C’è una frontiera della medicina di cui si parla pochissimo. E non perché sia segreta, ma perché ci mette a disagio. Riguardai corpi dopo la morte, ma soprattutto quello che possono diventare.
Siamo abituati a pensare alladonazione come a un gesto che salva: un cuore che ricomincia a battere, un fegato che torna a funzionare, una cornea che restituisce la vista. Siamo abituati a immaginare che, dopo la morte, il corpo continui a vivere negli altri, ma semprein nome della sopravvivenza. Non avevamo mai immaginato che potesse farlo anche in nome dell’estetica.
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Negli ultimi giorni si è parlato di unanuova frontiera della chirurgia plasticache sta emergendo a New York: l’utilizzo di grasso proveniente dai morti per interventi di rimodellamento corporeo.
Sì, grasso umano. Prelevato da corpi donati alla scienza, poi sterilizzato, trattato, reso sicuro e infine reimpiantato in corpi vivi. Serve quando il paziente non ha abbastanza tessuto adiposo da utilizzare su sé stesso, per riempire, modellare, aumentare volumi.
Non per sopravvivere, ma per piacersi di più.
Ma la realtà clinica, spiegano gli specialisti, è più complessa e meno sensazionalistica di quanto il racconto mediatico lasci intendere. “Si tratta diuna cosa molto diversa da come viene presentata“, spiega ildottor Giovanni Schiavone, specialista in chirurgia plastica ed estetica dell’IDI (Istituto Dermopatico dell’Immacolata) di Roma.“In realtà parliamo di matrice adiposa derivata da donatore –sottolinea il chirurgo– cioè di tessuto adiposo ottenuto processando un tessuto biologico umano proveniente da donatori deceduti, sottoposto a diversi trattamenti: purificazione, controlli microbiologici, sterilizzazione”.

Una lavorazione lunga, regolamentata, che rende il materiale utilizzabile in sicurezza. Ma che, allo stato attuale, resta ancora in una fase sperimentale.“Parliamo quasi di fantascienza– aggiunge Schiavone– perchémancano ancora studi clinici attendibiliche ne confermino l’efficacia su larga scala”.
Le applicazioni, oggi, sono limitate.“Nella rinoplastica, ad esempio, potrebbe avere unimpiegocircoscritto mainteressante: per aumentare il sottocutaneo nei pazienti con cute molto sottile – spiega- oppure per incrementare lo spessore o la proiezione di alcune aree del naso, soprattutto negli interventi secondari”.
la cultura della donazione post-mortem negli Stati Uniti
Ma per capire davvero come nascono sperimentazioni di questo tipo, bisogna guardare anche al contesto in cui prendono forma.Negli Stati Uniti, infatti,l’utilizzo dei cadaveri in ambito medico è una pratica diffusa e strutturata da anni. Non riguarda soltanto la formazione universitaria o la ricerca accademica, ma un vero e proprio mercato dei tessuti destinati alla sperimentazione, allo sviluppo di dispositivi medici e all’educazione chirurgica.
A differenza del trapianto di organi, che in America è rigidamente regolamentato, la compravendita di parti del corpo per la ricerca medica è legale nella maggior parte degli Stati. Il settore è gestito in larga parte da intermediari privati, i cosiddettibody brokers, aziende che ricevono corpi donati, li sezionano e distribuiscono parti anatomiche a università, centri di ricerca e aziende biomedicali.
In assenza di una normativa federale unitaria,la regolamentazione varia da Stato a Stato. Solo alcune giurisdizioni, come California, New York o Texas, prevedono sistemi di licenza e controlli specifici. Altrove il quadro è più frammentato.
Secondo diverse inchieste giornalistiche internazionali, tra cui quelle diReuterse dellaBBC, ilmercato dei cadaveri per la ricerca medicanegli Stati Uniti è diventato negli anni unsettore economicamente rilevante, con esportazioni verso decine di Paesi. In alcuni casi documentati, parti anatomiche sono state utilizzate per test di dispositivi medici, corsi di formazione chirurgica avanzata e persino sperimentazioni militari.
Il tema non è l’utilità scientifica di queste pratiche, che hanno contribuito allo sviluppo della medicina contemporanea. Il punto è che lacultura della donazione post-mortem negli Stati Unitisi inserisce in un sistema più ampio, in cui il corpo può diventare oggetto di scambio commerciale per finalità di ricerca.
Una concezione diversa da quella prevalente in molti Paesi europei, dove la donazione è tradizionalmente associata quasi esclusivamente alla finalità terapeutica o accademica pubblica.
È possibile che anche da questo contesto culturale nascano sperimentazioni come quella dell’utilizzo di matrice adiposa da donatori per la chirurgia estetica. Non come anomalia, ma come estensione di un modello già esistente di gestione e circolazione dei tessuti umani.
Ed è qui che la questione smette di essere tecnica, e torna a essere umana. Perché il punto non è la legittimità clinica. Non è la sicurezza biologica. Non è nemmeno la regolamentazione.
Il punto è un altro. Ed è profondamente umano.Quando doniamo il nostro corpo, sappiamo davvero cosa stiamo regalando?Sappiamo che potrà servire a formare medici, a testare tecniche chirurgiche, a fare ricerca.Ma siamo pronti all’idea che una parte di noi possa diventare anche materia estetica?Volume. Forma. Simmetria.
Non è una critica alla chirurgia plastica, che ha funzioni ricostruttive fondamentali, basti pensare alle ustioni, ai tumori, ai traumi. Ma qui parliamo di altro. Parliamo di corpi sani che utilizzano tessuti di corpi morti per aderire a un ideale estetico.
È unafrontiera nuova. E, come tutte le frontiere, obbliga a ridefinire il linguaggio.
Donazione resta la parola giusta?O dovremmo usarne un’altra?Perché la donazione, nel nostro immaginario, è legata alla salvezza. Alla continuità della vita. Qui la continuità esiste, sì, ma su un piano diverso.
Non biologico.Simbolico.
Una parte di qualcuno continua a esistere nel corpo di qualcun altro, ma non per farlo vivere: per farlo apparire diverso. È una forma di sopravvivenza che non avevamo previsto e che apre una frattura etica interessante.
Da una parte la medicina che salva vite prima ancora che inizino, come nella chirurgia fetale. Dall’altra la medicina che interviene su vite sane per migliorare l’immagine. Entrambe medicina. Entrambe legittime. Ma profondamente diverse nel significato.
E poi c’è un altro elemento che non possiamo ignorare: il costo. Questi interventi oggi arrivano a decine di migliaia di dollari. Parliamo di una medicina d’élite, accessibile a pochi. Ed è impossibile non pensare al contrasto.
Mentrec’è chi aspetta mesi per una TAC, chi rinuncia a curarsi perché non può permettersi un alloggio vicino all’ospedale, chi resta fuori dai reparti perché non ha i mezzi per restare, altrove la stessa medicina utilizza tessuti umani per rimodellare corpi già sani.
Non è una contraddizione clinica, mauna contraddizione sociale. La medicina non è una sola. Esistono molte medicine: quella che salva, quella che previene, quella che accompagna e quella che perfeziona. Il rischio non è che esista la chirurgia estetica, esiste da sempre. Il rischio è smettere di interrogarci sul significato di ciò che facciamo dei corpi, vivi o morti.
Perché un corpo donato non è solo materia biologica. È memoria. È storia. È consenso dato in vita a qualcosa che accadrà dopo. E forse la domanda non è se sia giusto usare quei tessuti anche per l’estetica.
La domanda è se siamo consapevoli che, donando il nostro corpo, stiamo accettando anche questo: che una parte di noi possa continuare a esistere non per salvare una vita, ma per modellarne un’altra.
Non èuna risposta chespetta alla medicina.Spetta alla coscienza collettiva.
Continuo a scrivere di sanità anche per questo: per guardare i confini, i punti in cui la cura cambia forma, i momenti in cui la scienza ci obbliga a ridefinire cosa intendiamo per “aiutare qualcuno”. Perché la medicina non racconta solo come viviamo. Racconta anche cosa decidiamo di diventare, persino dopo la morte.
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