E se avessimo la possibilità di incontrare ancora una volta una persona che non c’è più? Anche soltanto per una notte, per dirle tutto quello che non abbiamo avuto il tempo di raccontarle, per conoscerla davvero o semplicemente per continuare ad amarla. Probabilmente nessuno di noi rinuncerebbe a questa occasione. Perché quando perdiamo qualcuno, spesso ciò che fa più male non è soltanto la sua assenza, ma tutto quello che avremmo voluto vivere insieme e che ormai non potrà più accadere.
È proprio da questa riflessione che prende formaGeister (Ghost Song),il nuovo film di Fatih Akin, presentato alla Festa del Cinema di Roma. Una storia che parla del confine tra vita e morte ma ancor piùdella difficoltà di accettare che un sentimento possa continuare a esistere anche quando la persona a cui è rivolto se ne è andata.
Al centro del racconto ci sono Farasha e Faris, due giovani che si incontrano durante una festa di laurea ad Amburgo e si innamorano a prima vista. È uno di quegli incontri inaspettati che sembrano essere destinati a cambiare per sempre il corso di un’esistenza. E poi, quando tutto sembra poter cominciare, arriva la tragedia.Farasha perde la vita in un incidente stradale, lasciando Faris con il ricordo di un amore che non ha avuto nemmeno il tempo di essere vissuto.
Ma cosa succederebbe se la morte non rappresentasse davvero la fine di tutto? Nel film, Farasha riesce a tornare nei sogni di Faris e i due hanno a disposizionequaranta notti per incontrarsi, conoscersi e vivere ciò che la realtà ha negato loro. Quaranta notti che diventano il simbolo di un tempo impossibile da recuperare, ma che tanti di noi, almeno una volta nella vita, avrebbero voluto poter riavere.
Geister non parla soltanto di un amore capace di superare la morte, ma anche del rischio di rimanere prigionieri di ciò che non può più tornare. Faris trova nei sogni un rifugio dalla realtà, un luogo in cui il dolore può scomparire e l’amore continuare a esistere. Ma fino a che punto può essere giusto aggrapparsi a qualcosa che non ti appartiene più? La domanda sorge spontanea nella mente dello spettatore che guarda il film.
Ma questa è una dolorosa contraddizione dell’amore:desideriamo che duri per sempre, promettiamo di non dimenticare e ci convinciamo che un sentimento autentico debba necessariamente resistere a tutto. In realtà amare è anche trovare il coraggio di accettare l’assenza e non perché non esiste più sentimento, ma perché continuare a vivere non significa necessariamente tradire chi non c’è più.
Il regista, in una dimensione a tratti onirica, accentuata dalla scelta del bianco e nero, sembra voler ricordare quanto sia sottile il confine tra ricordo e desiderio e infine tra ciò che abbiamo vissuto e ciò che avremmo voluto vivere. A farci soffrire maggiormente a volte è proprio l’ultima possibilità, perché potrebbe significare non soltanto perdere una persona, ma anche il futuro che avevamo immaginato insieme a lei.
Geister ci mette davanti a una verità che spesso facciamo fatica ad accettare: non tutte le storie d’amore hanno bisogno di un futuro per essere importanti. Alcune durano una vita intera, altre solo una notte, ma questo non significa che lascino un segno meno profondo. Il vero amore non è riuscire a trattenere qualcuno per sempre, ma accettare che alcune persone possano continuare a far parte di noi anche senza essere più fisicamente accanto a noi.
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