Il caso di Modena ha riportato alla ribalta del dibattito pubblico un interrogativo scomodo, complesso e, in molti sensi, inevitabile: cosa accade quando una persona con una storia di disagio psichico decide di interrompere il proprio percorso di cura? E, ancora più importante, fino a che punto una società può intervenire quando un individuo rifiuta l’aiuto? La drammatica vicenda che ha coinvolto Salim El Koudri – il trentunenne che ha investito diversi passanti nel centro della città e attualmente in prigione in isolamento psichiatrico – non può essere ridotta a un evento di cronaca nera.
È piuttosto uno squarcio che ci costringe a guardare nelle ombre di una zona grigia della salute mentale, quella in cui si intrecciano la libertà individuale, i confini delle istituzioni e le fragilità dell’essere umano. Secondo quanto emerso, El Koudri era stato seguito dal Centro di Salute Mentale tra il 2022 e il 2024 con una diagnosi di disturbo schizoide di personalità. Aveva avviato un percorso terapeutico, comprensivo di trattamento farmacologico, che però sarebbe stato successivamente abbandonato. Le ricostruzioni indicano un graduale allontanamento dalle cure fino a una completa sparizione dai radar dei servizi territoriali.
Il caso di Modena come specchio della nostra collettività
Ed è proprio qui che la tragedia avvenuta a Modena ci pone di fronte ad uno dei nodi più complessi del problema: in Italia, l’assistenza psichiatrica è, salvo circostanze particolari, di tipo volontario. La legge scaturita dalla riforma Basaglia ha sancito un principio fondamentale: una diagnosi non può implicare automaticamente la privazione della libertà personale. Sebbene il Trattamento Sanitario Obbligatorio esista come misura estrema, esso è vincolato a criteri stringenti e circoscritto a situazioni eccezionali. Questo approccio riflette un valore cardine della civiltà: la tutela dei diritti anche nel contesto della malattia mentale.

Tuttavia, episodi come quello di Modena sollevano una questione ricorrente: disponiamo davvero degli strumenti necessari per intervenire quando qualcuno rifiuta ogni forma di aiuto e abbandona le cure? La risposta appare tutt’altro che semplice o rassicurante. Da una parte, è essenziale evitare la tentazione di interpretazioni semplicistiche e pericolose, come associare automaticamente il disagio psichico a comportamenti violenti. Gli esperti sottolineano infatti come la stragrande maggioranza delle persone con disturbi mentali non manifesti condotte aggressive e ribadiscono che equiparare la psichiatria alla minaccia o alla pericolosità non fa che alimentare stigma e paure infondate.
Eppure, come emerso da numerose analisi, un numero significativo di pazienti tende a interrompere i trattamenti e a dissolversi nel nulla rispetto ai monitoraggi dei servizi locali. Questo non è causato da una semplice negligenza delle strutture, ma riflette una verità più profonda: la salute mentale è spesso intrinsecamente fragile. Le persone più bisognose di aiuto sono talvolta le stesse che faticano maggiormente a riconoscerlo o ad accettarlo. Tuttavia, il caso El Koudri trascende la singola tragedia e ci richiama a una riflessione più ampia su una problematica collettiva: la nostra società sembra ancora in difficoltà nell’accettare e affrontare la fragilità, specialmente quella psichica.
Non solo Modena: la rubrica di Stefania Andreoli sulla capacità di accogliere il dolore che si cela dietro ai disturbi mentali
È sotto gli occhi di tutti che negli ultimi anni i temi relativi alla salute mentale stiano cominciando ad essere trattati con maggiore disinvoltura. Infatti, termini quali ansia, depressione, burnout e disagio psicologico sono ormai parte integrante del nostro vocabolario giornaliero. Tuttavia, questo dibattito resta spesso confinato a una dimensione semplicistica: l’idea che sia giusto chiedere aiuto, che andare in terapia sia una scelta importante, che sia necessario “prendersi cura di sé”. Questo è indiscutibile, ma c’è un lato meno narrato della salute mentale: quello caotico, che sfugge alle spiegazioni semplificate, che non si lascia ridurre a frasi motivazionali e che può manifestarsi attraverso rifiuto, isolamento, ostilità e negazione.
La psicoterapeuta Stefania Andreoli, nella rubrica “Scomodati“, sottolinea da tempo un aspetto cruciale: viviamo in una società che tende a patologizzare il dolore senza essere davvero in grado di accoglierlo. Anche se si parla ampiamente di disagio psicologico, esiste una scarsa tolleranza per i disturbi che escono dagli schemi, per quel dolore crudo e destabilizzante che non segue traiettorie lineari e che mette in difficoltà chi lo osserva dall’esterno. La nostra cultura sembra disposta a prendersi cura della fragilità principalmente quando è possibile raccontarla; meno quando diventa ingestibile e sfugge al controllo. Ed è proprio in questo contesto che il caso di Modena si rivela uno specchio della nostra collettività.
La domanda da porsi non dovrebbe limitarsi a: “Si poteva prevenire?“. Dovremmo piuttosto spingerci oltre e porci un interrogativo più complesso: siamo in grado, come società, di offrire un sostegno autentico a chi si sente smarrito? Oppure i nostri interventi si attivano solo nei momenti più drammatici, quando la sofferenza diventa ingestibile? La salute mentale vive oggi un paradosso evidente: è presente come mai prima d’ora nei discorsi pubblici, ma continua a essere lasciata sola nei suoi momenti più critici.
Forse la tragedia di Modena ci restituisce una riflessione dolorosa ma necessaria: il problema non sorge soltanto quando qualcuno rifiuta una cura. Nasce spesso molto prima, nel momento in cui una persona comincia lentamente a scomparire, e nessuno riesce più a trovare un modo per raggiungerla.
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