nell’episodio il disegno di chi vorrebbe tornare alla “palude“ di un governo tecnico. Il timore della presidente del consiglio ha validi motivi, che riguardano in particolare lo stato di fibrillazione in cui si trovano le due leadership diAntonio Tajanie diMatteo Salvini, sempre più in bilico nei loro partiti.

 È ovvio chenon prende in considerazione la prospettiva di un’alleanza elettorale con Roberto Vannacci.Troppo alto e imprevedibile sarebbe il prezzo da pagare nei rapporti con i due alleati attuali, e finirebbero al macero quattro anni di relazioni diplomatiche in Europa se accettasse un’intesa con chi al parlamento europeo siede sugli stessi banchi diAlternative fūr Deutschland,il gruppo para-nazista attorno al qualeFriedrich Merzha steso un cordone sanitario.

Il quadro politico non appare meglio definito se si guarda alla tumultuosa coalizione che sta nascendo sulla sinistra. Anche nelCampo largo.permane una superficie estesa di “non detto“, anche se sulla politica estera – e in particolare sull’Ucraina –Giuseppe Conteè molto esplicito nella sua posizione anti-Kyiv e anti-UE approfittando del silenzio imbarazzato diElly Schlein.

Tanto a sinistra, quanto a destra è un susseguirsi disfide più o meno dissimulateper guadagnare il più alto grado di visibilità in vista delle prossime elezioni politiche. La legge elettorale rimane, nelle intenzioni di Giorgia Meloni, l’atto decisivo per definire la distribuzione del potere secondo un criterio che vorrebbe abbinare la rappresentatività e nello stesso tempo la stabilità del futuro esecutivo.

Si tratta con ogni evidenza di unobiettivo difficile, ma essenziale da raggiungere per salvare il bilancio di una legislatura che si è rivelata avara di realizzazioni sul piano delle riforme. La legge elettorale si rivela, sotto questo aspetto, l’ultima occasione per Giorgia Meloni diriaffermare la propria leadership sul centro destra. Come osservava all’inizio degli anni ‘60 Giuseppe Maranini, la storia del potere in Italia è profondamente intrecciata alla storia dei sistemi elettorali.

In epoca crescente l’Italia ha cambiato bencinque volte il sistema elettorale,a partire dal “Mattarellum”, approvato nel1993e grazie al qualeSilvio Berlusconiottenne la sua prima fulminante Vittoria alle elezioni del 1994. Ora è stato un susseguirsi caotico di ritocchi alla legge elettorale, con variazioni più o meno ampie fra la quota proporzionale e quella maggioritaria, ogni volta soppesando con il bilancino le convenienze dei partiti temporaneamente al governo.

È interesse di Giorgia Meloni, ma più in generale del sistema politico, che la partita sulla legge elettorale non si risolva in unpasticcio di allodola e cavallo, riproponendo il caos all’indomani del voto. È da chiedersi se a questo punto non sia più utile per Giorgia Meloni tentare un’apertura incisiva e completa verso le opposizioni, così da liberarsi dei ricatti di Roberto manna alla destra e delle esitazioni dei suoi alleati. In questo modo potrebbe oltretutto caricare sulle spalle di Elly Schlein la responsabilità di avere un sistema elettorale funzionante e perché sia tale anche condiviso.

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