Denti e nasi low cost in Albania: i medici italiani avvertono sui rischi

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Un business da oltre 200 milioni di euro l’anno, cliniche che promettono interventi rapidissimi a prezzi stracciati e un flusso crescente di pazienti italiani con il trolley pronto per l’Albania, ormai diventata una delle capitali del turismo dentale europeo. È quanto raccontato da un recente servizio del TG1, che ha acceso i riflettori sul fenomeno della chirurgia odontoiatrica low cost oltreconfine, alimentato dal passaparola di clienti soddisfatti e da preventivi difficili da eguagliare in Italia.

Cosenza falso dentista

Secondo il reportage, un intervento di implantologia dentale che nel nostro Paese può arrivare a 20 mila euro, all’estero viene proposto a circa 6 mila euro, spesso comprensivi di volo andata e ritorno e soggiorno in hotel o bed & breakfast. Un divario che spinge molti connazionali a scegliere la controversa strada del turismo sanitario, soprattutto in un contesto di liste d’attesa troppo lunghe e di cure private dai costi sempre più elevati.

Ma per molti dentisti italiani l’approccio adottato in alcune cliniche albanesi sarebbe eccessivamente invasivo. Secondo le associazioni di categoria, circa un terzo dei pazienti rientrati in Italia presenta complicazioni o necessita di interventi correttivi. Eppure, a fronte di numerosi casi problematici, il numero di pazienti soddisfatti continua a crescere, così come l’offerta, che si sta progressivamente spostando dalla chirurgia dentale a quella estetica.

È proprio su questo fronte che il servizio del TG1 ha sollevato interrogativi ancora più delicati, soprattutto in termini di sicurezza. Nel finale del reportage si è parlato infatti di rinoplastica, uno degli interventi più richiesti, spesso presentato come semplice e privo di rischi, ma che in realtà coinvolge direttamente le vie respiratorie e richiede contesti altamente specializzati.

Un tema reso tragicamente attuale dal caso di Margaret Spada, morta nel novembre 2024 durante un intervento di rinoplastica a causa di una crisi respiratoria improvvisa. A operarla sarebbe stato Marco Procopio, chirurgo sospeso dall’Ordine dei Medici di Roma ma ancora autorizzato a esercitare all’estero grazie a una licenza internazionale, sulla cui validità, dopo il provvedimento di inibizione, i Nas stanno svolgendo accertamenti. Nel frattempo, il medico continuerebbe a operare anche pazienti italiani. L’intervento su Margaret Spada si sarebbe svolto in una clinica privata, lontana dalle garanzie offerte da un ambiente ospedaliero strutturato.

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Su questi aspetti è più volte intervenuto, anche sulle nostre pagine, il dottor Giovanni Schiavone, chirurgo plastico specializzato in rinoplastica, in servizio presso l’IDI di Roma, che da tempo porta avanti una vera e propria missione di sensibilizzazione sulla sicurezza chirurgica.
“Il problema non è solo dove si opera, ma in che contesto, ha più volte ribadito. “La chirurgia non può essere trattata come un prodotto commerciale: servono strutture idonee, protocolli di emergenza e personale qualificato”.

In questa direzione va l’apertura, da parte di Schiavone, di un ambulatorio di rinoplastica all’interno di una struttura ospedaliera, pensato in particolare per pazienti con problemi respiratori nasali, che possono accedere agli interventi in convenzione, con tutte le tutele garantite da un ospedale pubblico accreditato.
“Operare in ospedale significa avere anestesisti, rianimazione, controlli e responsabilità chiare. È una tutela per il paziente, prima ancora che per il medico“, sottolinea.

Il confronto con alcune realtà estere, dove il low cost si accompagna talvolta a controlli meno stringenti, mette in evidenza una criticità sempre più evidente: il risparmio economico non può tradursi in una riduzione delle garanzie di sicurezza. La possibilità per medici sospesi in Italia di continuare a operare all’estero aggiunge un ulteriore livello di complessità e di rischio.

Il fenomeno pone quindi una domanda centrale: fino a che punto il turismo sanitario può rappresentare una risposta legittima ai limiti del sistema, senza trasformarsi in una pericolosa scorciatoia? Per Schiavone la risposta è chiara: “La vera alternativa non è il low cost selvaggio, ma un sistema che accompagni i pazienti verso strutture sicure, trasparenti e controllate”.

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