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Se domani non torno: non serve urlare per farsi ascoltare

Presentato alla Festa del Cinema di Roma, il film di Paola Randi racconta la storia di Giulia Cecchettin attraverso il dolore e l’assenza lasciata nella sua famiglia. Filippo Timi, intervistato da Il Difforme, riflette sulla fragilità maschile e su ciò che ha imparato interpretando Gino Cecchettin

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Intervista

Fa paura. Fa paura perché può succedere a chiunque, perché oggi, senza neanche rendersene conto, ognuna di noi potrebbe ritrovarsi accanto a qualcuno che dice di amarci, ma che in realtà confonde l’amore con il possesso. E forse è proprio questo che dovrebbe farci riflettere: viviamo in una società che si considera moderna, evoluta, dove si parla continuamente di libertà e uguaglianza, ma nella quale ci sono ancora troppe donne ad avere paura di chi dovrebbe amarle.

Il problema non è soltanto chi arriva a compiere un gesto estremo, ma anche tutto ciò che, prima di quel gesto, viene considerato normale. Ed è così che “il problema diventa sistemico”, come afferma la regista Paola Randi durante la conferenza stampa di Se domani non torno, presentato alla Festa del Cinema di Roma..

È a partire dal libro di Gino Cecchettin che prende vita la pellicola che ripercorre la tragica vicenda di Giulia Cecchettin, vittima di femminicidio nel 2023, uccisa dall’ex fidanzato Filippo Turetta. Ma non si tratta semplicemente di una narrazione oggettiva dei fatti per spiegare alle persone cosa sia successo alla giovane ragazza di Vigonovo, che perse la vita quell’11 novembre di tre anni fa, perché Se domani non torno è molto di più. Vuole essere una vera e propria presa di coscienza di un sistema che sembra essere ancora molto antiquato, dove se si fa una cosa tante volte, seppur sbagliata, questa finisce per diventare normalità. Dove c’è ancora tanta ignoranza, poca cultura e soprattutto poca educazione.

E se è vero che i giovani vanno ascoltati, è anche vero che la violenza, gli atti di vandalismo e le proteste che sfociano nella distruzione non possono essere la soluzione per far valere le proprie idee. Perché esprimere il proprio dissenso è un diritto, ma questo non dovrebbe mai trasformarsi nella giustificazione di comportamenti violenti. L’essere umano ha un’arma potentissima, la parola, quella che ci permette di spiegarci, di confrontarci e di esprimere la nostra opinione in ogni contesto e in qualsiasi circostanza. Ed è proprio da qui che bisognerebbe partire, dal dialogo e dall’educazione.

La cultura patriarcale è purtroppo ancora presente in tanti contesti, seppur non in tutti, ed è per questo che laddove essa esista va riconosciuta e corretta. Perché è proprio in determinati modi di pensare, in certe convinzioni che vengono tramandate e in alcuni comportamenti considerati normali che possono nascere atteggiamenti destinati, nei casi più estremi, a trasformarsi in gesti che nessuno dovrebbe mai compiere.

Se domani non torno, il vuoto lasciato da Giulia Cecchettin

Il film che racconta la vicenda di Giulia Cecchettin è necessario proprio per far sentire quella vocina che ci porta a prendere coscienza di realtà che troppo spesso sembrano lontane da noi, ma che in realtà sono molto più vicine di quanto immaginiamo. Realtà che vanno riconosciute e corrette fin dal principio, prima che sia troppo tardi.“L’assenza di una persona in un nucleo familiare è qualcosa di gigantesco e raccontando le conseguenze di questo vuoto può riinnescare quell’empatia e quel dialogo necessario per non rimanere anestetizzati di fronte a una situazione come questa”, racconta la regista durante la conferenza stampa.

Ed è proprio questo uno degli aspetti più significativi della pellicola. Non viene raccontata soltanto la morte di Giulia, ma soprattutto la sua assenza, il vuoto che ha lasciato all’interno della sua famiglia e il percorso di chi, da un giorno all’altro, si è ritrovato a dover vivere senza di lei.

E il problema di situazioni come questa può essere ritrovato anche nei contesti familiari, così come nella poca educazione o, ancora peggio, in un’educazione sbagliata. Perché chi è abituato a vedere determinati comportamenti tra le mura domestiche può arrivare a riproporli come se fossero la normalità. Se un bambino cresce pensando che la gelosia sia una dimostrazione d’amore, che controllare qualcuno significhi proteggerlo o che una donna debba sottostare alle decisioni di un uomo, rischia di portare con sé queste convinzioni anche da adulto.

“È una chiamata alle coscienze di tutti perché il problema è sistemico”, afferma Paola Randi, che continua: “Il patriarcato è fatto di noi e può essere decostruito da noi”. Se siamo noi, attraverso l’educazione, la cultura e i comportamenti quotidiani, a contribuire a mantenere in vita determinati modelli, siamo sempre noi a poterli cambiare. Non si tratta di accusare indistintamente tutti gli uomini, ma di comprendere che certi atteggiamenti non possono più essere giustificati, minimizzati o scambiati per amore.

Filippo Timi a Il Difforme: “Da uomo, confrontarmi con certe fragilità è difficile”

A interpretare Gino Cecchettin è Filippo Timi, che durante la conferenza stampa ha espresso tutta la sua ammirazione per il padre di Giulia: “Che meraviglia poter interpretare un uomo come Gino Cecchettin”.Ma è proprio il modo in cui Gino ha scelto di reagire alla tragedia della figlia che ci ha portato a chiedere all’attore cosa gli avesse insegnato, come persona prima ancora che come interprete, confrontarsi con una figura capace di rispondere al dolore attraverso il dialogo e non attraverso l’odio.

“Per me, da uomo, affacciarmi a certe delicatezze o fragilità è molto complicato, è molto difficile, perché è come se dovessi superare un po’ un tabù su questo aspetto. E poi riflettere su come avrei reagito io. In questo senso, davvero, aver conosciuto Gino, quello vero e non il personaggio, è una commozione reale”, ci ha raccontato Timi.

Durante la conferenza stampa, Timi si è soffermato anche sul ruolo che il cinema può avere nel trasmettere un messaggio così importante: “L’arte accende il cuore delle persone. L’arte può creare empatia e far sentire che non è qualcosa che sta succedendo lontano da noi, ma adesso, a tutti noi. L’arte non lascia indifferenti e ti fa capire che il momento è adesso, non domani”.

Anche l’attrice Sabrina, che interpreta Giulia, ha raccontato la delicatezza con cui si è avvicinata al personaggio: “Raccontare Giulia è stato come descrivere la mia migliore amica o mio fratello. Abbiamo avuto una cura di rispetto per lei e per la famiglia”. Parole che fanno comprendere quanto sia stato importante non trasformare Giulia semplicemente nella protagonista di un film, ma cercare di restituire il ricordo di una ragazza che aveva una vita, degli affetti, dei sogni e un futuro davanti a sé.

Un’attenzione che emerge anche dalle parole dell’attrice che interpreta Elena Cecchettin, Tecla Bossi: “Elena non ha urlato ed è ammirevole, è stata molto lucida. Per me è stata motivo di gratitudine perché ho potuto mettere i miei strumenti come attrice per dire qualcosa che penso anche io e che non ho mai avuto la possibilità di esprimere così”.E anche la produzione ha sottolineato la responsabilità di raccontare una vicenda tanto delicata, soprattutto nei confronti di una famiglia che ha scelto di affidare al cinema una parte così dolorosa della propria storia: “Gino si è fidato. Speriamo di aver restituito Giulia e la vicenda per come erano”.

Ciò su cui ci fa riflettere “Se domani non torno”

Il punto importante di Se domani non torno è comprendere che storie come quella di Giulia Cecchettin non sono così lontane da noi come vorremmo credere. Che la violenza non nasce necessariamente da un gesto improvviso, ma può essere preceduta da comportamenti, parole e atteggiamenti che troppo spesso vengono sottovalutati. E ciò che fa più paura è pensare che a volte non sia così semplice riconoscere quei segnali. Perché quando si ama qualcuno si tende a fidarsi, a giustificare, a credere che certi comportamenti siano soltanto una dimostrazione di affetto. Ma amare non significa controllare, non significa possedere e soprattutto non significa privare l’altra persona della libertà di scegliere.

Giulia aveva una vita davanti, così come tutte le ragazze che ogni giorno escono di casa, incontrano qualcuno, si innamorano e fanno progetti per il futuro. E nessuna dovrebbe avere paura che proprio la persona che dice di amarla possa diventare quella da cui deve proteggersi. Il cinema, da solo, non può cambiare la realtà, ma può aiutarci a guardarla con occhi diversi. Può farci riflettere, discutere e soprattutto comprendere che il cambiamento deve partire dall’educazione, dalle famiglie e da quei piccoli comportamenti quotidiani che, messi insieme, contribuiscono a costruire la società in cui viviamo.

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