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La sanità è pubblica. L’attesa no

Dopo il confronto in Consiglio regionale sulla sanità lombarda e le dichiarazioni dell’assessore Guido Bertolaso, il tema delle liste d’attesa torna al centro: tra carenze di personale, riforme annunciate e cittadini costretti a pagare per curarsi

5 Min di lettura

C’è una parola che, in sanità, dovrebbe accorciare il tempo.

Urgente.

Dovrebbe aprire porte.
Accelerare agende.
Proteggere chi sta male.

E invece, sempre più spesso, resta una parola scritta su un foglio.

Se n’è discusso ieri in Lombardia, durante la seduta straordinaria del Consiglio regionale dedicata al sistema sanitario.

“La sanità regionale non godrà di salute eccellente, ma non è neanche un malato in prognosi riservata, ha dichiarato l’assessore al Welfare Guido Bertolaso, tracciando un quadro che riconosce le difficoltà ma respinge l’idea di un sistema al collasso.

Dall’altra parte, però, il racconto cambia tono.

“Troppi cittadini lombardi sono sottoposti a un ricatto: per farsi curare devono pagare, ha attaccato il capogruppo Pd Pierfrancesco Majorino, denunciando liste d’attesa fuori controllo e un sistema che (a suo dire) non riesce a rispondere alla domanda di salute.

In mezzo al confronto politico ci sono i numeri.

Dal 2023 al 2024 le richieste di visite ed esami sono aumentate del 10,89%, arrivando a quasi 38 milioni di prestazioni. Nel 2025 la crescita è proseguita, con un ulteriore +9,65% e oltre 41 milioni di richieste.

Le prestazioni erogate sono aumentate, ma meno: circa +6,3%, pari a 2 milioni in più dal 2022 a oggi.

Tradotto: la domanda corre più veloce dell’offerta.

E quando succede, il primo effetto visibile sono le liste d’attesa.

Bertolaso ha riconosciuto il problema, indicando come obiettivo di mandato il rispetto dei tempi prescritti nelle impegnative mediche.

Nel frattempo, la Regione punta su orari serali e weekend, recall per evitare appuntamenti “bucati” e sul completamento del Centro Unico di Prenotazione, che dovrebbe essere ultimato entro fine anno.

Sul fronte del personale, il quadro è ancora più delicato.

Secondo le stime illustrate in Consiglio: in Italia ci saranno 40mila medici in più entro il 2030. Ma mancheranno infermieri: la domanda crescerà di circa 500mila unità. A fronte di 11.500 uscite l’anno. Con un saldo negativo di circa 3mila infermieri in meno ogni anno

Già oggi si registra un calo del 3% tra 2024 e 2025.

Per rispondere alla carenza, la Regione lavora su nuove figure intermedie, l’“assistente infermiere”, sul reclutamento all’estero (obiettivo 3.500 ingressi entro il 2027) e su incentivi economici e formativi.

Numeri, modelli, riorganizzazioni.

Tutto necessario, per carità.

Ma c’è una distanza che i numeri non riescono a raccontare.

Quella tra la prescrizione e la prestazione.

Tra la parola “urgente” e il giorno in cui vieni visitato davvero.

Lo dico anche per esperienza personale.

Una persona a me molto cara, oggi non c’è più, ha dovuto aspettare un mese per una TAC urgente.

Un mese.

Che in sanità non è solo tempo.
È sospensione.
È paura che cresce.
È la sensazione di essere fermo mentre il corpo, forse, no.

È lì che capisci che il problema delle liste d’attesa non è amministrativo.

È esistenziale.

Perché quando un esame urgente slitta, non slitta solo una diagnosi.
Slitta la possibilità di intervenire in tempo.
Slitta la probabilità di salvarsi.

Il dibattito politico si muove su assi legittimi: pubblico e privato, autonomia regionale, investimenti, medicina territoriale.

La politica interviene.
Discute.
Si divide sulle soluzioni.

Più pubblico, più autonomia, più personale, più investimenti.

Le ricette cambiano.
Il problema no.

Visioni diverse.
Soluzioni diverse.

Ma il punto di caduta resta sempre lo stesso:

quanto tempo aspetta un cittadino per essere curato?

Perché è lì che la sanità diventa percezione.

Chi può permetterselo paga.
Chi non può aspetta.

E così il tempo di accesso alle cure finisce per dipendere dal reddito, dalla mobilità, dalla possibilità di aggirare il sistema.

Non è una lettura ideologica.

È un effetto collaterale che emerge ogni volta che la domanda supera l’offerta.

Nel frattempo si costruiscono Case di comunità, 189 previste in Lombardia, 144 già attive, e Ospedali di comunità.

Strutture fondamentali per il futuro.

Ma chi aspetta oggi non vive nel futuro.

Vive nel presente.

Continuo a scrivere di sanità per questo.

Perché la sanità non è fatta solo di modelli organizzativi o riforme programmate.

È fatta di tempo reale.
Di diagnosi che arrivano, o non arrivano.
Di famiglie che aspettano una telefonata.

E finché la parola “urgente” resterà più veloce sulla carta che nella vita, il problema non sarà solo sanitario.

Sarà politico.
Sarà sociale.
Sarà umano.

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