A Garlasco, diciannove anni dopo, nessuno ricorda niente.
- Garlasco, Dna sui pedali: cosa è successo nel settembre 2007
- Marzio Capra e la guerra dei file: 10 o 20 settembre?
- Garlasco, cosa sapevano i giudici: la sentenza d’appello del 2011
- Alberto Marino e i verbali del Ris: la mentalità del dato già acquisito
- La sigla «Port» e il genetista Portera
- Garofano, il generale che non ricorda ma esclude
- Colaprico e l’esperimento del dispenser
- Chi parla senza aver letto le carte
- Il vizio non ha colore
- Garlasco in tv: il processo parallelo
- Garlasco e Quarto Grado, la prova del venerdì
- Chiusura indagini su Andrea Sempio: cosa c’è nel fascicolo
- Revisione del processo Stasi e la famiglia Poggi
- Garlasco e la domanda che resta: il patto tra noi e la giustizia
- Garlasco: quando la libertà di uno viene incrinata da un erore, ad incrinarsi è la garanzia di tutti
Il generale che comandava il Ris di Parma dice ai pm di non avere «alcun ricordo preciso del fatto». Il capitano che eseguì le analisi, alla domanda se informò il suo comandante, risponde «Presumo di sì». E un colonnello dei carabinieri che lavorò alla prima inchiesta, Gennaro Cassese, è indagato per false informazioni al pm proprio per i suoi vuoti di memoria. Il suo avvocato lo difende con una frase che meriterebbe di finire sui manuali: «non può mentire se non ricorda».
Ecco, il caso Garlasco oggi è questo. Non più soltanto la domanda su chi abbia ucciso Chiara Poggi, ma un’amnesia collettiva di Stato. E attorno, un coro di esperti, avvocati e conduttori che sanno tutto senza aver letto nulla.
CHI È CHI
- Alberto Stasi — ex fidanzato di Chiara, condannato in via definitiva a 16 anni, oggi in semilibertà
- Andrea Sempio — indagato per l’omicidio, presunto innocente
- Luciano Garofano — nel 2007 comandante del Ris di Parma, poi consulente dei Sempio, oggi testimone
- Alberto Marino — nel 2007 capitano del Ris, eseguì le analisi sui pedali
- Giorgio Portera — genetista, all’epoca al Ris, oggi opinionista tv; non indagato
- Giada Bocellari e Antonio De Rensis — difensori di Stasi
- Angela Taccia e Liborio Cataliotti — difensori di Sempio
- Marzio Capra e Gian Luigi Tizzoni — consulente e legale della famiglia Poggi
- Carlo Previderè e Pierangela Grignani — genetisti consulenti della Procura di Pavia
- Fabio Napoleone — procuratore di Pavia, titolare della nuova inchiesta
Garlasco, Dna sui pedali: cosa è successo nel settembre 2007
Il 19 settembre 2007 il Ris di Parma ricava dai pedali della bici Umberto Dei di Stasi, reperto «bu_p», un profilo attribuito a Chiara Poggi «oltre ogni ragionevole dubbio».
Il 20 settembre, secondo la Procura di Pavia e i consulenti della difesa Stasi, lo stesso estratto viene rianalizzato due volte. Esito: totalmente negativo.
Il 24 settembre alla pm Rosa Muscio arriva una relazione con il solo risultato positivo e Stasi viene fermato. Di quei due test, scrive il procuratore Napoleone nel comunicato del 28 settembre, non si è rinvenuta traccia in alcun atto del procedimento e del processo che lo ha condannato a sedici anni.
Il comunicato va letto con precisione, perché in tv è stato spesso stirato. Che quelle controanalisi fossero idonee a scagionare Stasi già diciannove anni fa è il giudizio dei consulenti della sua difesa, e la Procura lo riporta come tale. Quello che la Procura afferma in proprio è altro, e non è poco: i suoi consulenti, Carlo Previderè e Pierangela Grignani, hanno confermato che le due corse negative esistono. E hanno concluso che, davanti a una simile discordanza, all’epoca sarebbe stato opportuno un approfondimento che, dalle indagini di oggi, non risulta mai fatto.
A scoprirli, nei dati grezzi, non sono stati il Ris né la Procura. Sono stati i genetisti pagati dalla difesa del condannato, Ugo Ricci e Pasquale Linarello, dopo che quei file erano stati chiesti invano per anni. L’avvocata Bocellari lo ha raccontato a Verità Nascoste: «Gravissimo, ma mi sembrava impossibile».
LE DATE CHE CONTANO
- 19 settembre 2007 — profilo di Chiara Poggi sui pedali della bici di Stasi
- 20 settembre 2007 — secondo Procura e difesa Stasi, due controanalisi negative
- 24 settembre 2007 — Marino mostra i risultati ai consulenti delle parti; al pm il solo esito positivo, fermo di Stasi
- 2009 — perizia nel giudizio abbreviato; Stasi assolto in primo grado
- 6 dicembre 2011 — la Corte d’assise d’appello conferma l’assoluzione
- 2015 — condanna definitiva a 16 anni
- 2017 — la difesa inizia a chiedere i dati grezzi al Ris
- 6 novembre 2025 — il Ris consegna i raw data alla Procura di Pavia
- Luglio 2026 — i consulenti di Stasi individuano i test negativi
- 10-25 settembre 2026 — sentiti Marino, Portera, Coli, Garofano e Pizzamiglio
- 28 settembre 2026 — seconda chiusura delle indagini su Sempio e comunicato del procuratore Napoleone
Marzio Capra e la guerra dei file: 10 o 20 settembre?
Qui va detta una cosa che molti in tv omettono: la lettura dei due test è contestata.
Il consulente della famiglia Poggi, Marzio Capra, sostiene che quei file negativi non sono controanalisi successive ma un tentativo fallito del 10 settembre, prima della purificazione del campione, catalogato con la data di modifica e non con quella di analisi. Secondo la stessa ricostruzione, già il 24 settembre 2007 il consulente della difesa di allora aveva visto esiti negativi. E il gup che assolse Stasi scrisse che la presenza del Dna di Chiara su almeno un pedale era «processualmente accertata». Per il legale dei Poggi, Tizzoni, l’assenza del Dna è una «fake news».
La difesa Stasi replica che il campione fu prelevato l’11 settembre, quindi una corsa del 10 non può esistere: «Si tenta di fare confusione». E c’è un dettaglio che pesa più delle schermaglie: davanti ai pm Marino ha confermato di aver ripetuto l’analisi il 20 settembre, dopo aver abbandonato la tesi del «bug» al sequenziatore che gli inquirenti avevano smontato.
C’è poi il verbale delle operazioni tecniche del 24 settembre 2007, ore 11.30. Quel giorno Marino mostrò i risultati ottenuti fino a quel momento ai consulenti delle parti: Francesco Maria Avato e Fabbri per Stasi, e un genetista di nome Marzio Capra. Lo stesso Capra che oggi, da consulente dei Poggi, assicura che nessun segreto fu tenuto. Marino, sentito dai pm, sostiene di non poter escludere che anche le corse negative siano state mostrate. Ma aggiunge una frase che smonta la sua stessa difesa: forse, se qualcuno avesse visto quei due tracciati, il dubbio ci sarebbe stato, ci sarebbe stato un dibattito e si sarebbero chieste nuove analisi.
Garlasco, cosa sapevano i giudici: la sentenza d’appello del 2011
Per capire che cosa sia davvero nuovo, bisogna tornare a una sentenza che nessuno cita: quella con cui la Corte d’assise d’appello di Milano, il 6 dicembre 2011, confermò l’assoluzione di Stasi. L’abbiamo letta, tutte le 240 pagine.
A pagina 179 c’è un passaggio che oggi pesa come un macigno. Il perito del giudice, Carlo Robino, spiegò in aula che il prelievo originale sui pedali era stato ripetuto successivamente dai consulenti del pm «senza più che venisse isolato del DNA». Da qui la Corte ricavò che il materiale di Chiara doveva essere concentrato in un punto minuscolo, e che la tesi del sangue trasportato dalle scarpe non reggeva: una macchia capace di produrre quella quantità di Dna sarebbe stata visibile a occhio nudo. Già il gup, due anni prima, aveva invitato a non cedere alla «mistica del DNA».
Quindi i giudici sapevano che un secondo tentativo sui pedali era andato a vuoto. Ma si trattava di una nuova spazzolatura della superficie, cioè di un nuovo prelievo. Quello che non risulta agli atti, secondo la Procura di Pavia, è un’altra cosa: che lo stesso estratto che aveva dato il profilo di Chiara, rianalizzato il giorno dopo, non avesse dato nulla. Non è una sfumatura da genetisti. Un nuovo prelievo che fallisce si spiega con una traccia esaurita. Lo stesso campione che non ripete il risultato apre una domanda sul risultato stesso.
Per onestà va aggiunto che Previderè, il consulente della Procura, considera comunque il profilo del 19 settembre un «dato solido» in termini di riproducibilità e attendibilità. È la ragione per cui la partita non è chiusa per nessuno.
Chi abbia ragione sulle date lo stabiliranno i giudici. Ma il punto, per chi scrive, è un altro. Se diciannove anni dopo i migliori genetisti d’Italia non riescono a mettersi d’accordo sulla data di un file, il problema non è il file. È un laboratorio dello Stato che non ha documentato in modo inequivocabile il proprio lavoro su una prova che ha mandato un uomo in carcere.
Alberto Marino e i verbali del Ris: la mentalità del dato già acquisito
Poi ci sono le parole di chi c’era, che valgono più di qualsiasi talk. Marino, oggi colonnello, prova a spiegare la replica: forse un tentativo fatto al volo, venuto male. E a quel punto Alberto Marino dice ai pm “Tanto il dato l’abbiamo già acquisito“.
Nel verbale mostrato dal Tg1 aggiunge: «Forse non abbiamo dato peso». Rileggiamo con calma queste due frasi. Non descrivono un complotto. Descrivono una mentalità: il risultato che serve è già in tasca, quello che non serve si archivia. Con un indagato fermato quattro giorni dopo.
Nelle stesse sommarie informazioni Marino spiega che le analisi del 19 e del 20 furono fatte con la stessa macchina, e questo esclude il «bug». Le due corse negative risultano caricate con la sua utenza alle 17.33. Definisce la replica uno sciocco eccesso di zelo. E aggiunge che non fu lui a informare l’autorità giudiziaria, perché i rapporti con la pm li teneva Garofano.
Ecco la catena. Marino dice che informava la sua scala gerarchica e che con la pm parlava il comandante. Garofano, secondo i verbali riportati dalla stampa, ammette che il capitano lo aveva «sicuramente informato» del positivo. E alla domanda su chi avesse comunicato i risultati alla pm Rosa Muscio risponde: «Verosimilmente io, non ricordo quando». Ogni anello rimanda a quello successivo, e l’ultimo non ricorda. Il risultato positivo è arrivato a destinazione, i due negativi si sono persi per strada.
Un altro ufficiale del Ris, Alessandro Coli, sentito il 17 settembre, ricorda di aver parlato con Marino della «stranezza di alcuni accertamenti sui pedali»: un profilo trovato una volta e mai più ritrovato.
L’ex vicecomandante Marco Pizzamiglio attribuisce il lavoro genetico a una sola persona, «Ha fatto tutto Marino», e racconta che la pm di allora non autorizzò subito la perquisizione per le scarpe di Stasi, e che quelle consegnate dopo erano nuove di zecca. E accusa il suo ex comandante di essere stato più interessato alle telecamere che al laboratorio. Sono testimonianze, non sentenze. Ma raccontano un reparto in cui i dubbi c’erano, e restavano nei corridoi.
La sigla «Port» e il genetista Portera
Nei dati grezzi compare anche un’utenza informatica, «Port». L’avvocato De Rensis ha chiesto in diretta a Garofano se fosse quella del genetista Giorgio Portera, all’epoca al Ris e oggi volto noto della tv.
Portera, che non risulta indagato, ha risposto anche ai pm: «Non ho mai effettuato alcun sopralluogo, né firmato relazioni relative al caso Garlasco». La sua utenza, spiega, compare per un accesso nella fase finale della lavorazione, e oggi non sa dire se a usarla sia stato lui o un collega. Sentito l’11 settembre, ha ricordato che il responsabile era Marino, che poteva chiedere ad altri di caricare campioni, e ha detto di non aver visto i risultati. Ha aggiunto che replicare un’analisi dopo un risultato inatteso è normale. Appunto: normale farla. Meno normale dimenticarla.
È la fotografia perfetta del problema. Un accesso che non identifica un operatore, un comandante che non ricorda, un ufficiale che «presume». Non serve una congiura, basta una routine. E una routine così, in un laboratorio che decide della libertà delle persone, è già uno scandalo.
Garofano, il generale che non ricorda ma esclude
Il generale Luciano Garofano è insieme protagonista, testimone e opinionista di questa storia. Davanti ai pm, il 25 settembre, la sua memoria è un colabrodo: non sa come né quando fu informato, non ricorda di aver visto altri elettroferogrammi.
In televisione, pochi giorni dopo, la stessa memoria diventa d’acciaio: «Escludo categoricamente che ci fosse un dato che poteva negare» la presenza del Dna di Chiara.
Delle due l’una. O non si ricorda, o si esclude categoricamente. Farle entrambe, a pochi giorni di distanza, è un esercizio di equilibrismo che a un consulente in aula costerebbe caro. In pubblico il generale respinge ogni addebito, «Non abbiamo nascosto né depistato», e liquida l’ipotesi come «fantascienza». Ha il diritto di difendersi, e la presunzione di correttezza che spetta a tutti.
Ma non è la prima volta che si arrocca. Già in primavera scriveva sui social che la sostituzione dei pedali era una verità sancita dalla sentenza, invitando tutti a leggerla. Proprio quella sentenza che oggi rischia di poggiare anche sul lavoro del suo reparto.
Resta il cortocircuito più grave. Garofano è stato consulente della famiglia Sempio, ha lasciato l’incarico ed è diventato ospite fisso dei talk, mentre oggi i pm lo sentono sul lavoro del reparto che comandava. Un uomo che commenta in prima serata un’inchiesta in cui è testimone. In qualsiasi altro Paese sarebbe un problema di opportunità. Da noi è un format.
Colaprico e l’esperimento del dispenser
C’è poi chi l’arrocco lo pratica con la penna. Piero Colaprico, firma storica di La Repubblica e coautore di un podcast sul caso, è tra le voci più ascoltate del fronte che difende la condanna di Stasi.
L’11 settembre, a Ore 11, spiegava che al posto di Sempio non parlerebbe con il pm, perché la Procura avrebbe «quasi una tesi precostituita». Quattro giorni dopo, a Verità Nascoste, si esibiva in un esperimento per mostrare come Stasi avrebbe potuto afferrare il dispenser del sapone lasciando solo le impronte di due dita.
Riassumendo: la Procura che indaga su Sempio parte da una tesi precostituita; il giornalista che, diciannove anni dopo, ricostruisce in studio con un flacone i gesti di un condannato, no. Un esperimento televisivo non è una prova, e chi accusa gli altri di partire dalla conclusione dovrebbe evitare di recitarla davanti alle telecamere.
Colaprico ha tutto il diritto di ritenere Stasi colpevole: lo ha stabilito una sentenza definitiva. Ma proprio per questo, davanti ai test sui pedali, da un cronista della sua esperienza ci si aspetterebbe che la prima domanda fosse una sola: che cosa è successo in quel laboratorio?
Chi parla senza aver letto le carte
Marina Baldi, genetista di Andrea Sempio, cioè consulente di un indagato, si è sentita in dovere di commentare le analisi sui pedali di un altro uomo, già condannato. Ha spiegato che i test negativi possono essere falsi negativi. Premessa sua: «Devo ancora ricevere gli atti».
Il che solleva due domande semplici. Se non ha letto le carte, su cosa si basava? E se il suo assistito è Sempio, a che titolo interveniva sulla prova che riguarda Stasi? Un consulente di parte che commenta la prova di un’altra parte senza averla vista, per chi scrive, non fa scienza: fa tifo, con il camice.
C’è poi un dettaglio che in tv non ha trovato spazio. Nello stesso comunicato del 28 settembre la Procura scrive che le note integrative in materia genetica depositate proprio da Baldi per la difesa Sempio sono state valutate analiticamente e confutate da Previderè e Grignani. Sul suo campo, quello del suo assistito, la sua tesi non ha retto. Forse era il caso di concentrarsi su quello.
Poi c’è l’avvocato Valter Biscotti, difensore del colonnello Cassese. Il 27 settembre, in un’intervista su YouTube, spiegava che l’accusa della Procura di Pavia contro Sempio è debole e che di prove non ce ne sono. Per Stasi, prevedeva, la partita era praticamente chiusa: difficilmente sarebbe emersa una prova nuova capace di ribaltare il verdetto. Nella stessa intervista ammetteva di non avere ancora gli atti per entrare nel merito della posizione del suo stesso cliente.
Il giorno dopo la Procura depositava le nuove consulenze, e quello dopo ancora il comunicato sui pedali. Tempismo sfortunato, diciamo. Su un punto, va riconosciuto, Biscotti ha ragione: la revisione non è un quarto grado di giudizio, e una sentenza definitiva la cancella solo una prova nuova, non la tv. Peccato che poi, per difendere il giudicato, sia disposto a giudicare un’inchiesta che non ha letto.
Il vizio non ha colore
Per onestà va detto che si corre anche sul fronte opposto. La difesa Stasi parla di «elementi nuovi che disintegrano la sentenza di condanna» prima ancora che la Corte di Brescia abbia visto un foglio. Milo Infante, a Quarta Repubblica, ha liquidato il Dna sui pedali come una colossale bufala, quando la questione delle date è ancora aperta.
La certezza, in questa vicenda, è diventata un prodotto da prima serata. Il dubbio, invece, non fa ascolti.
Garlasco in tv: il processo parallelo
Basta scorrere il palinsesto. A Lo Stato delle Cose Giletti contesta a Garofano che Stasi fu arrestato proprio per quel dato. A Verità Nascoste Infante apre la puntata sul «grande inganno dei pedali». Poi il blocco su Garlasco della puntata del 22 settembre sparisce da Mediaset Infinity per un vecchio vincolo sui diritti. Un programma che si chiama «verità nascoste» e nasconde un pezzo di sé: il paradosso si commenta da solo.
La televisione ha avuto un merito: senza due anni di pressione, quei file forse non li avrebbe aperti nessuno. Ma ha trasformato indagati in colpevoli, consulenti in opinionisti e testimoni in ospiti fissi. Ha discusso di un presunto movente sessuale che la difesa di Sempio ha bollato come «solo una narrazione».
E ha reso indistinguibili le piste solide da quelle evaporate. L’ex procuratore aggiunto di Pavia Mario Venditti, indicato per mesi come il magistrato che avrebbe preso soldi per archiviare Sempio, ha visto archiviare l’indagine per corruzione il 17 settembre. Nessuna traccia di corruzione, e nessuna scusa in prima serata.
E poi ci sono gli youtuber, che in questa storia fanno ormai concorrenza alle redazioni. Il verbale del 2007 con i consulenti di Stasi in laboratorio lo ha rintracciato per primo uno di loro, Dario Quaglia, spulciando gli atti. Bugalalla, al secolo Francesca Bugamelli, da mesi rilegge carte e intercettazioni che poi le trasmissioni riprendono, spesso senza citarla.
La richiesta minima non è moralismo: che ogni ospite dichiari, ogni volta, quale ruolo abbia o abbia avuto nel procedimento, e se ha letto le carte di cui parla. È la regola che vale in aula. Non si capisce perché debba valere meno davanti a milioni di spettatori.
Garlasco e Quarto Grado, la prova del venerdì
All’appello manca ancora il programma che più di ogni altro ha fatto di Garlasco un appuntamento fisso: Quarto Grado, il salotto del venerdì di Gianluigi Nuzzi e Alessandra Viero su Rete 4. La prossima puntata sarà la prima dopo il comunicato sui pedali. E ne vedremo delle belle, perché venerdì il programma dovrà scegliere che cosa vuole essere.
Va detto subito che Quarto Grado il caso non lo ha solo commentato: lo ha anche fatto avanzare. È stato il programma a rivelare in esclusiva la richiesta del consulente dei pm di incontrare Sempio, una notizia tutt’altro che comoda per l’indagato. È stato il suo inviato a dare conto per primo dell’audizione di Garofano sui pedali. E l’11 settembre ha dato spazio alle nuove consulenze con cui la difesa di Stasi prepara la revisione.
Eppure, guardando chi siede in studio, l’impressione di molti spettatori, e anche di chi scrive, è quella di una trasmissione sbilanciata verso Sempio. Non per ciò che dice il conduttore, ma per gli ospiti e i genetisti che utilizza. L’avvocata dell’indagato, Angela Taccia, è presenza abituale. Venerdì scorso c’era di nuovo lei, e a spiegare il Dna ai telespettatori c’era Giorgio Portera, il genetista la cui utenza compare nei dati grezzi contestati. Nelle ultime stagioni sono passati l’ex procuratore Venditti, l’intervista esclusiva ai genitori di Sempio e il legale del colonnello Cassese, Valter Biscotti.
Curiosamente, proprio Biscotti vede lo stesso panorama al contrario: sostiene che tutti i programmi di cronaca nera si siano allineati come se Stasi fosse un nuovo Enzo Tortora. Segno che, in questa vicenda, la parzialità la vede soprattutto chi sta dall’altra parte. Ma la differenza tra un’opinione e un conflitto è concreta: un giornalista che la pensa in un modo è un’opinione, un genetista che spiega in tv un’analisi in cui compare la sua utenza è un problema.
Quanto a Nuzzi, il suo percorso è più sfumato di quanto dicano i suoi critici. A fine agosto, a Ore 11, raffreddava gli entusiasmi sulla revisione di Stasi e chiedeva di vedere prove «concrete, solide e importanti». Lunedì, a Dentro la notizia, ha definito drammatica la ricostruzione della Procura sui pedali e ha corretto in diretta un’affermazione del legale di Sempio, Cataliotti, che attribuiva al comunicato cose che non c’erano. È il comportamento di un giornalista che cambia valutazione quando cambiano i fatti. Esattamente quello che dovrebbe fare.
Per questo venerdì è una prova, non una sentenza. Se Quarto Grado metterà a confronto i dati, facendo sedere allo stesso tavolo il consulente dei Poggi e i genetisti della difesa Stasi, e presentando Garofano e Portera per quello che oggi sono, cioè persone coinvolte e non esperti neutrali, farà un servizio che nessun altro programma ha fatto. Se invece sceglierà ancora i volti di sempre, confermerà l’impressione. Nel primo caso racconterà il caso. Nel secondo, ne farà parte.
Chiusura indagini su Andrea Sempio: cosa c’è nel fascicolo
Intanto l’altra inchiesta corre. Il 28 settembre la Procura di Pavia ha notificato ad Andrea Sempio il secondo avviso di conclusione delle indagini con il deposito di tutti gli atti. Il capo d’incolpazione resta invariato e la richiesta di rinvio a giudizio è attesa entro fine anno.
Il comunicato di Napoleone elenca le novità. I consulenti Iuliano e Caprioli ritengono che le osservazioni della difesa sull’impronta 33 non introducano elementi nuovi, e che non si possa sostenere un’incompatibilità fisica tra il piede di Sempio e la traccia di scarpa. Una nota su una scarpa Frau numero 42 la dichiara compatibile con le misure del suo piede. Un esperimento del Racis di Roma conclude che gli esiti negativi sull’intonaco non dimostrano l’assenza di sangue, per l’effetto inibente del particolato alcalino. Cristina Cattaneo e Biagio Eugenio Leone parlano di lesioni compatibili con una colluttazione e con atti di difesa, e di una sopravvivenza di almeno 15-30 minuti, forse fino a un’ora.
Manca invece la consulenza psichiatrica: Roberto Catanesi scrive che, poiché Sempio ha rifiutato la visita, non ha elementi sufficienti per rispondere, e gli accertamenti sulla sua capacità sono sospesi. Era un suo diritto. La difesa, Angela Taccia e Liborio Cataliotti, contesta tutto e ricorda che un’eventuale alterazione di una prova contro Stasi non dice nulla su Sempio.
Va ripetuto con la chiarezza che questo caso ha avuto di rado: Andrea Sempio è un indagato. Non è imputato, non è stato rinviato a giudizio, non è stato condannato.
Revisione del processo Stasi e la famiglia Poggi
Per lo Stato, Chiara Poggi è già stata uccisa da Alberto Stasi. Se la Procura sostiene che l’ha uccisa Sempio, si arriva a due verità giudiziarie incompatibili. Il rimedio è la revisione, che devono chiedere i difensori di Stasi alla Corte d’appello di Brescia. Il Procuratore Napoleone precisa nel comunicato che nessuna richiesta di proposta di revisione è mai stata rivolta alla Procura generale di Milano, che però è tenuta informata. E dalla Procura generale filtra che la strada sarà lunga e tortuosa.
Per quanto riguarda l’eventuale depistaggio il fascicolo di Pavia è contro ignoti e serve soprattutto alla revisione.
In mezzo c’è la famiglia Poggi, che chiede che sia Brescia a mettere fine all’«impropria ricerca di un colpevole alternativo». Si può non condividere. Ma i genitori di Chiara sono gli unici, in questa storia, a non avere nulla da vendere: né una tesi, né un libro, né una comparsata. Meriterebbero almeno che il dibattito si facesse sulle carte e non sulle suggestioni.
COSA SUCCEDE ADESSO
- Fronte Sempio — venti giorni per le memorie difensive, poi la richiesta di rinvio a giudizio e l’udienza preliminare
- Fronte Stasi — l’istanza di revisione a Brescia, con il primo scoglio dell’ammissibilità
- Fronte laboratorio — proseguono le audizioni degli ex Ris; la battaglia sulle date dei file dirà se quei test sono una prova nuova o un equivoco d’archivio
Garlasco e la domanda che resta: il patto tra noi e la giustizia
I fatti duri sono pochi, e nessuno dice chi ha ucciso Chiara Poggi. Si sta processando, diciannove anni dopo, la memoria di un laboratorio.
Quei due tracciati, da soli, forse non avrebbero dimostrato niente. Ma in un processo indiziario nessun elemento vive da solo: ogni indizio pesa in rapporto agli altri, e il suo peso cambia nel momento in cui, accanto, compare un risultato che lo contraddice. Può darsi che un giudice, dopo averli esaminati, sarebbe arrivato alla stessa conclusione. Il punto è che avrebbe dovuto arrivarci guardando tutto, con tutte le carte sul tavolo. Non una sola.
C’è un patto che nominiamo raramente. Noi cittadini affidiamo alla giustizia un potere che non concediamo a nessun altro: giudicarci, condannarci, toglierci la libertà. In cambio chiediamo una cosa sola. Chiediamo di poterci fidare che il dato scomodo per l’accusa venga conservato, mostrato e discusso. Che una discordanza accenda una verifica quando c’è ancora tempo per farla, non diciannove anni dopo.
Chi entra in un’aula da imputato consegna la propria vita a un sistema di garanzie. Si aspetta che chi lo accusa porti alla luce anche ciò che mette in difficoltà l’accusa. Che una contraddizione venga esaminata, non smarrita lungo il percorso. Che il giudice decida conoscendo anche quello che non torna.
Gli errori giudiziari raramente hanno bisogno di un complotto. Nascono da un dato che non arriva, da una verifica che nessuno fa, da un dubbio che passa inosservato. Passaggi minuscoli, quasi burocratici, finché non toccano la libertà di una persona.
Garlasco: quando la libertà di uno viene incrinata da un erore, ad incrinarsi è la garanzia di tutti
Per questo Garlasco non riguarda soltanto Alberto Stasi, né soltanto Andrea Sempio. Riguarda tutti. Se per scoprire che mancava un pezzo servono diciannove anni e la tenacia di una difesa privata, se passa l’idea che un risultato contrario possa restare fuori da un fascicolo per una ragione qualsiasi, la crepa non è in un faldone di Pavia. È nella fiducia con cui ciascuno di noi, un giorno, potrebbe varcare la porta di un tribunale.
A tirare fuori quel dato non è stato un controllo interno, né un giudice, né il sistema. Sono stati i consulenti pagati dalla difesa del condannato, dopo anni di richieste. E chi fece quelle analisi oggi dice che, tanto, il dato l’avevano già, e che se qualcuno avesse visto quei tracciati ci sarebbe stato un dibattito. Appunto.
Se Garlasco lascerà qualcosa, non sarà il nome di un colpevole. Sarà una domanda che vale per tutti: quanti altri dati grezzi, in quanti altri fascicoli, stanno aspettando che qualcuno insista abbastanza per leggerli? E un’altra, più personale. Se domani sotto accusa ci fossi tu, a quale giustizia vorresti affidarti: a quella che conserva tutto, o a quella che «presume»?
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