“A parti inverse”è il libro d’esordio diAngela Corbo: una raccolta di racconti in cui l’autrice ribalta la prospettiva tradizionale e immagina uomini vittime di violenze e soprusi, solitamente associati all’esperienza femminile. Angela Corbo, originaria di Oppido Lucano, in provincia di Potenza, affronta un tema delicato con l’obiettivo di stimolare empatia e riflessione.
“A parti inverse” racconta la violenza dal punto di vista maschile: cosa ti ha spinto a scegliere questa prospettiva?
Sono rimasta molto turbata dal caso della violenza di gruppo avvenuta a Palermo nell’agosto 2023. Ricordo i messaggi che i ragazzi si scambiavano nelle chat WhatsApp: espressioni come “100 cani su una gatta” o “certe cose le ho viste solo nei porno” mi colpirono profondamente. Da lì è scattata una domanda:e se fosse un uomo a trovarsi in quella situazione, circondato da ragazze che gli mettono le mani addosso e fanno del suo corpo ciò che vogliono?Dopo aver scritto il primo racconto, che dà il titolo alla raccolta, ho pensato ai tanti matrimoni finiti in femminicidio, ai casi di molestie sul lavoro, agli episodi di catcalling subiti quotidianamente dalle donne. Così ho continuato a scrivere storie in cui almeno una forma di violenza venisse agita da una o più donne ai danni di un uomo.
Leggi Anche
Secondo te le donne vittime di violenza sono tutelate dalle leggi italiane? E possiamo dire lo stesso degli uomini?
Purtroppo no, le donne sono ancora poco tutelate. Vero è che molte non denunciano per paura di non essere credute. Figuriamoci come può sentirsi un uomo, in una società che lo spinge a mostrarsi sempre forte e virile: rischierebbe di essere deriso, spesso dagli uomini stessi. Salvo i casi in cui eventuali violenze vengano strumentalizzate per attaccare il femminismo, credo ci sia in generale poca solidarietà maschile su questi temi.
Si parla spesso di violenza di genere: perché, secondo te, i media raccontano raramente storie in cui gli uomini sono vittime?
Perché fa comodo continuare arappresentare l’uomo come il sesso forte, colui che decide della vita o della morte della compagna. L’uomo aggredito da una donna smonta uno dei pilastri su cui si fonda la società moderna: il patriarcato.
Qual è il messaggio principale che vorresti arrivasse al lettore?
Vorrei che nessuno giudicasse una donna che ha subito violenza. È troppo facile dire che è stata stuprata per come era vestita, uccisa perché voleva lasciare il marito, molestata perché bella. La colpa non è mai della vittima, ma sempre dell’aggressore. Un uomo, spesso, non conosce la paura che una donna prova quando cammina da sola o quando litiga con il proprio compagno senza sapere come finirà. Vorrei che, almeno per una volta, gli uomini si mettessero nei panni delle vittime e smettessero di giudicare.
Quale storia di cronaca nera ti è rimasta più impressa e perché?
Sicuramente quella di Giulia Tramontano. La delusione e la rabbia che ho provato sono indescrivibili. L’assassino non ha avuto il coraggio di lasciarla, togliendo ai familiari anche la possibilità di amare e veder crescere il bambino che portava in grembo. È stata una vicenda orribile.
Il libro è diviso in 12 racconti: è una scelta casuale? Quali similitudini e differenze li legano?
Alcune storie parlano di matrimoni infelici, ognuno diverso per cause e dinamiche. Nell’ultimo racconto mi sono ispirata alla vicenda di Elisa Claps. Ho scelto di fermarmi lì perché avevo toccato temi tratti da fatti realmente accaduti e sentivo di aver concluso un percorso. Non è un caso che l’ultimo racconto, “Mano fredda”, sia il dodicesimo: il numero richiama la mattina del 12 settembre, l’ultima volta in cui Elisa è stata vista viva.
© Riproduzione riservata













