Un cuore non può aspettare

Dal caso del trapianto fallito al Monaldi alle nuove indagini: quando il tempo sanitario diventa il vero confine tra cura e irreversibilità

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C’è una parola che, quando si parla di salute, pesa più di tutte: iltempo.

È il tempo necessario per fare una diagnosi, per intervenire, per trasportare un organo, per salvare una vita.
Un tempo che,nella medicina dei trapianti, non è mai neutro:è materia viva, misurata in ore, a volte in minuti. Ed è proprio quando questo tempo si incrina che l’intero sistema mostra la sua fragilità.

È quello che sta accadendo nel caso delbambinodi due anni e quattro mesiricoverato all’ospedale Monaldi di Napoli, entrato in sala operatoria lo scorso 23 dicembre per ricevere un cuore nuovo. Un intervento atteso, preparato, necessario.

Ma qualcosa, lungo il percorso, si è spezzato.

Nelle settimane successive è emerso chel’organo destinato al trapianto, arrivato da un altro ospedale, si sarebbedanneggiatodurante il trasporto. Un passaggio tecnico, apparentemente invisibile, ma decisivo: il modo in cui un cuore viene conservato, protetto e trasferito mentre attraversa chilometri per salvare una vita.

LaProcura di Napoli ha aperto un’indagine. Sei persone, tra medici e operatori sanitari coinvolti nelle fasi di espianto e trapianto, risultano al momento iscritte nel registro degli indagati con l’ipotesi di lesioni colpose. Parallelamente, il Ministero della Salute ha disposto l’invio di ispettori per ricostruire ogni passaggio della catena operativa: dalla conservazione dell’organo al trasferimento, fino alla decisione di procedere comunque con l’intervento.

Secondo quanto denunciato, il cuore sarebbe stato conservato con ghiaccio secco invece che con il ghiaccio sterile previsto dalle procedure. Una temperatura estremamente bassa, fino a meno 70 gradi, che avrebbe compromesso la vitalità dell’organo.

Eppure, una volta arrivati in sala operatoria, i chirurghi hanno dovuto andare avanti.

Alcuni specialisti hanno parlato discelta obbligata: quando il cuore malato viene rimosso, tornare indietro non è più possibile. Fermarsi significherebbe esporre il paziente a un rischio immediato di morte.

Oggi quel bambino è vivo grazie a una macchina che sostituisce il lavoro del suo cuore. Respira, resiste, resta in attesa di un nuovo organo compatibile. Un’attesa sospesa, appesa a un filo sempre più sottile.

Il bambino “non sarebbe più trapiantabile”

Proprio mentre le indagini proseguono tra perizie, verifiche e ricostruzioni tecniche, è arrivato un aggiornamento che cambia radicalmente il quadro.

Secondo quanto riferito dal legale della famiglia, Francesco Petruzzi, sulla base di un parere richiesto all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma,il bambino non sarebbe più trapiantabile.

Una frase breve, ma dal peso enorme.

Se confermata sul piano clinico, significherebbe che la finestra utile per un nuovo intervento si è chiusa. Che il tempo, quello che in sanità decide tutto, si è esaurito. E quando il tempo finisce, non si interrompe soltanto un’attesa: scompare una possibilità. Si supera un confine oltre il quale la medicina, semplicemente, non riesce più ad arrivare.

Oltre l’errore, il sistema

Le indagini stabiliranno se ci siano responsabilità individuali.

Ma questa storia non riguarda soltanto l’errore di qualcuno, se errore c’è stato. Riguarda lacomplessità della filiera dei trapianti: il coordinamento tra ospedali, i protocolli di conservazione, la logistica, i tempi di trasporto, le condizioni cliniche del ricevente.

Un sistema ad altissima precisione, in cui basta uno scarto minimo per produrre conseguenze irreparabili.

Il cuore pediatrico, peraltro, è tra gli organi più difficili da trovare: deve essere compatibile per età, per peso, per condizioni cliniche del donatore. L’attesa può durare anni. Secondo quanto riferito dalla famiglia, per trovare quell’organo erano stati necessari due anni.

Due anni concentrati in poche ore decisive.

Il tempo, quando si spezza

Chi ha vissuto da vicino un trapianto lo sa:tutto ruota intorno al tempo. Il tempo dell’attesa, della compatibilità, della sala operatoria, del trasporto.

Io stessa ho sfiorato quel confine.

Quando mi ammalai, da adolescente, il trapianto era una possibilità concreta. Una parola pronunciata sottovoce, ma reale. Un orizzonte possibile.

Ricordo l’attesa.
Ricordo la sospensione.
Ricordo cosa significa affidare la propria vita a una catena di passaggi che devono funzionare tutti insieme, senza errori.

Poi, nel mio caso, il trapianto non servì più. Il cuore riprese a battere da solo.

Ma quell’idea resta: che la tua sopravvivenza dipenda da qualcosa che deve arrivare, funzionare, reggere. Perqueste storiecome questa non sono mai solo cronaca.Sono uno specchio fragilissimo di quanto la medicina sia potente, ma anche esposta.

Il tempo come disuguaglianza

C’è anche un altro punto che torna, inevitabile.

Ne avevo scritto pochi giorni fa, parlando di liste d’attesa: la cura, in Italia, è universale sulla carta. Il tempo, no.

L’attesa resta il vero spartiacque tra chi arriva in tempo e chi no, tra chi trova un posto e chi resta fuori.

Nel caso dei trapiantiquesta verità è ancora più nuda. Quil’attesanon è solo una lista:è una corsacontro il deterioramento degli organi, contro le ore, contro i minuti.

Non si aspetta solo il donatore. Si aspetta che tutto funzioni. Che il cuore parta. Che viaggi. Che arrivi integro.

Quando scrivevo che la sanità è pubblica ma l’attesa no, parlavo di visite rinviate, esami urgenti rimandati, diagnosi che arrivano tardi. Oggi quella stessa frattura si mostra nella sua forma più estrema.

Qui non si perde un appuntamento.
Si perde una possibilità.

Una storia che interroga tutti

Il caso del Monaldi non riguarda soltanto un ospedale.

Interroga lasicurezza del trasporto degli organi, l’uniformità dei protocolli, la comunicazione alle famiglie, la gestione delle liste pediatriche, la capacità del sistema di reggere errori che avvengono a monte del gesto chirurgico.

Perché quando qualcosa si rompe prima dell’intervento, nella conservazione, nella logistica, nelle procedure, il margine di recupero diventa minimo. A volte nullo.

Sono domande che riguardano la sanità pubblica nel suo insieme. E che non possono essere liquidate né trasformando la vicenda in un processo mediatico permanente, né riducendola a un destino inevitabile.

Dove finisce la medicina

Quando si raccontano i trapianti si parla spesso di miracoli.

È una parola che consola, rassicura, semplifica.

Mai trapianti non sono miracoli. Sono organizzazione portata al massimo grado. Tecnica. Coordinamento. Tempo.

E quando il tempo si rompe, non si incrina solo un protocollo. Si incrina una possibilità.

È lì, in quello spazio sottilissimo tra ciò che si poteva ancora fare e ciò che non è più possibile fare, che la sanità mostra il suo limite più umano.

Ed è proprio lì che nasce il bisogno, di tutti, di capire cosa non ha funzionato.

Non per cercare colpe a ogni costo.
Ma per evitare che quel tempo, la materia più preziosa di tutte, venga perso ancora.

Una seconda volta.

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