E’ ormai risaputa la storia diTinto Brassche all’Isola Farnese, a nord di Roma, dove ha la sua villa, è ormai prigioniero da mesi. Non riesce ad uscire, sebbene la strada sia stata in parte liberata e così non può recarsi nemmeno a fare visite di routine.Tinto Brass ha deciso così di scrivere una lettera a Mattarella, anche perchéil 2 settembre dovrà essere al festival del cinema di Venezia in occasione dell’apertura, dove, in suo omaggio, verrà trasmesso in forma restaurata il filmCol cuore in gola, che diresse nel 1967.
Una lunga lettera scritta dal regista ed affidata a sua moglie Caterina che ha avuto il compito di diffonderla affinché arrivi al destinatario. Il suo è un appello da prigioniero di un’isola, sebbene quel borgo lui lo ami, vorrebbe anche poter uscire di casa. Il suo appello poi si estende ad altri anziani che si trovano nella sua stessa condizione.
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Tinto Brass, la lettera scritta a Mattarella
Nella letteraTinto Brassricorda del legame conIsola Farnese, luogo in cui ha vissuto gran parte della sua vita privata e professionale, ma gli abitanti di quel luogo, per mesi gli abitanti sono rimasti praticamente tagliati fuori, senza accessi regolari alla zona.
Il regista in questa occasione ha descritto le conseguenze dell’emergenza che riguarda sia la difficoltà sugli spostamenti, sia i problemi sanitari, sia l’isolamento sociale ed economico.Durante il periodo più critico, il passaggio disponibile era una scalinata di 141 gradini attraverso una proprietà privata.Tale percorso, per ovvi motivi, non era accessibile a persone anziane o con disabilità.
Sebbenelo scorso 18 aprile ci sia stata un’apertura parziale della strada principale,Tinto Brassè ancora prigioniero nella sua villa, si sente isolato e l’unico contatto con l’esterno lo ha con sua moglie Caterina (che riesce a uscire) e con i medici che arrivano per curarlo.
Nella parte finale della lettera,Brass parla di diritti fondamentali delle persone.Secondo lui in questo modo non si sta garantendo la giusta dignità a lui e a chi vive nella sua stessa condizione.
La lettera conclude: “La sicurezza non può tradursi soltanto in divieti e chiusure. Proteggere un cittadino significa restituirgli la libertà di muoversi e una vita dignitosa”.
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