Donald Trump non può sottrarsi allo svolgimento delle elezioni di metà mandato (midterm) del prossimo 3 novembre, nonostante il rischio di perdere il controllo della Camera sia concreto. Ma il punto non è questo. Perché per condizionare il risultato di un’elezione non è necessario impedire agli elettori di entrare nei seggi: si può intervenire prima, modificando i collegi nei quali quei voti verranno conteggiati, irrigidendo le regole per registrarsi, cambiando le procedure del voto postale e combattendo davanti ai giudici su quali limiti possano essere imposti dagli Stati e dal governo federale.
- La Corte Suprema dà a Trump una prima vittoria sul voto postale
- Prima delle schede ci sono le mappe: Trump ci ha già provato
- Louisiana, il caso che può cambiare le regole in tutta l’America
- La sentenza che cambia il Voting Rights Act
- Vota Antonio, Vota Antonio: puoi votare, ma quanto vale davvero il tuo voto?
- Trump e il secondo fronte: “dimostra di essere americano”
- Trump ci ha già provato nel 2020, ma allora lo scontro arrivò dopo il voto
- La domanda delle domande: e se la battaglia di Trump continuasse anche dopo il voto del 3 novembre?
- Trump non può cancellare le elezioni di Midterm: una nuova partita è già cominciata
E non siamo più nel campo delle ipotesi:Trump ci ha già provato e continua a farlo.
Nel 2025 il Presidente ha spinto apertamente gli Stati controllati dai repubblicani a ridisegnare i collegi congressuali prima delle Midterm, rompendo con la consuetudine secondo cui le mappe vengono normalmente riviste dopo il censimento decennale, il cui ultimo si è tenuto nel 2020. Il Texas ha aperto la strada con una nuova mappa costruita per offrire ai repubblicani la possibilità di conquistare fino a cinque seggi aggiuntivi. Poi sono arrivati Missouri, North Carolina, Ohio, Florida e Tennessee, mentre i democratici hanno reagito dove ne avevano la possibilità, a partire dalla California.
Non è quindi una teoria su ciò che Trump potrebbe tentare di fare se i sondaggi dovessero peggiorare.La guerra per modificare il terreno di gioco sul quale si voterà a novembre è già in corso.
La Corte Suprema dà a Trump una prima vittoria sul voto postale
L’ultimo colpo di scena è arrivato lo scorso 24 agosto, a poco più di due mesi dalle elezioni di medio termine. Con una decisione presa con la maggioranza di sei giudici contro tre, laCorte Supremaha rimosso uno degli ostacoli giudiziari che impedivano all’amministrazione Trump di applicare alcune parti del suo ordine esecutivo sul voto postale.
Attenzione, perché la distinzione è fondamentale:la Corte non ha stabilito definitivamente che l’intero provvedimento di Trump fosse costituzionale, in quanto i giudici hanno ritenuto prematura una parte della contestazione presentata dagli Stati democratici e, quindi, consentito all’amministrazione di procedere su alcune misure mentre il contenzioso continua. Altre restrizioni, in particolare quelle che coinvolgono direttamente loUnited States Postal Service(USPS), restano ancora bloccate da un’altra ingiunzione.
Ma politicamente il segnale è fortissimo.
L’ordine esecutivo firmato da Trump il 31 marzo punta, infatti, a costruire un sistema federale molto più incisivo di verifica dell’elettorato. Il Dipartimento della Sicurezza Interna deve mettere a disposizione degli Stati informazioniper verificare l’idoneità degli elettori; vengono introdotte nuove procedure relative alle schede postali. L’amministrazione vuole collegare in maniera molto più stretta registri statali, banche dati federali e attività dello USPS.
La Casa Bianca presenta tutto questo come una gigantesca operazione per garantire l’integrità delle elezioni. Gli Stati democratici e le organizzazioni per i diritti di voto sostengono, invece, che il Presidente stia cercando di appropriarsi di competenze elettorali che la Costituzione attribuisce in larga misura agli Stati.
Ed è proprio qui che la battaglia diventa esplosiva.
Prima delle schede ci sono le mappe: Trump ci ha già provato
Il voto postale è soltanto l’ultimo fronte. Il primo è stato aperto molto prima e riguarda qualcosa di apparentemente più innocuo: una cartina. Per ridurre il rischio di perdere la maggioranzaTrump ha sollecitato i repubblicani a ridisegnare i collegi della Camera prima delle elezioni del 2026. In Texas il governatore Greg Abbott ha firmato una nuova mappa pensata per aumentare fino a cinque i seggi potenzialmente conquistabili dal Partito Repubblicano. Poi strategia e metodo si sono allargate: in Missouri la nuova mappa modifica profondamente il quinto distretto congressuale, oggi rappresentato dal democratico Emanuel Cleaver, aggiungendo aree rurali molto più favorevoli ai repubblicani. Proprio nei giorni scorsi il giudice Daniel Green ha consentito che quei nuovi collegi vengano utilizzati nelle elezioni di novembre.
Secondo le stime repubblicane, le nuove mappe approvate in Texas, Missouri, North Carolina, Ohio, Florida e Tennessee potrebbero mettere in gioco fino a 14 seggi aggiuntivi favorevoli al Partito repubblicano. Numeri enormi quando il controllo dell’intera Camera può dipendere da una manciata di deputati. I democratici, e non poteva essere diversamente, non sono rimasti a guardare. La California ha ridisegnato i propri collegi in risposta alla mossa texana e altri Stati democratici stanno cercando o hanno cercato di fare altrettanto. È nata così una sorta di corsa agli armamenti elettorali nella quale entrambi gli schieramenti cercano di conquistare sulla carta i seggi che gli elettori dovranno assegnare nelle urne.
Louisiana, il caso che può cambiare le regole in tutta l’America
Per capire quanto possa essere determinante una mappa elettorale bisogna guardare alla Louisiana.
Lo Stato elegge soltanto sei rappresentanti alla Camera, ma circa un terzo della sua popolazione è afroamericana.Dopo il censimento del 2020, nel 2022 la Louisiana approvò una mappa nella quale soltanto uno dei sei collegi aveva una maggioranza di elettori neri. La mappa fu contestata sostenendo che diluiva la capacità degli afroamericani di eleggere candidati di propria scelta e che violasse laSection 2 del Voting Rights Act, la storica legge federale del 1965 nata per combattere la discriminazione razziale nelle elezioni.Un tribunale federale ritenne fondata la contestazione e la Louisiana fu costretta a ridisegnare i collegi. Nacque così una seconda circoscrizione a maggioranza nera, un lungo distretto che collegava aree di Shreveport e Baton Rouge.
Sembrava la fine della storia, ma fu soltanto l’inizio.
La nuova mappa venne infatti contestata da altri elettori, che sostennero esattamente l’opposto: nel tentativo di rispettare il Voting Rights Act, la Louisiana avrebbe utilizzato la razza come criterio dominante nella costruzione del nuovo collegio, realizzando quindi unracial gerrymander, cioè la manipolazione dei confini a fini politici, che è contrario alla Costituzione.
Il paradosso era perfetto: la prima mappa rischiava di essere illegale perché diluiva il voto degli afroamericani, la seconda perché, nel tentativo di proteggerlo, avrebbe attribuito un peso eccessivo alla razza. Il caso,Louisiana v. Callais, è arrivato fino alla Corte Suprema.
La sentenza che cambia il Voting Rights Act
Il 29 aprile la maggioranza conservatrice della Corte Suprema ha dato ragione a chi contestava la nuova mappa, stabilendo che la Louisiana non poteva giustificare quello specifico disegno dei collegi sostenendo semplicemente di doverrispettare la Section 2 del Voting Rights Act, ovvero la non discriminazione in base alla razza e al colore della pelle.
La portata della decisione, però, va molto oltre i sei collegi della Louisiana.
La Corte ha ristretto il modo in cui la Section 2 può essere utilizzata per contestare le mappe elettorali e ha reso più difficile dimostrare che un determinato ridisegno costituisca una discriminazione razziale illegittima.La questione è particolarmente delicata perché razza e appartenenza politica negli Stati Uniti possono essere fortemente correlate. Una mappa può quindi essere difesa sostenendo di voler penalizzare gli elettori democratici e non gli elettori afroamericani, rendendo molto più complesso dimostrare quale sia stata realmente la motivazione predominante.
Nella sua opinione dissenziente la giudice Elena Kagan ha duramente contestato il nuovo standard, avvertendo delle conseguenze che potrebbe avere sulla capacità del Voting Rights Act di proteggere le minoranze.E la decisione non è rimasta confinata alla Louisiana: poche settimane dopo la Corte Suprema ha già rimandato un altro caso ai giudici inferioriperché venisse riesaminato alla luce della nuova interpretazione stabilita inCallais.
Vota Antonio, Vota Antonio: puoi votare, ma quanto vale davvero il tuo voto?
È qui che entra in gioco ilgerrymandering, una parola complicata per descrivere un meccanismo estremamente semplice. Non serve cancellare un voto per neutralizzarlo politicamente perché con il cosiddettopackingsi concentrano gli elettori dell’opposizione in pochissimi collegi. Se un democratico vince una circoscrizione con l’85 per cento, quel gigantesco margine non produce altri deputati: perché per conquistare il seggio sarebbe bastato il 50 per cento più uno.
Alla pratica delgerrymanderingsi oppone ilcrackingche utilizza la strategia opposta: una comunità favorevole all’avversario viene spezzata e distribuita tra diversi collegi nei quali finirà sistematicamente in minoranza. Nessuno viene formalmente privato del diritto di voto e tutte le schede vengono conteggiate. Mala stessa quantità complessiva di voti può produrre un numero molto diverso di rappresentantia seconda di come vengono tracciate le linee sulla mappa. Ed è per questo che la battaglia sulredistricting(redistribuzione del voto elettorale) può essere decisiva quanto quella combattuta nelle urne.
Trump e il secondo fronte: “dimostra di essere americano”
Poi c’è ilSAVE America Act, una proposta di legge federale con la quale i repubblicani vogliono irrigidire ulteriormente le regole per partecipare alle elezioni federali. Il principio sostenuto da Trump è politicamente quasi inattaccabile: se soltanto i cittadini americani possono votare nelle elezioni federali, chi vuole farlo deve dimostrare di essere cittadino.
Tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare e il problema nasce quando si passa dal principio alla sua applicazione:il voto dei non cittadini alle elezioni federali è infatti già illegale. Quindi, la controversia riguarda quali documenti debbano essere richiesti, chi debba verificarli e soprattutto quanti cittadini perfettamente legittimati rischino di incontrare difficoltà burocratiche nel dimostrare ciò che già sono.
Da una parte abbiamo i sostenitori dellastrettache parlano di sicurezza elettorale. Dall’altra, gli oppositori che sostengono, invece, che il fenomeno che si vuole contrastare sia estremamente raro e che nuove barriere documentali possano favorire l’esclusione dal voto di elettori legittimi. A prima vista, in un’elezione decisa da milioni di voti, potrebbe sembrare un problema marginale.In una Camera che può cambiare maggioranza per pochi collegi,e in collegi che possono essere decisi da poche centinaia o migliaia di schede,però, non lo è affatto.
Trump ci ha già provato nel 2020, ma allora lo scontro arrivò dopo il voto
C’è infine un precedente che rende impossibile considerare tutto questo una normale disputa sulle regole elettorali.Nel 2020 Donald Trump perse le elezioni presidenziali contro Joe Bidene tentò successivamente di ribaltare il risultato attraverso ricorsi giudiziari, contestazioni delle procedure elettorali e pressioni politiche.

Le accuse secondo cui una frode diffusa avrebbe determinato la sua sconfitta non produssero prove capaci di modificare l’esito delle elezioni. Lo scontro culminò nel drammatico 6 gennaio 2021, quando il Congresso era riunito per certificare la vittoria di Biden e una folla di sostenitori di Trump assaltò Capitol Hill.
Il precedente è fondamentale e bisogna riavvolgere il nastro.
Dopo il voto del 2020 Trump contestò il risultato che lo vedeva sconfitto enel 2026 una parte importante dello scontro avviene prima del voto: sulle regole che lo determineranno e su come verranno organizzate le elezioni e trasformati i voti in seggi. Questo non significa, però, che esista un piano segreto per falsificare le elezioni di Midterm, perché non ci sono prove per sostenerlo.
L’unica evidenza è che Trump e il Partito Repubblicano stanno utilizzando apertamente tutti gli strumenti politici e legali a loro disposizioneper rendere il terreno elettorale a loro più favorevole. E i democratici, dove possono, rispondono con la stessa arma delle mappe.
La domanda delle domande: e se la battaglia di Trump continuasse anche dopo il voto del 3 novembre?
Lo scenario si presenterebbe come estremamente delicato. Proviamo ad immaginare una Camera decisa da uno o due seggi, con alcuni collegi separati da poche centinaia di voti, riconteggi in corso, ricorsi e certificazioni contestate.
Va ricordato che all’inizio della nuova legislatura entra in scena una figura che normalmente passa inosservata: ilClerk della Camera dei Rappresentanti, che è “l’organo responsabile della tenuta dei registri e della gestione delle attività legislative della Camera stessa”.A questa figura la legge federale attribuisce il compito di predisporre l’elenco deiRepresentatives-electsulla base delle credenziali ricevute dagli Stati. È poi ilClerkad aprire la nuova Camera prima dell’elezione dello Speaker: seconda carica dello Stato, presiede le sedute, interpreta i regolamenti, stabilisce quali leggi portare in aula e quando votarle. Quindi è evidente cosa comporterebbe per Trump perdere il controllo della Camera. Questo non significa, come qualcuno potrebbe essere tentato di sostenere, che un funzionario possa semplicemente cancellare dall’elenco i deputati del partito avversario.
Non può farlo.
Ma se uno o più seggi determinanti non fossero ancora certificati o fossero coinvolti in controversie giudiziarie, anche una procedura normalmente burocratica potrebbe diventare politicamente esplosiva.Con una maggioranza di venti seggi non cambierebbe nulla, ma con una maggioranza di uno, potrebbe cambiare tutto.
Trump non può cancellare le elezioni di Midterm: una nuova partita è già cominciata
Donald Trump non dispone di un pulsante con cui cancellare le Midterm e non esistono prove di un piano per impedire agli americani di andare alle urne.Ma esistono fatti molto più concreti. Trump, infatti, ha spinto gli Stati repubblicani a ridisegnare i collegi prima del voto.
Nel 2020 Trump tentò senza successo di ribaltare un risultato elettoraledopo che gli americani avevano votato. Sei anni dopo lo scenario è profondamente diverso: questa volta lo scontro sulle regole, sui collegi e sulle procedure è cominciato prima dell’apertura dei seggi.
La domanda che resta è molto più scomoda:quando entreranno nella cabina elettorale, quanta parte della partita per il controllo del Congresso sarà già stata giocata?
Elezioni di Midterm del 3 novembre, auguriamo buon voto agli americani.
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