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Compositore, autore, interprete, ma soprattutto professionista capace di cambiare la storia della Canzone. Jeff Barnel, nato Georges Barnoti al Cairo, è cresciuto tra lingue, culture e difficoltà. Si tratta di una delle figure più decisive della musica mediterranea del Novecento. Il suo nome è indissolubilmente legato a Dalida, con cui ha condiviso 10 anni di collaborazione e amicizia assoluta, dando vita ad alcuni dei brani più emblematici del suo repertorio. Tra gli altri: Salma Ya Salāma, Ḥelwa Ya Balady, Ensemble, Il Pleut sur Bruxelles, Pour en arriver là e Mourir sur scène, divenuta il testamento artistico della diva.
Prima e dopo l’icona di Laissez-moi danser (Monday, Tuesday), Barnel ha attraversato l’Oriente e l’Europa lasciando un’impronta riconoscibile, raffinata, profondamente emotiva. Ha rivoluzionato la canzone araba fondendo arrangiamenti occidentali e lingua orientale, ha scritto successi immortali per altri artisti, ha conosciuto il successo personale come cantante e produttore, scegliendo infine di eccellere nell’ombra. La sua è la storia di un uomo che ha scritto con il cuore, trasformando la vita in melodia senza fine.

Jeff Barnel: “I miei 4.000 giorni di amicizia con Dalida…”
La modernità, affermava Charles Baudelaire quasi due secoli fa, è per sua natura effimera, destinata a consumarsi nel tempo stesso in cui si afferma. La moda, nel senso più ampio del termine, vive di questa tensione: nasce per brillare e per scomparire. Eppure, vi sono opere che si sottraggono a questa legge tanto spietata quanto affascinante. Le melodie composte da Jeff Barnel per Dalida appartengono a questa rara categoria. Pur nate in un contesto storico preciso, esse non si sono mai lasciate intrappolare dal gusto di un’epoca, continuando a parlare a generazioni diverse con una forza intatta.
In questi componimenti risuonano l’identità, la memoria, il desiderio e il dolore: elementi che non conoscono stagioni. È forse per questo che la star non appare mai ‘datata’, ma costantemente presente. La sua voce, sostenuta dalle musiche del suo grande amico, sfida il corso naturale del tempo. Per cui, se la moda, per definizione, è condannata a mutare, la diva italo-franco-egiziana, grazie anche alle creazioni del suo confidente, ha invece conquistato una forma di eternità: quella di un’emozione che continua a rinnovarsi a ogni ascolto. In questo risiede forse il segreto della sua attualità: essere stata veramente, profondamente e irriducibilmente umana.
In occasione dei 93 anni dalla nascita di Dalida, avvenuta il 17 gennaio 1933, Il Difforme ha raggiunto Jeff Barnel per un dialogo intimo e sentito. Un incontro prezioso con l’uomo che ha accompagnato la vedette per 4.000 giorni, condividendone la musica, la vita e i silenzi. Un ritratto sincero su Iolanda Gigliotti e su Georges Barnoti: due anime legate da una forza notevole e una sensibilità estrema.

Jeff Barnel, la Sua collaborazione con Dalida è durata 10 anni e ha dato vita a una profonda amicizia. Come è avvenuto il contatto iniziale?
Tutto è cominciato alla fine di agosto del 1977, con una telefonata di Orlando, suo fratello. Mi ha chiesto subito: “Leggi e scrivi l’arabo?”. Di fronte alla mia risposta affermativa, mi ha dato appuntamento l’indomani alle 14. Una volta nel suo ufficio, mi ha consegnato un testo in egiziano intitolato Salma Ya Salama. La sua ambizione era chiara: voleva una sonorità orientale per Dalida affinché potesse cantare in arabo nei 14 Paesi dove era già una star immensa. Poiché non mi conosceva ancora molto bene, mi ha avvertito che mi avrebbe messo in concorrenza con un altro compositore. Si è poi saputo che questo rivale non era altri che il mio editore dell’epoca, che lavorava moltissimo per Demis Roussos. Quando l’ho chiamato, mi ha confidato di non avere il tempo di occuparsene. Ho quindi composto la mia melodia e, mostrandogliela, ne è rimasto conquistato e mi ha detto: “Penso che sarai tu a vincere”. Essendo il mio editore, aveva tutto l’interesse che io riuscissi: hanno discusso con Orlando dell’idea di registrare anche una versione francese, della quale lui ha curato l’edizione. Quella stessa sera, il Signor Gigliotti mi ha telefonato per annunciarmi che la canzone piaceva moltissimo a lui e a Dalida, che era presente nel suo ufficio.
Potrebbe raccontarci le circostanze del vostro primo incontro?
Sì. Il giorno dopo sono arrivato in ufficio e, quando è entrata nella stanza, ho visto un raggio di sole. È un’immagine scolpita in me: tornava dalle vacanze in Corsica, era raggiante e molto abbronzata. Ci siamo messi al pianoforte e, a un certo punto, mi ha detto: “Smetti di darmi del Lei, diamoci del tu”. Io le ho risposto un po’ imbarazzato: “È l’abitudine…” (ride, n.d.r.). Alla fine delle prove, si è girata verso di me e, con il suo bell’accento, mi ha detto: “Te lo dico oggi, mio caro Jeff: ci conosciamo appena, ma faremo grandi cose insieme!”.
Salma Ya Salāma è molto più di una canzone: è un ponte tra culture, cantata in più lingue e ancora oggi celebrata dalle nuove generazioni di artisti. Come guarda a questo successo senza tempo e come lo spiega?
È difficile spiegare l’origine di un successo. Avevo già collaborato con altri artisti prima di Dalida, ma non si può mai prevedere quando un brano riuscirà a imporsi. Per quanto riguarda il trionfo di Salma Ya Salama, forse lo comprendo meglio per i Paesi arabi piuttosto che in Francia.
Perché?
Perché siamo riusciti a mettere un arrangiamento occidentale su un testo arabo. Posso dire, senza alcuna pretesa, che dopo questo titolo, il 90% degli artisti del Medio Oriente ha abbandonato gli arrangiamenti tradizionali per ispirarsi alla nostra sonorità. Ancora oggi, 45 anni dopo, la musica egiziana porta l’impronta di ciò che abbiamo creato. A mio avviso, questo successo poggia su tre pilastri: innanzitutto, il matrimonio perfetto tra il personaggio di Dalida e la canzone. Poi una melodia semplice, che il pubblico ha potuto fare sua e cantare facilmente. Infine, c’è il fattore fortuna. Senza voler minimizzare la qualità della mia musica, la fortuna gioca sempre un ruolo.
Il successo di questa canzone ha brillato in tutto il mondo arabo. Salma Ya Salāma ha accompagnato lo storico viaggio di Anwar as-Sādāt in Israele nel 1977. Pensa che l’arte e la musica abbiano oggi il potere di avvicinare i popoli dove la politica fallisce?
Con Salma Ya Salama, abbiamo fatto un colpaccio. Vorrei tanto che i popoli potessero riavvicinarsi grazie all’arte, ma è un po’ utopistico. È una speranza che condividiamo tutti dentro di noi, ma come quando John Lennon cantava Imagine, ci si può domandare se abbia avuto un impatto reale. Bisogna constatare che non ci sono stati risultati concreti.
Se l’impatto sociale rimane incerto, il Suo impatto artistico, invece, è indiscutibile. Ha affermato precedentemente che con Dalida avete trasformato radicalmente la canzone orientale. Cioè?
Tradizionalmente, le canzoni egiziane, come quelle di Umm Kulthum, potevano durare 45 minuti. Ma da una trentina d’anni, se si ascolta ciò che funziona in Egitto, non è più puramente orientale nel senso classico. Il mondo arabo ha adottato il nostro formato con brani di 3 o 3 minuti e mezzo. Si prenda l’esempio di Amr Diab, una star immensa in Egitto. Ha un brano magnifico, Tamally Maak, che volevo adattare in Francia per Hélène Ségara. Abbiamo chiesto l’autorizzazione, ma ha rifiutato perché voleva che il successo restasse legato esclusivamente alla versione araba. Eppure, quando si ascolta questa canzone, si potrebbe quasi credere che l’abbia scritta io: è completamente impregnata dell’universo e del colore musicale che ho creato quasi 50 anni fa.
Complimenti! Restiamo su questo repertorio arabo che ha tanto segnato la Sua carriera. Nel 1979, Lei ha composto quello che sarebbe diventato un vero inno per tutto il Medio Oriente. Pensato come un omaggio all’Egitto, Ḥelwa Ya Balady risuona ancora oggi con un’emozione universale…
Tutti i brani che ho composto in arabo hanno avuto successo, ma, insieme a uno dei miei co-compositori, ho scritto Helwa Ya Balady. L’ampiezza di questo fenomeno è difficile da spiegare. Ciò che è affascinante è che i 14 Paesi arabi si sono appropriati di questo brano, ciascuno convinto che fosse stato scritto per lui. Ho incontrato tunisini o libanesi che mi confidavano quanto fossero emozionati nell’ascoltarlo. Quando precisavo che la canzone non era dedicata specificamente al loro Paese, rispondevano: “Sì, è anche per noi, perché la adoriamo”. L’hanno completamente fatta loro.
Lasciamo per un attimo il repertorio arabo per tornare al 1979, quando Lei ha partecipato alla creazione di un titolo immortale. Ogni ammiratore di Dalida conosce questa perla della disco music francese: Laissez-moi danser (Monday, Tuesday). Sebbene la melodia sia firmata da Toto Cutugno, il Suo ruolo è stato determinante nella nascita di questo successo. Può dirci quale è stato il Suo contributo preciso?
Ho scritto tutta la parte in inglese. La storia è piuttosto gustosa: cenavo con un amico da Da Graziano, l’ex Le Moulin de la Galette, dove Dalida andava molto spesso. Orlando è arrivato ed è venuto a parlarmi al tavolo: “Sono davvero in difficoltà. Toto Cutugno ha composto una splendida melodia, ma c’è un gimmick musicale che non ha alcun interesse se non viene cantato”. Mi ha spiegato che il paroliere Pierre Delanoë aveva già scritto il testo francese, ma che avrebbe voluto far intervenire quattro ballerini attorno a sua sorella per cantare in inglese. Bisogna dire che all’epoca eravamo in piena onda Village People e lui voleva ricreare un po’ quello spirito creando “i Village People di Dalida”. Il suo assistente mi ha portato allora una mini-cassetta e Orlando mi ha detto: “Tieni, quando avrai finito il tuo piatto di spaghetti, mettiti al lavoro!”. Ho preso una penna e mi sono chiesto che cosa potessi scrivere che fosse accessibile al pubblico francese, che allora non padroneggiava necessariamente l’inglese. Mi servivano parole semplici, che tutti imparano a scuola. È così che ho pensato a “Monday, Tuesday”. Una volta finito, sono andato al suo tavolo: “Bruno, ho trovato qualcosa, non so quanto valga, ma mi sembra buono”. Appena gliel’ho cantato, ha urlato di gioia: “È fantastico, lo adoro!”.
Sulla scia della struttura monumentale di Génération 78 e Ça me fait rêver, nel 1982 Lei ha lanciato un nuovo medley, questa volta interamente rivolto all’Oriente: Aghāni Aghāni. Come è nata l’idea di riprendere questo formato di mosaico musicale per celebrare il repertorio arabo con Dalida?
Aghani Aghani è un’opera molto speciale. Dopo l’immenso successo commerciale di Génération 78 in Francia, Orlando cercava un’idea per il nuovo brano arabo di Dalida. All’epoca pubblicavamo un disco in arabo ogni 18 mesi o due anni circa. Gli ho suggerito allora un’idea senza sapere se sarebbe stata realizzabile: “E se facessimo un Génération 78 in arabo?”. Gli ho spiegato che bisognava selezionare i più grandi successi arabi per farne un medley. Essendo nato in Egitto, sono cresciuto con quei brani. Conoscevo alla perfezione gli interpreti e le melodie della mia giovinezza. Tuttavia, avevamo bisogno di autorizzazioni ufficiali per utilizzare opere di altri. Ho chiesto dunque a un amico rimasto in Egitto di ottenere i diritti di quei frammenti musicali, esattamente come avevamo fatto con Domenico Modugno o Gino Paoli per Génération 78 e Ça me fait rêver. Oltre a mettere insieme quei vecchi pezzi, ho composto tutta la parte originale che fungeva da filo conduttore, ciò che si chiama la ‘canzone leader’.
Un altro titolo dedicato all’Egitto è Aḥsan Nās, uscito nel 1985…
Ahsan Nas è arrivato al numero uno in Egitto al punto da diventare, anni dopo, il jingle della campagna pubblicitaria di Orange Egypt, l’ex Mobinil. Tutto è cominciato quando Orlando mi ha chiamato: Salah Jahine, il paroliere di Salma Ya Salama, era andato a trovarlo con un compositore per proporgli un nuovo brano. Orlando era convinto a metà e voleva il mio parere. Ho dunque incontrato quel compositore e ho ascoltato la loro proposta. Una volta solo con Orlando, gli ho detto sinceramente: “Bruno, l’inizio è interessante, ma il resto è da buttare”. La canzone evocava le diverse città dell’Egitto e gli ho proposto di conservare solo l’introduzione e di riscrivere tutto il resto. Alla fine, abbiamo tenuto soltanto il gimmick: “Adina bendardesh, warana eih, warana eih”. Tutta la restante melodia che conoscete è mia.
Questo successo perdura in tutto il mondo arabo attraverso brani come Gamyl eṣ-Ṣoura o l’emozionante Lebnān. Scritto nel 1986, questo titolo è uscito postumo per Dalida, diventando un affresco del Paese dei Cedri ancora più vasto del celebre Li Bayrūt di Fairuz. Come è riuscito, in quanto egiziano, a comporre quel tributo libanese nel pieno di una guerra civile così atroce? Da dove ha attinto un sentimento così giusto per una Nazione allora martoriata?
Questo sentimento veniva prima di tutto dalle mie radici: parlo il libanese, ho vissuto lì e mia madre è nata in Libano. Per questa canzone, tutto è partito da un testo che mi è stato portato, accompagnato da una cassetta in cui il poeta recitava le sue parole. Ho composto la musica direttamente sulle sue frasi. Abbiamo scritto questo brano nel momento in cui la guerra cominciava, ufficiosamente, ad attenuarsi. Orlando mi aveva affidato il testo, ma non abbiamo potuto completare del tutto la produzione, perché nel frattempo Dalida ci ha lasciati. La canzone è stata quindi mixata in modo postumo nel 1988. All’epoca, il mio metodo di lavoro era particolare: preparavo sempre delle demo in cui cantavo io stesso. Claude François mi diceva spesso che nei suoi dischi ritrovava esattamente il suono e l’universo dei miei modelli. Quando ho presentato Lebnane a Dalida, lei l’ha adorata e mi ha detto: “La tua canzone è magica!”. Oggi, con i miei problemi di salute, ho perso l’uso di un orecchio e la mia voce non è più la stessa. Quel legame tra la mia voce e la loro è stato il segreto dei nostri più grandi successi.
Grazie per questa condivisione. Jeff, arriviamo a un vertice della Sua carriera e di quella di Dalida: l’anno 1983. Lei è il compositore di Mourir sur scène, un’opera diventata il simbolo assoluto della diva nel mondo intero. Oggi il titolo è ripreso da tutte le generazioni, in Francia e all’estero. Ciò che colpisce è questo contrasto sorprendente: una melodia ritmata, quasi leggera, portata da parole di una potenza commovente. Può raccontarci la genesi di questo capolavoro?
Michel Jouveaux, il paroliere con cui avevo già scritto Il Pleut sur Bruxelles, mi aveva portato due testi: uno intitolato Bravo e l’altro Mourir sur scène. All’origine, Michel aveva scritto un testo in modo neutro, come al solito. Leggendo l’inizio di Mourir sur scène, ho avuto subito un’intuizione: “Questa canzone è per Dalida, ma devi modificarne un po’ il contenuto”. Dopo questi aggiustamenti, mi ha chiesto il mio parere sulle due proposte. Gli ho detto che Bravo non mi interessava, al contrario di Mourir sur scène. Tuttavia, poiché stavo iniziando la produzione di un giovane artista all’epoca, gli ho chiesto di lasciarmi il testo per rifletterci. Nel frattempo, Jouveaux è andato da un altro compositore che ha avuto la reazione opposta: ha scelto Bravo. Michel mi ha richiamato, divertito da questo contrasto, e io allora mi sono messo al lavoro. Ho composto la musica su quel testo che trovavo di una bellezza disarmante. Era un esercizio molto delicato perché, quando lei canta “Viens, mais ne viens pas quand je serai seule…” (“Vieni, ma non venire quando sarò sola…”), è alla Morte che si rivolge. Le parla direttamente…
Mourir sur scène è oggi considerata il vero testamento artistico di Dalida. Quei versi in cui si rivolge alla Morte “Tous les deux on se connaît déjà, on s’est vus de près, souviens-toi…” (“Noi due ci conosciamo già, ci siamo visti da vicino, ricordalo…”) risuonano come un’eco toccante del suo tentativo di suicidio del 1967. Come è riuscito, in quanto compositore, a tradurre una ferita così intima in una melodia che resta tuttavia così dignitosa e potente?
All’inizio, una parte del pubblico non aveva immediatamente compreso che Dalida si rivolgeva direttamente alla Morte. La gente non approfondisce sempre i testi. Una sera, al ristorante, Orlando si è seduto al tavolo accanto al mio e mi ha detto: “Ho una brutta notizia, Dalida non vuole registrare Mourir sur scène”. Gli ho risposto che, se lei non la sentiva, non bisognava insistere, ma lui ha voluto provarci lo stesso. Il giorno dopo, lui mi ha spiegato che Dalida temeva un doppione con la canzone Bravo, perché entrambi i titoli parlano della scena. Alla fine, lei ha accettato di fare una prova in studio. All’inizio, l’arrangiamento non funzionava. L’ingegnere del suono, che talvolta era anche arrangiatore, mi ha detto: “So perché non va. Bisogna cambiare il ritmo”. Ha preso allora una drum machine e ha messo il kick su ogni tempo, come in un brano della disco music. Immediatamente, la canzone ha preso un’altra dimensione. Abbiamo aggiunto gli archi ed è nato il brano. Orlando, invece, esitava ancora per la scelta del lato A del 45 giri. Allora, mi ha chiesto di ascoltare Les P’tits Mots e Mourir sur scène: “Jeff, sei un amico. Ascolta entrambi i titoli e dimmi quale metteresti sul lato A”. Dopo aver fatto ciò che chiedeva, l’ho chiamato: “Bruno, se fossi il produttore, metterei Mourir sur scène sul lato A. Ma tu non lo farai, perché hai paura di una canzone che parla della morte…”.
In effetti, lui ha scelto Les P’tits Mots per il lato A…
Sì: avevo ragione. Dalida era una star talmente grande che cantava spesso due o tre titoli in televisione. Così il pubblico ha cominciato ad interessarsi anche al lato B. Durante la sua vita, la canzone è diventata un elemento imprescindibile delle sue apparizioni televisive. Molto tempo dopo, nel 2007, il giovane cantante Julien Doré ha ripreso il brano nella trasmissione Nouvelle Star. È stato un enorme successo, che ha fatto scoprire la canzone alle nuove generazioni. Da allora, ho contato più di 43 versioni! C’è stata quella molto rock del gruppo Shaka Ponk, ma anche le cover di Amel Bent, Vianney e Suzane, Les Enfoirés o Marilyne Naaman. La canzone ha conosciuto una seconda giovinezza, in particolare nelle discoteche, con remix dei duo come Bon Entendeur. È così che Mourir sur scène è divenuta un’opera davvero iconica.
Oltre a capolavori profondi come Mourir sur scène o Il Pleut sur Bruxelles, Lei ha anche regalato a Dalida brani più ‘leggeri’. Come arriva ad una tale versatilità?
Rimango abbastanza modesto su questo punto. Se ho smesso di comporre oggi, è perché mi considero un vero compositore, non semplicemente un melodista o qualcuno che porta idee d’arrangiamento. Scrivo le strofe, i ritornelli, le strutture armoniche: è un sapere che non si impara, ma che si affina nel tempo. Per esempio, per Voilà pourquoi je chante, professionisti del Québec mi hanno detto che era una delle più belle melodie mai registrate da Dalida, e un regista vedeva in quel brano persino una musica da film. Sono capace di comporre opere del genere, pur essendo a mio agio anche su titoli più ritmati.
Degli esempi sono Quand je n’aime plus, je m’en vais, Soleil e Femme…
Su queste tre canzoni, il mio ruolo è stato differente. Per Quand je n’aime plus, je m’en vais, la musica è di Jacques Morali, il compositore e produttore dei Village People. È stato Pierre Delanoë a chiamarmi dopo aver parlato con Orlando. L’idea di partenza veniva da me e abbiamo rielaborato la canzone insieme. Per Soleil sono co-autore. Si tratta originariamente di una canzone italiana intitolata Mediterraneo. Abbiamo scritto il testo francese e la nostra versione è piaciuta così tanto che in Spagna hanno preferito mantenere la mia versione, Soleil (Mi Sol), perché la trovavano più popolare. Infine, il caso di Femme è stato molto complesso. La musica era firmata da Charlie Chaplin, e i suoi eredi rifiutavano categoricamente qualsiasi versione francese. Alla fine hanno accettato, ma a condizioni finanziarie terribili: noi percepivamo i diritti d’esecuzione, ma nessun diritto sulle vendite dei dischi. Era uno scandalo, ma ho accettato per onore. Per me, vedere il mio nome accanto a quello di Charlie Chaplin sull’etichetta di un 45 giri di Dalida valeva tutto il denaro del mondo. Era un’enorme fierezza! Io non ho mai lavorato per denaro. Ciò che conta per me è, prima di tutto, il successo.
La Sua musica ha davvero viaggiato. Cosa pensa del modo in cui Dalida si è appropriata dei Suoi brani in altre lingue? Per esempio, Salma Ya Salāma in tedesco o in italiano con il titolo di Uomo di sabbia; oppure Mourir sur scène, trasposta in Quando nasce un nuovo amore, Born to Sing o Morir cantando. Come guarda a questa universalità delle Sue composizioni?
Ritengo che, quando una canzone diventa un successo e l’estero chiede degli adattamenti, sia preferibile, secondo me, conservare la lingua, il titolo e i temi originali, per non snaturare l’opera. Nonostante questa convinzione, devo dire che Dalida amava particolarmente interpretare Uomo di sabbia.
A questo proposito, l’artista turca Ajda Pekkan, con la quale Lei ha collaborato, ha scelto di rimanere molto fedele allo spirito originale di Mourir sur scène nella sua Bir Gece Sahnesi.
Conosco molto bene Ajda Pekkan: ho composto una quindicina di canzoni per lei. Ho saputo che aveva ripreso questo titolo e che ne aveva rispettato il testo.
Lei ha anche un’esperienza interessante legata a Born to Sing…
Sì! Il paroliere di Born to Sing era Norman Newell, un monumento della canzone che ha firmato immensi successi negli Stati Uniti. È lui, per esempio, ad aver adattato il celebre brano di Mina, Grande, Grande, Grande, diventato Never, Never, Never per Shirley Bassey. È anche lui che ha scritto le parole inglesi di More, uno standard che ha fatto il giro del mondo. Newell è arrivato in studio con il suo compagno mentre stavamo registrando con Dalida. Orlando lo ha ricevuto e, dopo aver ascoltato Mourir sur scène e Les P’tits Mots, Norman mi ha detto: “Mi piace il Suo modo di comporre, la Sua musica è molto popolare!”. Mi ha assicurato che con testi in inglese, le mie canzoni avrebbero potuto interessare interpreti molto importanti. Effettivamente, quando ha scritto il testo di Born to Sing, è stata Shirley Bassey a registrarlo. Ma per me è stata una catastrofe. Non potevo dirlo troppo forte all’epoca, perché chi avevo attorno esultava: “È fantastico, sei cantato da Shirley Bassey!”. Sapevo bene che, per la mia reputazione, era una consacrazione, ma, artisticamente, la versione era orribile.
Lei ha questo dono raro di saper “cucire” una canzone sulla pelle di un artista, come se fosse destinata a lui da sempre. Quando componeva per Dalida, le cui ferite erano così profonde, come si svolgeva il Suo processo creativo?
Le Sue domande sono molto metafisiche (ride, n.d.r.)! È difficile rispondere con precisione, ma penso che, ovviamente, quando si crea, lo si fa con la propria sensibilità. Faccio parte di quei rari compositori che hanno un bisogno vitale del testo. Se le parole non mi parlano, l’ispirazione non arriva. Prendiamo l’esempio di Depuis qu’il vient chez nous. Il testo mi era stato inviato via fax dalle paroliere. Era un tema molto delicato per l’epoca, molto più di oggi. L’avevano scritto pensando a Dalida, ma io ho risposto: “È una cosa pensarci, un’altra cosa trovare la musica che convenga”. La struttura del testo, con le sue rime interne e il suo ritmo atipico, mi ha immediatamente ispirato. Sono andato da Orlando con queste due donne, cosa che non facevo mai. Ascoltandomi, mi ha detto: “È magnifico, ma con un tema del genere le radio lo rifiuteranno”. Ma il brano è uscito comunque. Nelle mie canzoni, prestavo un’attenzione estrema agli arrangiamenti e all’orchestrazione; cercavo sempre di guidare gli arrangiatori affinché rispettassero l’intenzione con cui avevo scritto. Per quanto mi riguarda, la mia sensibilità emerge se il testo mi ispira. Per Mourir sur scène, non avevo alcun desiderio di perdere la mia vita sotto i riflettori! Ma, leggendo quelle parole, sono stato trasportato. Non ho mai cercato di scrivere su misura per gli artisti, salvo forse per Dalida. La mia musica si armonizzava naturalmente con lei: scrivevo con il cuore.
All’epoca, mentre componeva brano dopo brano, aveva la consapevolezza che stava segnando la storia della Canzone con la Sua impronta?
Ero un ammiratore di Dalida della prima ora, fin dai suoi esordi in Egitto. In seguito, la vita mi ha un po’ allontanato da lei: vivevo in Francia e ascoltavo altri artisti. Quando ho cominciato a collaborare con lei, sapevo ovviamente che era una star immensa, ma non avevo ancora percepito il suo impatto reale sul pubblico, né la fortuna incredibile che avevo di lavorare per una donna simile. Bisogna dire che, quando si condivide il quotidiano di una persona per 10 anni, tra cene, partite a carte, vacanze e viaggi, la vicinanza diventa tale che si finisce per dimenticare la dimensione dell’icona con cui si sta trascorrendo il tempo. È solo da quando ci ha lasciati che ho compreso pienamente ciò che rappresentava. Adesso, quando vedo le reazioni delle persone attorno a me quando dico che sono stato il compositore di Dalida, trovo che sia assolutamente impressionante.
Lei possiede questo dono raro di abitare l’anima delle persone, lasciandovi un’eco eterno attraverso i Suoi testi e la Sua musica…
Le Sue parole mi toccano e mi mettono un po’ in imbarazzo. Ho avuto un’enorme fortuna a collaborare con Dalida, e ne traggo un grande orgoglio. Se dovessi confessare una preferenza personale, i titoli che mi stanno più a cuore sono quelli come Pour en arriver là. Ne ho composto la musica perché trovavo il testo assolutamente magico: amavo questa Dalida più classica, più tradizionale. Il tempo mi ha dato ragione. Al di là della donna, se si osserva oggi il repertorio che permane e continua a vibrare, una parte immensa proviene dalla nostra collaborazione. Antoine Angelelli, l’ex assistente di Orlando, mi confidava recentemente quanto l’impatto di Mourir sur scène resti fenomenale, sia nelle discoteche sia altrove: è una vera follia. Lo constato concretamente attraverso la continuità dei miei diritti d’autore.
Jeff, molti anni fa ha scritto un libro essenziale su Dalida. Lo scorso ottobre è stato ospite d’onore dell’Association Culturelle Égypto-Suisse a Ginevra per la conferenza “Dalida: le sue canzoni, la sua storia” presso l’Institut des Cultures Arabes et Méditerranéennes – L’Olivier. Quale ricordo conserva di quell’incontro?
Questa conferenza a Ginevra è nata da un invito dell’Association Culturelle Égypto-Suisse e della sua Presidente, la Signora Gihane Mokhtar-Brandt. È stato un amico comune a chiamarmi mentre ero in vacanza nel Sud. Ho accettato di raccogliere la sfida. Ho sempre preferito restare un uomo dell’ombra. Non avevo una legittimità ‘ufficiale’ per essere lì, non essendo né membro della sua famiglia, né della sua squadra di produzione, né della sua casa discografica. Tuttavia, la mia vera legittimità l’ho acquisita grazie alla fiducia assoluta che Dalida mi ha accordato e, lo dico con modestia, grazie al successo dei 24 titoli ai quali ho avuto l’onore di partecipare. Ho strutturato la mia conferenza attorno a quattro temi principali. Il primo riguardava il mio arrivo in Francia dall’Egitto, quel punto comune essenziale che ha permesso ai nostri cammini di incrociarsi. Il secondo era dedicato ai retroscena del nostro lavoro creativo, in studio e a casa sua. Il terzo trattava del nostro legame sociale e amichevole: al di là della musica, ero diventato un vero confidente. Infine, il quarto tema affrontava il suo incredibile lascito: il successo di Dalida dopo la sua scomparsa è quasi più impressionante della sua carriera da viva.
Può parlarci un po’ della Sua opera?
All’inizio, il libro si intitolava Dalida, histoire d’une femme. Sette anni dopo la sua scomparsa, sono stato intervistato in televisione dal giornalista politico Alexandre Baloud, che mi ha chiesto perché avessi aspettato così tanto prima di scrivere. Gli ho risposto che non volevo fare un libro interessato: non era una questione di denaro, ma la volontà di dare una vera testimonianza. Avevo persino pensato di intitolarlo Dalida : mes 4 000 jours d’amitié, poiché 10 anni di amicizia rappresentano circa 4.000 giorni. Ma il titolo era troppo lungo per la copertina. Ho quindi optato per la semplicità. Più tardi, un grande editore francese ha voluto ripubblicare il libro aggiornandolo. È così che è nato Dalida, la femme de cœur. È essenzialmente lo stesso libro, ma arricchito da pagine supplementari e nuove storie che ho aggiunto, o ricordi che avevo messo da parte. Si trattava anche di evocare ciò che accadeva dopo la sua partenza, poiché il suo lascito continua a vivere. Questa riedizione era una richiesta specifica dell’editore, che non voleva offrire una semplice copia. Il primo libro aveva già conosciuto un enorme successo: ho conservato un pressbook straordinario, interamente dedicato ai ritorni della stampa su quel primo volume.

Lei è diventato molto più che un collaboratore per Dalida: Lei era un amico intimo. Finora abbiamo evocato la figura della diva. Ma chi era realmente Iolanda Gigliotti, quando i riflettori si spegnevano? Che donna si nascondeva dietro il mito?
Per me, Iolanda Gigliotti era una donna rimasta bambina: estremamente sensibile, ma anche molto determinata. Sapeva esattamente ciò che voleva e ciò che rifiutava. Eravamo molto vicini. Mi invitava spesso a cena a casa sua perché apprezzava le nostre conversazioni. Questo ha creato tra noi un legame davvero speciale. C’era sempre in lei una frattura interiore. Penso che non abbia mai veramente superato quella famosa ferita nata dal suo primo dramma, nel 1967, dopo la morte di Luigi Tenco. Non lo ha mai dimenticato, né davvero accettato. Ma, oltre a Luigi, è la ripetizione tragica del destino che l’ha segnata: vedere un primo, poi un secondo, poi un terzo compagno togliersi la vita non può che influenzare la psiche di una donna. La sua sensibilità era fuori dal comune. Ho notato che circa due anni prima di lasciarci, non era già più completamente presente. Faceva il suo dovere di vedette, ma il suo spirito era altrove. Raggiunti i 50 anni, ha preso coscienza della sua solitudine. Era una superstar, ma la sua vita era diventata monotona. Aveva ottenuto tutto, assolutamente tutto, ma non nella sua vita privata.

Nella trasmissione francese Le Jeu de la Vérité, Dalida aveva detto: “Ho avuto successo nella vita, ma non nella mia vita”. Con il tempo, alcuni drammi della sua intimità sono stati rivelati. Jeff, Dalida Le aveva confidato qualcosa?
La mia intimità con Dalida non passava attraverso le parole, ma attraverso una fiducia che non si definisce. Vi racconterò un aneddoto che illustra questo legame. Nel 1985, come diceva, Dalida è stata ospite della trasmissione di Patrick Sabatier, Le Jeu de la Vérité. Era un programma in diretta, seguitissimo, con quasi 9 milioni di telespettatori. L’esercizio era rischioso perché il pubblico poneva domande senza filtri. Prima della messa in onda, Dalida era molto angosciata. Alla fine, è stata perfetta. Ha cominciato con la canzone Le temps d’aimer e ha concluso magistralmente con Mourir sur scène. Durante i titoli di coda, il mio telefono è squillato. Era Jacqueline, la sua vestiarista, che mi ha detto: “Ti passo Dalida”. Mi ha chiesto subito: “Jeff, com’è andata? Dimmi la verità!”. Le ho risposto: “Sei stata perfetta, tranne che hai risposto a due domande che non ti hanno nemmeno fatto!”. Era così preoccupata che aveva finito per dire la sua età in diretta senza che nessuno glielo avesse chiesto. Allo stesso modo, si era un po’ dilungata troppo sulla filosofia del suicidio. Mi ha ascoltato e le ho chiesto: “Ma perché chiami me? Sei circondata da tutto il tuo entourage…”. Mi ha risposto semplicemente: “Perché tu mi dici sempre la verità”. È un segno di fiducia che non potrò mai dimenticare. È molto toccante, sono momenti incisi per sempre.

Grazie per questa condivisione così preziosa. Avrebbe un altro ricordo che desidera raccontarci?
Nel 1980, in seguito a un diverbio senza grande importanza con suo fratello, avevo smesso di lavorare con lei per sei mesi. I nostri cammini si sono incrociati di nuovo ad Atene, durante il Festival della Rosa d’Oro, in cui due delle mie canzoni erano state selezionate. Charles Aznavour e Joe Dassin erano anch’essi presenti. Dopo lo spettacolo di Dalida, che è stato un immenso trionfo, siamo stati tutti invitati su una barca per un ricevimento grandioso. C’erano circa 90 persone e lo champagne scorreva a fiumi. Quando sono salito a bordo, non avevo notato che Orlando fosse proprio dietro di me. A un certo momento, Dalida si è girata verso di noi e, con un gesto deciso, mi ha spinto verso suo fratello. Ci ha detto: “Basta con questa storia!”. Ne aveva abbastanza del fatto che non ci parlassimo. Voleva assolutamente che riprendessi la nostra collaborazione e che ritrovassimo quella vicinanza. In fondo, non eravamo davvero arrabbiati: era una questione sciocca di un contratto che non mi conveniva. Ma questo era il carattere di Dalida: quando amava qualcuno, lo amava davvero, e non lasciava che nulla intaccasse quell’amicizia.
Quali sono i Suoi rapporti oggi con l’entourage di Dalida?
Manteniamo rapporti molto buoni. Nel 2023, Orlando ha voluto pubblicare una nuova versione di Mourir sur scène. Personalmente, ho sempre preferito la versione originale, ma alla fine ha seguito la sua intuizione.

Un altro piccolo aneddoto?
Ce ne sono molti! Per esempio: Dalida provava solo con i bigodini in testa prima di apparire in televisione. Nel 1983, una delle mie sorelle, che per tanti anni è stata la principale collaboratrice del Presidente della maison Pierre Balmain per il Sud America e parte del Nord, mi ha chiamato per sottopormi un’idea: “Potresti chiedere a Dalida se accetterebbe di venire a inaugurare il nostro showroom di San Paolo?”. Lei ha detto di sì. Quando siamo arrivati in Brasile, io mi consideravo un po’ il suo angelo custode.

Jeff, se dovesse riassumere in una sola frase l’essenza di ciò che Dalida rappresentava per Lei, sul piano artistico e umano, quale sarebbe?
Le Sue domande sono molto belle, ma anche molto complesse (ride, n.d.r.). Per me, Dalida rappresentava prima di tutto un esempio. Quando sono arrivato in Francia, lei era già una star affermata. Il suo successo, come quello di altri artisti nati in Egitto, come Claude François o Richard Anthony, è stato il motore della mia partenza. In quanto egiziano, volevo anch’io lasciare un segno. Dalida incarnava quella speranza. Più che un mestiere, la musica era per noi una passione, ma una passione che bisognava esercitare con estremo rigore. È un ambiente in cui non bisogna prendersi troppo sul serio, pur mantenendo una serietà assoluta sul lavoro. Dalida ne era il modello perfetto: era un’enorme professionista, quasi maniacale, e di una precisione incredibile. Non c’è segreto: non si costruisce una carriera come la sua senza una tale esigenza. Oltre al lavoro, era veramente un’amica. Per 10 anni, passavo tutte le mie domeniche da lei. Nel 1982, sono stato persino invitato a trascorrere 15 giorni nella sua casa in Corsica, dove mi rubò una maglietta (ride, n.d.r.)! Le piaceva talmente tanto che mi ha chiesto se potessi dargliela. Ridendo, le ho detto: “Prendila subito!”. Erano tempi meravigliosi… eravamo giovani e belli! Questa vicinanza e questa disciplina sono i ricordi più forti che conservo di lei.
Entrambi parlavate diverse lingue. Come comunicava con Dalida?
Comunicavamo principalmente in francese e, di tanto in tanto, in italiano. Invece, quando volevo dirle qualcosa in tutta discrezione, utilizzavo l’egiziano. Era il nostro codice segreto: per esempio, se volevo metterla in guardia contro qualcuno che non mi sembrava molto sincero, le sussurravo l’informazione nel nostro dialetto affinché nessun altro potesse capire.

Poco fa, evocava questa complicità unica e le vostre parole condivise in egiziano. Ma che cosa rimane nel Suo cuore del momento in cui questo dialogo si è spezzato? Può confidarci come ha vissuto l’istante sospeso in cui ha appreso la notizia della sua partenza?
L’ho saputo dalla televisione: mi stavo radendo. Mia madre, che viveva in Egitto, era venuta a trascorrere qualche giorno da me. All’improvviso il fulmine a ciel sereno: “Il mondo dello spettacolo è in lutto, la cantante Dalida si è tolta la vita”. Sono salito in macchina e sono corso a casa sua. I 15 giorni che sono seguiti sono stati terribili. Ma vi confiderò qualcosa che mi ha profondamente toccato. Tre anni prima della sua scomparsa, nel 1984, avevo composto per lei la canzone Pour en arriver là. All’epoca, ero molto preso dal successo del mio brano Le Géant de Papier, ma Michel Jouveaux mi aveva chiamato dicendo: “Pare che Dalida cerchi dei brani”. Cercava un appiglio e mi ha detto: “Ha una vita strana questa donna… ha della tristezza nello sguardo e nel sorriso”. Gli ho risposto che effettivamente aveva vissuto molti alti e bassi. È stato allora che ha detto quella frase: “Tutto questo per arrivare a questo punto?”. L’ho fermato subito: “Il tuo titolo è qui! Scrivimi una canzone che si chiami Pour en arriver là!”. Il brano è uscito in un album, ma è rimasto inizialmente poco conosciuto. Tre settimane dopo la scomparsa di Dalida, Orlando mi ha chiamato. Era in uno stato indescrivibile. Mi ha invitato nel suo ufficio: “Ho una sorpresa per te”. Mi ha mostrato il nuovo 45 giri che si apprestava a pubblicare: era Pour en arriver là. Vedendo la copertina, gli ho detto sinceramente: “Oggi niente può farmi davvero piacere, e trovo questa foto triste, vecchiotta… non le rende giustizia”. Senza dirmi nulla, Orlando ha chiamato la casa discografica e ha fatto rifare la copertina. Qualche tempo dopo, mi ha richiamato per mostrarmi la nuova versione, molto più fedele all’opera. Gli ho chiesto perché avesse scelto proprio quel titolo. Mi ha risposto: “Perché qualche settimana prima di lasciarci, Dalida mi ha fatto andare da lei e mi ha detto: «Ho riascoltato tutte le mie canzoni. Quella che parla più di me, quella che racconta veramente la mia vita, è quella di Michel Jouveaux e Jeff Barnel: Pour en arriver là»”. Oggi Mourir sur scène è divenuta immortale, ma sono convinto che un giorno o l’altro Pour en arriver là sarà riconosciuta per ciò che è: il suo specchio più fedele.
Jeff, Lei parlava di Pour en arriver là come di uno “specchio fedele” della vita di Dalida. Ciò evoca la dualità tra la donna e l’artista, ma anche quella ricerca di identità che tutti portiamo dentro. La Sua magnifica composizione Ensemble sembra proprio illuminare questo dialogo tra le diverse voci dell’essere umano. Ce ne vuole parlare?
La ringrazio molto. Era un’idea che avevo avuto fin dall’inizio, ben prima che il titolo diventasse Ensemble. Contrariamente al solito, la musica è nata per prima. Quando l’ho portata ad Orlando, non avevo ancora un testo, ma avevo già un concetto in mente: canticchiavo continuamente “Iolanda, Iolanda…”. Bruno mi ha chiesto: “Ma cos’è questo ‘Iolanda’ che canti?”. Gli ho spiegato la mia idea: Iolanda e Dalida che si parlano. L’ha trovata immediatamente eccellente e mi ha detto: “È una pista formidabile. Fai scrivere il testo!”. Allora mi sono recato da Michel Jouveaux e abbiamo rifinito insieme quelle parole.
Lei che ha vissuto così intimamente l’artista e che ha dato vita a questa canzone, riusciva a distinguere chiaramente dove finiva l’icona e dove cominciava la donna?
Ovviamente. L’unico rammarico, per me, riguarda il video realizzato per la televisione. Ero presente durante le riprese e non avevo capito, sul momento, che una sequenza avrebbe posto un problema: quella in cui Dalida appare bruna davanti allo specchio. In quel passaggio preciso, il suo strabismo è purtroppo molto accentuato, e trovavo che non le rendesse giustizia. Poiché quella clip veniva trasmessa molto spesso, ho chiamato Orlando. Gli ho proposto di smettere di mandarlo in onda. Gli ho spiegato che sua sorella non era affatto valorizzata. Mi ha risposto: “Ma Jeff, è sempre stato il suo dramma personale…”. Al che ho ribattuto che non vi era una ragione per imporre questa immagine al pubblico. Posso assicurare che, facendo questo, andavo contro i miei stessi interessi, poiché ogni diffusione mi portava diritti d’autore. Ma non importava: non potevo accettare che si desse di lei quell’immagine. Il mio affetto per Dalida veniva prima di tutto.
Questa canzone è un po’ la storia di ognuno di noi: tentare di incontrare sé stessi e di fare pace con le proprie sfaccettature. Lei e Dalida avete aperto al pubblico un cammino verso l’accettazione della propria complessità. Grazie alla Sua enorme sensibilità, ha messo in luce un tema molto moderno per il suo tempo: era il 1981…
È molto gentile, grazie. Con il tempo e il successo, ho potuto imporre i miei temi. Se per Depuis qu’il vient chez nous ho semplicemente messo in musica il magnifico soggetto delle paroliere, la canzone Ensemble è molto più personale: ne ho iniziato il concetto e ho partecipato attivamente alla scrittura del testo. Spero davvero che il pubblico percepisca questa ricerca di cui Lei parla, perché, al di là dell’icona, c’è effettivamente l’essere umano che si cerca.
Jeff, Le manca Dalida?
Terribilmente. Ma manca a tutta la Francia. Non è un caso se è tornata di moda attualmente. Questo ritorno esprime un vero bisogno: quello di ritrovare grandi canzoni classiche, portate da voci autentiche e timbri immediatamente riconoscibili. Se è così ben classificata su Spotify o Deezer, è perché il pubblico ha sete di questa sincerità. Personalmente, mi manca sul piano amicale, perché il nostro incontro è stato un vero colpo di fulmine. Avevo un posto speciale. Attorno alle star internazionali ci sono spesso parassiti, persone che si attaccano per interesse, ma non era il mio caso. La mia presenza accanto a lei era legittimata dalle mie canzoni, che lei amava profondamente. Dalida accordava la sua fiducia a pochissime persone: con una tale notorietà, si diventa naturalmente diffidenti verso chi cerca di approfittarne. Lei sapeva che il mio legame con lei era puro: Iolanda mi vedeva come un vero amico. Dali se n’è andata troppo presto, ma questo le ha permesso di divenire eterna…
Se ho combattuto in piedi contro le ombre
Dalida, Voilà pourquoi je chante – Jeff Barnel, Pascal Sevran
E mi sono nascosta nella notte per soffocare la mia voce
Applausi e lacrime saranno la mia ricompensa
Per un sipario che cala, un altro che si alza
Domani e tra mille anni, Io ricomincerò…
Nel 2005, è tornato ad immergersi nell’intimità di Madame Gigliotti per un progetto di grande ambizione: la miniserie Dalida, trasmessa su Canale 5. Lei, in qualità di coach, ha accompagnato la star italiana Sabrina Ferilli per aiutarla ad incarnare l’icona. Quale ricordo conserva di quell’esperienza?
Sì, la vita è fatta di curiose coincidenze. Poiché lavoro nel settore immobiliare, un’amica ha chiamato per dirmi: “Jeff, stanno cercando una casa in Francia per le riprese di un telefilm su Dalida”. Mi ha messo in contatto con un certo Dimitri, che voleva parlarmi dopo aver saputo che ero stato il suo compositore. Non conoscevo ancora la regista, Joyce Buñuel, ma li ho invitati entrambi a cena a casa mia, senza immaginare minimamente l’interessante piega che questa avventura avrebbe preso. Appena entrata, Joyce ha visto i miei numerosi dischi d’oro e ha detto: “Ma è Lei che ha scritto tutto questo? Deve assolutamente parlarmi di Dalida!”. Colpita dal nostro scambio, ha telefonato immediatamente alla produttrice francese per dirle che aveva trovato la persona ideale per assisterla nel film. Tre giorni dopo, mi ha invitato per presentarmi l’attrice protagonista. È stato così che ho incontrato Sabrina Ferilli, che era di una gentilezza e di una cordialità straordinarie. Scoprendo che parlavo italiano, mi ha detto: “Quando tornerò a Roma, mi organizzerò con Mediaset: voglio che tu sia il mio coach”. Le ho fatto notare che tutto sarebbe stato in playback, e lei rispose: “Lo so, ma per riuscire a fare bene il playback ho bisogno di te!”. Poco dopo, mi ha chiamato per confermarmi che il contratto sarebbe arrivato. Per la lavorazione, siamo partiti per la Bulgaria: ho passato 15 giorni intensi con lei e con Joyce. Ridare vita a Dalida accanto a una grande attrice italiana così adorabile è stata l’esperienza della mia vita, un momento unico e indimenticabile.
Ha conservato questo legame così prezioso con la squadra della serie?
Ho mantenuto un eccellente rapporto con Joyce, ma purtroppo non sono riuscito a raggiungere Sabrina telefonicamente due anni dopo. Avevo delle cose da dirle. Probabilmente avrà cambiato numero nel frattempo. Eppure, durante le riprese, eravamo stati estremamente vicini. Anche se la produzione aveva previsto un hotel specifico per lei, per Christopher Lambert e Alessandro Gassmann, lei mi chiamava continuamente: “Vieni a mangiare con noi, Jeff!”. È stato un periodo gioioso. Questa esperienza è stata straordinaria per me perché mi ha permesso di scoprire il mondo del cinema e delle fiction, un universo che ho adorato esplorare. In Francia, il progetto è stato un enorme successo: trasmesso in due parti, ha riunito ogni volta 6 milioni di telespettatori. Per il pubblico francese, raggiungere dei numeri del genere è una performance eccezionale.

Jeff Barnel: “Mi chiamo Georges Barnoti…”
Abbiamo a lungo evocato Dalida la star, Iolanda la donna e tutto ciò che rappresenta nella Sua vita. Ma, se mi permette, chi è Georges Barnoti?
Sono io (ride, n.d.r.). Sono nato in Egitto all’interno di una famiglia della borghesia siro‑libanese. Sono cresciuto con le mie quattro sorelle. Come tutti i figli di buona famiglia, ho studiato al Collegio dei Gesuiti e poi all’Università Americana del Cairo.
Il cognome Barnoti ha una risonanza particolare. Come si inserisce nella storia delle Sue radici siro‑libanesi?
All’origine, la mia famiglia si chiamava Sakkal. Il mio bisnonno possedeva piantagioni di tabacco in Siria, una pianta che in dialetto locale si chiama Barnout. Nei Paesi arabi era frequente essere designati con il proprio mestiere piuttosto che con il cognome ufficiale. Le persone avevano preso l’abitudine di dire: “Ecco che arriva il Barnoti” oppure “Ho incontrato il Barnoti l’altro giorno”. Quando mio nonno è stato registrato all’anagrafe, è stato mantenuto quel cognome. Allora quei cambiamenti erano possibili in quella regione del mondo.

Qualcuno diceva che avesse delle origini italiane…
Non è vero! Eppure, per tutta la vita, a causa di quella consonanza, ogni volta che pronunciavo il cognome Barnoti, mi si chiedeva sistematicamente se fossi italiano.
Ha menzionato prima che parlava italiano con Dalida e con Sabrina Ferilli. Come ha imparato la lingua di Dante Alighieri?
Quando vivevo in Egitto, era un Paese profondamente cosmopolita, dove convivevano greci, armeni e italiani. La radio rifletteva questa diversità, con programmi diffusi in tutte le lingue. Ogni giorno, verso le 17, non perdevo mai la trasmissione italiana, che proponeva notiziari seguiti dall’appuntamento musicale Canzoni per voi. Appassionato di musica fin dalla giovane età, ascoltavo quei brani per restare aggiornato su ciò che si creava in Italia. Ammiravo Luciano Tajoli, Claudio Villa, Nilla Pizzi. Ero un fervente ammiratore di Mina, Domenico Modugno, Tony Dallara e Nico Fidenco. Le voci di Sergio Endrigo e Luigi Tenco, che ha interpretato la meravigliosa Ho capito che ti amo, mi trasportavano, così come l’energia di Rita Pavone. Grazie a quelle rubriche, imparavo le canzoni in modo fonetico: senza parlare la lingua, cantavo già a memoria Il cielo in una stanza o Sapore di sale. È così che sono nati la mia familiarità e il mio amore per questa cultura. Più avanti, la vita ha rafforzato questo legame: mia sorella ha sposato un uomo romano e, oltralpe, avevo molti amici. Ho perfezionato il mio italiano senza mai studiarlo, semplicemente parlandolo quotidianamente con le mie nipoti. Infine, negli anni Ottanta, questo percorso è sfociato nella creazione di due brani in italiano: Se un amore non c’è più e Mai. Quest’ultimo è stato un immenso successo in Francia.
Qual è stato l’elemento scatenante che L’ha spinta a lasciare Il Cairo per l’Europa?
È stato il mio incontro con un’amica cantante. Sono diventato il suo pianista accompagnatore. Questa donna, molto introdotta nell’élite egiziana, si chiamava Michaële. È diventata poi una paroliera leggendaria in Francia, firmando successi come Gigi L’Amoroso per Dalida. È stata lei ad agire da catalizzatore. Mentre mi preparavo a studiare Chimica e Fisica all’Università Americana del Cairo, mi ha detto: “Tu non sei fatto per questo, il tuo posto è nella musica!”. Mio padre era già deceduto e partire in Europa per diventare musicista era uno scandalo nella mia famiglia. Mia madre ha accettato, ma a una condizione: “Ti darò la mia autorizzazione e il mio sostegno solo quando avrai la tua Laurea. Anche se finirai a cantare nella metropolitana, avrai sempre quel bagaglio per rialzarti”.
La Sua partenza dall’Egitto sembra una vera odissea, che L’ha condotta prima in Libano e poi a Parigi. Ha provato nostalgia per il Suo balad e per il Suo nās?
Ciò che mi è mancato di più è stata ovviamente la mia famiglia, rimasta lì. In compenso, conservo un ricordo particolarmente doloroso della mia scolarità in Egitto: sono anni che non mi evocano nulla di buono.
Se non è troppo indiscreto, quali sono le ragioni che hanno lasciato un ricordo così amaro dei Suoi anni di scuola?
I miei brutti ricordi scolastici derivano dal fatto che avevo saltato due classi. Ero molto in anticipo e sono stato inserito in un istituto dove gli alunni erano molto più grandi di me. La mia famiglia è dovuta intervenire affinché potessi entrare nel cosiddetto Grand Collège, ma mi sono ritrovato con compagni di 3 o 4 anni più grandi. A 12 anni, questa differenza è enorme. Ero un po’ il capro espiatorio. Non dirò che ero vittima di bullismo, ma quasi: i bambini sanno essere molto crudeli. Detestavo ciò che studiavo, lo facevo solo per obbligo sociale. Quella famosa Laurea era la condizione imprescindibile per ottenere l’autorizzazione a lasciare il Paese, poiché ero ancora minorenne.
Potrebbe raccontarci come la parentesi libanese abbia trasformato il giovane laureato in artista?
La mia famiglia aveva pochi mezzi. Siamo stati colpiti duramente dal sistema politico nasseriano: mio padre possedeva un grande sala da tè molto rinomata in Egitto, ma è stato nazionalizzato e sequestrato. Da un giorno all’altro, lui non poteva più mettere piede nel suo stesso locale. In questo contesto, ho lasciato il mio Paese per la musica, senza altro che un abito e un piccolo bagaglio. Per lasciare Il Cairo, mi è stato fatto un contratto per lavorare all’estero. Sono passato prima dal Libano, dove viveva una mia sorella, e lì ho iniziato il mio percorso. Molto rapidamente sono diventato una celebrità locale: ho registrato un 45 giri prodotto dalla RCA, il mio nome appariva sugli schermi cinematografici e ho vinto persino il primo premio di un prestigioso concorso di canto. Sono stati inizi molto positivi, ma la fama in Libano non era il mio obiettivo finale. Nonostante quel successo fulmineo, la mia ambizione rimaneva immutata: non era in Oriente, ma in Europa che volevo fare carriera ed emergere.

Dopo i Suoi successi libanesi, ha finalmente varcato la soglia della capitale francese. Qual è stato il Suo primo contatto con Parigi?
Una volta ottenuta la Laurea, sono arrivato a Parigi a 20 anni, senza un soldo e senza nessuno. La Francia era l’unico Paese al mondo dove non avevo alcun parente. I miei inizi sono stati duri. Fortunatamente, due fratelli egiziani, miei amici intimi, mi hanno ospitato per mesi. Loro mi hanno offerto vitto e alloggio. Senza il loro aiuto, non ce l’avrei mai fatta: non lo dimenticherò mai. Mi sono fatto da solo, edificando la mia carriera passo dopo passo.
Jeff, guardando i Suoi occhi, si rimane colpiti dalla luce del Suo sguardo. Hanno una certa ingenuità, nel senso più nobile del termine. Arrivando dal Cairo così giovane in una metropoli come la Ville Lumière, i Suoi occhi si sono trovati di fronte a realtà che avrebbe preferito non vedere?
A dire il vero, no. Quando sono arrivato in Francia, avevo lo sguardo della mia età: quello di un appassionato di musica che arrivava per provare a fare successo. Ero giovane e pieno di pazienza. Ma come tutti gli artisti, sono sempre stato un ragazzo molto angosciato. Non appena le cose non giravano esattamente come volevo, l’inquietudine prendeva il sopravvento. Ho impiegato 7 anni prima di poter finalmente vivere del mio mestiere. Durante quel periodo, bisognava pur mangiare. Non ho mai avuto rimpianti. Ho persino scritto una canzone, rimasta inedita, intitolata Il n’y a rien de pire que les regrets. Diceva che si vive una sola volta. Ho avuto anche la fortuna di collaborare con persone che hanno permesso di realizzarmi professionalmente. È essenziale, perché passare la vita a lavorare con persone difficili e senza successo, non è una vita.

Come è nata la Sua carriera professionale?
Tutto è cominciato quando ho presentato la canzone Comme les autres all’etichetta Disques Flèche di Claude François. Il direttore artistico ha avuto un vero colpo di fulmine e mi ha fatto firmare tre giorni dopo. Ho scoperto dopo che Claude, già superstar, aveva deciso di registrarla anche lui. Sul momento, ero furioso, perché temevo per la mia versione. Appena arrivato dal Cairo non capivo ancora la fortuna immensa di essere cantato da un’icona simile.
Come les autres è il Suo primo successo in Francia. Ma da dove è nata precisamente?
Ad essere onesti, la scintilla è venuta da una canzone di Serge Lama che trattava lo stesso tema, che avevo ascoltato quando ero ancora in Egitto. Ma la sua era molto più violenta. Quando Claude François ha detto che voleva cantarla, mi sono opposto fermamente presso il suo direttore artistico. Era inaudito: le persone facevano la fila per essere ripresi da lui a causa dei diritti d’autore, e io rifiutavo! Il mio primo 45 giri è stato fatto in condizioni disastrose. Io, che amo lavorare in stretta collaborazione con i musicisti, sono stato escluso dall’arrangiamento, realizzato in Inghilterra senza di me. Ho trovato il risultato orribile, soprattutto perché hanno usato la stessa base musicale per la sua versione e per la mia. Alla fine, il mio disco è uscito e ha cominciato a passare in loop su RTL, la prima radio di Francia. Alla fine, ho capito che in Disques Flèche c’era posto solo per lui. Allora, ho scritto una lettera per chiedere di andarmene.
E poi?
Dopo questa esperienza e la partecipazione all’Eurovision nel 1975 con Nicole Rieu, è arrivata Dalida. Ma il mio più grande successo personale come produttore rimane Le Géant de Papier nel 1984. Avevo composto quella musica già nel 1977, ma nessuno la voleva a Parigi. In studio ho incontrato Jean‑Jacques Lafon. Mi sono innamorato della sua voce eccezionale. Poiché nessuno credeva al brano, ho deciso di fare tutto da solo: produzione, management, edizione. Il Cielo mi ha ascoltato: è diventato un classico assoluto in Francia e nei Paesi vicini. È questa canzone che mi ha veramente messo al sicuro, economicamente parlando.
Ci diceva che al Suo arrivo in Francia la Sua ambizione principale era la scena. In quale momento ha capito che il Suo vero destino si giocava forse nell’ombra? Come ha vissuto questa transizione interiore, accettando che il Suo genio si esprimesse soprattutto attraverso la voce degli altri?
È una presa di coscienza estremamente difficile. Non nascondo che il sogno di ogni autore‑compositore è salire sul palco, diventare famoso ed esibirsi all’Olympia. Esiste una canzone di Charles Aznavour, Je m’voyais déjà, il cui testo illustra con precisione il mio percorso, e senza dubbio quello di tutti i creatori che tentano la fortuna. Come in quel brano di Aznavour, devo dire che non sono stato aiutato. Le case discografiche probabilmente non osavano dirmi chiaramente: “Lei non è fatto per il palco, il Suo talento è nella scrittura; non ha il look adatto”. Perché non bisogna mentire: l’immagine conta enormemente. Per Dalida, ad esempio, il suo personaggio rappresentava il 30 o il 40% del suo successo. Io non avevo quel fascino. Decidere, da un giorno all’altro, di farsi da parte per scrivere solo per gli altri è stato uno strazio. Ma io sono una persona determinata e bisognava pur vivere. Quando ho capito che le mie composizioni suscitavano un vero interesse e cominciavano a imporsi, ho capito che la mia strada era quella. Ho finito per eccellere nell’ombra.
Jeff, oggi sta attraversando quella che viene dolcemente chiamata “la bella età”. Prima ha evocato Aznavour e la sua Je m’voyais déjà come la colonna sonora della Sua vita. Oggi che sguardo ha su questo spartito?
Ho lasciato lo show business ufficiosamente subito dopo la scomparsa di Dalida. Ho venduto la mia società, Vizir Music, per dedicarmi all’immobiliare. Da 30 anni ormai mi occupo di vendita di appartamenti, principalmente di immobili di lusso: un’attività che si è sviluppata parallelamente al mio percorso musicale. Oggi vivo serenamente dei miei diritti d’autore e delle mie transazioni immobiliari. Non ho alcun rimpianto: sono profondamente grato per tutto ciò che la vita mi ha offerto. Ho attraversato una prova terribile il 7 ottobre 2024: sono stato operato a cuore aperto. È stato scoperto un aneurisma dell’aorta che ha richiesto un intervento d’urgenza. Mi è stata rimossa una parte dell’arteria e, data la mia età, è stata sostituita anche una valvola aortica molto affaticata. Ho passato 36 giorni in ospedale e ho sofferto moltissimo. Ora il mio cuore va bene e non posso lamentarmi, ma uno choc simile ti obbliga a relativizzare tutto all’istante. Ho avuto una vita estremamente piena. Ho sempre fatto ciò che volevo, senza mai tirarmi indietro davanti a nulla. Che sia nel mio percorso professionale, nella mia vita personale o familiare, ho realizzato tutti i miei sogni, talvolta al prezzo di grandi difficoltà, ma ci sono riuscito. Il giorno in cui dovrò lasciare questo mondo, me ne andrò felice.
Grazie per questa condivisione così intima. Per tutto l’arco di questa intervista, Lei ha sottolineato di non avere né rimorsi né rimpianti. Con il senno di poi e dopo tutte queste prove, è davvero così che percepisce ogni capitolo del Suo percorso?
Sì, assolutamente. Ma, riflettendoci, ho perso una cosa molto importante nella mia vita. Non so se l’ho smarrita o se l’ho lasciata andare, ma la rimpiango infinitamente: è una lettera di mia madre.
Ai miei inizi in Francia, lavoravo alla Bull General Electric, una grande multinazionale americana. Ero traduttore tecnico, semplicemente perché avevo bisogno di sopravvivere e la mia Laurea me lo permetteva. A quell’epoca si assumeva molto personale, la disoccupazione non esisteva ancora, ma io mi annoiavo a morte. Ero depresso perché non riuscivo né a proporre le mie canzoni né a ottenere un contratto per cantare. Era un periodo molto difficile. Mia madre viveva in Egitto. Poiché non esistevano telefoni cellulari e i telefoni fissi non erano facilmente accessibili, comunicavamo attraverso le lettere. Le scrissi dicendole che non stavo bene, che ero infelice e che non sapevo cosa ne sarebbe stato del mio avvenire. La sua risposta è stata straordinaria. Rimpiango amaramente di non aver conservato quella lettera.

È un ricordo molto prezioso. Quelle parole devono aver avuto una forza incredibile per segnarLa così tanto…
Mi aveva scritto: “Figlio mio, cosa fai ancora in questa compagnia? Sei in Francia per la musica, sei giovane, non hai ancora una famiglia e non devi rendere conto a nessuno, perciò vivi la tua avventura! Lascia quel lavoro, anche se andrai a cantare nella metropolitana”. Lei mi spingeva verso l’ignoto, il che è molto raro. In generale, i genitori incitano a mantenere un lavoro serio. Lei mi aveva invitato a fare esattamente il contrario. Le sue parole mi hanno dato uno slancio incredibile, una spinta vitale. Aveva anche aggiunto una frase che mi ha fatto ridere: “Se è per fare traduzione tecnica, torna in Egitto! Potrai fare la stessa cosa qui, circondato dalla tua famiglia. Se hai scelto l’Europa, è per lottare per i tuoi sogni. Altrimenti, non ne vale la pena”. Quella lettera mi ha dato una carica pazzesca!
Le manca?
Ho avuto una mamma che non ho visto molto, perché ho vissuto sempre in Francia dopo la mia partenza dall’Egitto. Posso solo consigliare a chi ha ancora i propri genitori accanto di goderseli al massimo.

Jeff, Lei che ha messo l’amore in musica per le più grandi voci, che posto occupa questo sentimento nella Sua intimità?
Senza amore non si vive e non se ne potrebbe scrivere, caro amico.
La ringrazio infinitamente per la Sua generosità, la Sua sincerità, il tempo che ci ha dedicato e, soprattutto, per le emozioni che l’ascolto della Sua Arte trasmette.
Grazie a Lei per l’attenzione e per la gentilezza.
Jeff Barnel: “Vi racconto la mia Dalida… e un po’ di me”
Jeff Barnel non racconta Dalida: la fa riapparire. Tutto comincia da una telefonata inattesa, uno sguardo abbronzato che entra in una stanza come un raggio di sole, una frase pronunciata quasi per gioco, “Faremo grandi cose insieme”, che si rivelerà una profezia. Dieci anni di collaborazione diventano 4mila giorni di intimità assoluta, fatta di musica, risate, cene, partite a carte, vacanze, incomprensioni e confidenze sussurrate in dialetto egiziano perché nessun altro potesse capire.
Dalle parole di Barnel emerge un legame raro: non quello tra una diva e il suo compositore, ma tra Iolanda e Georges, due anime segnate dall’allontanamento patrio, dalla sensibilità estrema e da una fragilità mai esibita. Il compositore accompagna il Lettore dietro le quinte dei brani che hanno segnato la storia: canzoni nate spesso da intuizioni improvvise, da frasi dette per caso, da notti di dubbio e da scelte rischiose. Alcune sono diventate inni planetari, altre specchi segreti dell’anima di Dalida.
C’è l’Oriente reinventato, trasformato per sempre; c’è una melodia che accompagna un momento storico di pace; c’è una canzone che parla alla Morte senza nominarla mai; c’è una decisione presa contro ogni logica commerciale, solo per proteggere l’immagine di una donna amata. Ci sono successi colossali e ferite mai rimarginate.
Barnel espone anche ciò che non si vedeva: la solitudine dietro il mito, la paura prima di andare in onda, le telefonate notturne in cerca di verità, la bambina nascosta dietro la star mondiale. E poi l’assenza. L’istante in cui tutto si spezza. Un titolo che, solo dopo la fine, assume un significato devastante. Una frase detta da Dalida poco prima di andarsene, che cambia per sempre il modo di ascoltare una canzone.

Ma questa intervista non è solo il ritratto di Dalida. È anche la storia di un uomo che ha accettato di brillare nell’ombra, che ha rinunciato al palco per dare voce agli altri, che ha attraversato la povertà, il successo, il silenzio e infine la malattia, senza mai perdere la gratitudine per la vita. Una persona che ha creato alcune delle canzoni più amate di sempre e che confessa di rimpiangere solamente una lettera perduta.
Nella narrazione di Jeff Barnel c’è qualcosa che resta sospeso, un segreto condiviso: una verità che spetta al Lettore.
Jeff Barnel raconte sa Dalida | ENTRETIEN EXCLUSIF


Compositeur, auteur, interprète, mais surtout professionnel capable de changer le cours de la Chanson. Jeff Barnel, né Georges Barnoti au Caire, a grandi entre langues, cultures et difficultés. Il est l’une des figures les plus déterminantes de la musique méditerranéenne du XXᵉ siècle. Son nom est indissociable de celui de Dalida, avec qui il a partagé 10 années de collaboration et d’amitié absolue, donnant naissance à certains des titres les plus emblématiques de son répertoire, parmi lesquels : Salma Ya Salāma, Ḥelwa Ya Balady, Ensemble, Il Pleut sur Bruxelles, Pour en arriver là et Mourir sur scène, devenue le testament artistique de la diva.
Avant et après l’icône de Laissez‑moi danser (Monday, Tuesday), Barnel a traversé l’Orient et l’Europe en laissant une empreinte reconnaissable, raffinée et profondément émotive. Il a révolutionné la chanson arabe en fusionnant arrangements occidentaux et langue orientale, a écrit des succès immortels pour d’autres artistes, a connu le succès personnel en tant que chanteur et producteur, avant de choisir d’exceller dans l’ombre. La sienne est l’histoire d’un homme qui a écrit avec le cœur, en transformant la vie en une mélodie sans fin.

Jeff Barnel: « Mes 4 000 jours d’amitié avec Dalida… »
La modernité, affirmait Charles Baudelaire il y a près de deux siècles, est par nature éphémère, destinée à se consumer au moment même où elle s’affirme. La mode, au sens le plus large du terme, vit de cette tension : elle naît pour briller et pour disparaître. Et pourtant, certaines œuvres échappent à cette loi aussi implacable que fascinante. Les mélodies composées par Jeff Barnel pour Dalida appartiennent à cette rare catégorie. Bien qu’ancrées dans un contexte historique précis, elles ne se sont jamais laissé enfermer par le goût d’une époque, continuant ainsi de parler à des générations différentes avec une force intacte.
Dans ces compositions résonnent l’identité, la mémoire, le désir et la douleur : des éléments qui ne connaissent pas de saisons. C’est sans doute pour cette raison que la star n’apparaît jamais ‘datée’, mais constamment présente. Sa voix, portée par les musiques de son grand ami, défie le cours naturel du temps. Ainsi, si la mode est par définition vouée au changement, la diva italo‑franco‑égyptienne, grâce également aux créations de son confident, a conquis une forme d’éternité : celle d’une émotion qui se renouvelle à chaque écoute. C’est peut‑être là le secret de son actualité : avoir été véritablement, profondément et irréductiblement humaine.
À l’occasion du 93ᵉ anniversaire de la naissance de Dalida, le 17 janvier 1933, Il Difforme a rencontré Jeff Barnel pour un dialogue intime et profondément sincère. Un dialogue précieux avec l’homme qui a accompagné la vedette pendant 4 000 jours, partageant avec elle la musique, la vie et les silences. Un portrait sans fard d’Iolanda Gigliotti et de Georges Barnoti : deux âmes liées par une force remarquable et une sensibilité extrême.

Jeff Barnel, votre collaboration avec Dalida a duré 10 ans et a donné naissance à une profonde amitié. Comment s’est produit le contact initial ?
Tout a commencé fin août 1977, par un coup de téléphone d’Orlando, son frère. Il m’a demandé tout de suite : « Est-ce que tu lis et écris l’arabe ? ». Face à ma réponse affirmative, il m’a donné rendez-vous le lendemain à 14 heures. Une fois à son bureau, il m’a remis un texte en égyptien intitulé Salma Ya Salama. Son ambition était claire : il voulait une sonorité orientale pour Dalida afin qu’elle puisse chanter en arabe dans les 14 pays où elle était déjà une immense vedette. Comme il ne me connaissait pas encore très bien, il m’a prévenu qu’il me mettrait en concurrence avec un autre compositeur. Il s’est avéré que ce rival n’était autre que mon éditeur de l’époque, qui travaillait énormément pour Demis Roussos. Lorsque je l’ai appelé, il m’a confié manquer de temps pour s’y consacrer. J’ai donc composé ma mélodie de mon côté et, en la lui montrant, il a été conquis et il m’a dit : « Je pense que c’est toi qui vas gagner ». Étant mon éditeur, il avait tout intérêt à ce que je réussisse : ils ont discuté avec Orlando d’enregistrer également une version française, dont il a assuré l’édition. Le même soir, Monsieur Gigliotti m’a téléphoné pour m’annoncer que la chanson leur plaisait énormément, à lui comme à Dalida, qui était présente au bureau.
Pourriez-vous nous raconter les circonstances de votre première rencontre ?
Oui. Le lendemain, je suis arrivé au bureau et, lorsqu’elle est entrée dans la pièce, j’ai vu un raggio di sole, un rayon de soleil. C’est une image gravée en moi : elle rentrait de vacances en Corse, elle était rayonnante et très bronzée. Nous nous sommes mis au piano et, soudain, elle m’a dit : « Arrête de me dire Vous, on va se tutoyer ». Je lui ai répondu, un peu gêné : « C’est l’habitude… » (il rit, N.d.R.). À la fin de la répétition, elle s’est tournée vers moi et m’a dit avec son joli accent : « Je te le dis aujourd’hui, mon cher Jeff, on vient à peine de se rencontrer, mais nous allons faire de grandes choses ensemble ! ».
Salma Ya Salāma est bien plus qu’une chanson : c’est un pont entre les cultures, chantée en plusieurs langues et toujours célébrée par la nouvelle génération d’artistes. Quel regard portez-vous sur ce succès intemporel et comment l’expliquez-vous ?
Il est difficile d’expliquer l’origine d’un succès. J’avais déjà collaboré avec d’autres artistes avant Dalida, mais on ne peut jamais prédire quand un titre va s’imposer. Concernant le triomphe de Salma Ya Salama, je le comprends peut-être mieux en ce qui concerne les pays arabes qu’au regard de son succès en France.
Pourquoi ?
Parce que nous avons réussi à poser un arrangement occidental sur un texte arabe. Je peux vous dire, sans aucune prétention, qu’après ce titre, 90% des artistes du Moyen-Orient ont délaissé les arrangements traditionnels pour s’inspirer de notre sonorité. Encore aujourd’hui, 45 ans plus tard, la musique égyptienne porte l’empreinte de ce que nous avons créé. À mon sens, ce succès repose sur trois piliers : d’abord, le mariage parfait entre le personnage de Dalida et la chanson. Ensuite, une mélodie simple que le public a pu s’approprier et chanter facilement. Enfin, il y a le facteur chance. Sans vouloir minimiser la qualité de ma musique, la chance joue toujours un rôle.
Le succès de cette chanson a rayonné dans tout le monde arabe. Salma Ya Salāma a accompagné le voyage historique d’Anouar el-Sadate en Israël en 1977. Pensez-vous que l’art et la musique ont aujourd’hui le pouvoir de rapprocher les peuples là où la politique échoue ?
Avec Salma Ya Salama, on a marqué un grand coup. J’aimerais bien que les peuples puissent se rapprocher grâce à l’art, mais c’est un peu utopique. C’est un espoir que nous partageons tous au fond de nous, mais comme lorsque John Lennon chantait Imagine, on peut se demander s’il y a eu un impact réel. Force est de constater qu’il n’y a pas eu de résultats concrets.
Si l’impact social reste incertain, votre impact artistique, lui, est indéniable. Vous affirmiez précédemment qu’avec Dalida, vous aviez radicalement transformé la chanson orientale. C’est-à-dire ?
Traditionnellement, les chansons égyptiennes, comme celles d’Oum Kalthoum, pouvaient durer 45 minutes. Mais depuis une trentaine d’années, si vous écoutez ce qui fonctionne en Égypte, ce n’est plus purement oriental au sens classique. Le monde arabe a adopté notre format avec des titres de 3 minutes ou 3 minutes et demie. Prenez l’exemple d’Amr Diab, qui est une immense star en Égypte. Il a un morceau magnifique, Tamally Maak, que je voulais adapter en France pour Hélène Ségara. Nous lui avons demandé l’autorisation, mais il a refusé car il voulait que le succès reste exclusivement lié à la version arabe. Pourtant, quand on écoute cette chanson, on pourrait presque croire que c’est moi qui l’ai écrite : elle est totalement imprégnée de l’univers et de la couleur musicale que j’ai créés il y a presque 50 ans.
Félicitations ! Restons sur ce répertoire arabe qui a tant marqué votre carrière. En 1979, vous avez composé ce qui allait devenir un véritable hymne pour tout le Moyen-Orient. Pensé comme un hommage à l’Égypte, Ḥelwa Ya Balady résonne encore aujourd’hui avec une émotion universelle…
Tous les titres que j’ai composés en arabe ont rencontré le succès, mais avec l’un de mes co-compositeurs, j’ai écrit Helwa Ya Balady. L’ampleur de ce phénomène est difficile à expliquer. Ce qui est fascinant, c’est que les 14 pays arabes se sont approprié ce titre, chacun étant convaincu qu’il avait été écrit pour lui. J’ai rencontré des Tunisiens ou des Libanais qui me confiaient à quel point ils avaient été bouleversés en l’entendant. Quand je leur précisais que la chanson n’était pas dédiée spécifiquement à leur pays, ils me répondaient : « Si, elle est aussi pour nous, parce que nous l’adorons ». Ils l’ont totalement faite leur.
Quittons un instant le répertoire arabe pour revenir à cette même année 1979, où vous avez participé à la création d’un titre immortel. Tout admirateur de Dalida connaît cette perle du disco français : Laissez-moi danser (Monday, Tuesday). Bien que la mélodie soit signée Toto Cutugno, votre rôle a été déterminant dans la naissance de ce succès. Pourriez-vous nous confier quelle a été votre contribution précise ?
J’ai écrit toute la partie en anglais. L’histoire est assez savoureuse : je dînais avec un ami chez Da Graziano, l’ancien Le Moulin de la Galette, où Dalida allait très souvent. Orlando est arrivé et est venu me parler à ma table : « Je suis très embêté. Toto Cutugno a composé une superbe mélodie, mais il y a un gimmick musical qui n’a aucun intérêt s’il n’est pas chanté ».Il m’a expliqué que le parolier Pierre Delanoë avait déjà écrit le texte français, mais qu’il aurait aimé faire intervenir quatre danseurs autour de sa sœur pour chanter en anglais. Il faut dire qu’à l’époque, on était en pleine vague des Village People et il voulait un peu recréer cet esprit en faisant « les Village People de Dalida ». Son assistant m’a alors apporté une mini-cassette et Orlando m’a lancé : « Tiens, quand tu auras fini ton plat de spaghetti, mets-toi au travail ! ». J’ai pris un stylo et je me suis demandé ce que je pouvais écrire qui soit accessible au public français, car à l’époque les gens ne maîtrisaient pas forcément l’anglais. Il me fallait des mots simples, que tout le monde apprend à l’école. C’est ainsi que j’ai pensé à « Monday, Tuesday ». Une fois terminé, je suis allé le voir à sa table : « Bruno, j’ai trouvé quelque chose, je ne sais pas ce que ça vaut, mais ça me semble pas mal ». Dès que je lui ai chanté, il a hurlé de joie : « C’est formidable, j’adore ! ».
Dans la lignée de la structure monumentale de Génération 78 et Ça me fait rêver, vous avez lancé en 1982 un nouveau medley, mais cette fois-ci entièrement tourné vers l’Orient : Aghāni Aghāni. Comment est née l’idée de reprendre ce format de mosaïque musicale pour célébrer le répertoire arabe avec Dalida ?
Aghani Aghani est une œuvre très spéciale. Après l’immense succès commercial de Génération 78 en France, Orlando cherchait une idée pour le nouveau titre arabe de Dalida. À l’époque, nous sortions un disque en arabe tous les 18 mois ou deux ans environ. Je lui ai alors suggéré une idée sans savoir si elle serait réalisable : « Et si nous faisions un Génération 78 en arabe ? ». Je lui ai expliqué qu’il fallait sélectionner les plus grands tubes arabes pour en faire un medley. Ayant grandi en Égypte, je baignais dans ces morceaux. Je connaissais parfaitement les interprètes et les mélodies de ma jeunesse. Toutefois, nous avions besoin d’autorisations officielles pour utiliser les œuvres d’autrui. J’ai donc sollicité un ami resté en Égypte pour obtenir les droits de ces fragments musicaux, exactement comme nous l’avions fait avec Domenico Modugno ou Gino Paoli pour Génération 78 et Ça me fait rêver. En plus de cet assemblage, j’ai composé toute la partie originale qui servait de fil conducteur, ce qu’on appelle la ‘chanson leader’.
Un autre titre dédié à l’Égypte est Aḥsan Nās, sorti en 1985…
Ahsan Nas a été numéro un en Égypte au point de devenir, des années plus tard, la musique de la campagne publicitaire d’Orange Egypt, l’ancienne Mobinil. Tout a commencé quand Orlando m’a appelé : Salah Jahine, le parolier de Salma Ya Salama, était venu le voir avec un compositeur pour lui proposer un nouveau titre. Orlando n’était qu’à moitié convaincu et souhaitait mon avis. J’ai donc rencontré ce compositeur et j’ai écouté leur proposition. Une fois seul avec Orlando, je lui ai confié franchement : « Bruno, le début est intéressant, mais le reste est à jeter ». La chanson évoquait les différentes villes d’Égypte et je lui ai proposé de ne garder que l’introduction et de réécrire toute la suite. Finalement, nous n’avons conservé que le gimmick : « Adina bendardesh, Warana eih, Warana eih ». Tout le reste de la mélodie que vous connaissez est de moi.
Ce succès perdure dans tout le monde arabe à travers des titres comme Gamyl eṣ-Ṣoura ou l’émouvant Lebnān. Écrit en 1986, ce titre est sorti de façon posthume pour Dalida, devenant une fresque du Pays des Cèdres encore plus vaste que l’emblématique Li Bayrūt de Fayrouz. Comment avez-vous réussi, en tant qu’Égyptien, à composer cet hommage libanais en plein cœur d’une guerre civile si atroce ? Où avez-vous puisé ce sentiment si juste pour une nation alors martyrisée ?
Ce sentiment venait d’abord de mes racines : je parle le libanais, j’ai vécu là-bas et ma mère y est née. Pour cette chanson, tout est parti d’un texte que l’on m’a apporté, accompagné d’une cassette où le poète récitait ses mots. J’ai donc composé la musique directement sur ses paroles. Nous avons écrit ce titre au moment où la guerre commençait officieusement à s’apaiser. Orlando m’avait confié le texte, mais nous n’avons pas pu achever totalement la production car Dalida est partie entre-temps. La chanson a donc été mixée de façon posthume en 1988. À l’époque, ma méthode de travail était particulière : j’apportais toujours des maquettes où je chantais moi-même. Claude François me disait d’ailleurs souvent qu’on retrouvait exactement le son et l’univers de mes démos dans ses disques. Quand j’ai présenté Lebnane à Dalida, elle a adoré et m’a dit : « Ta chanson est magique ! ». Aujourd’hui, avec mes problèmes de santé, j’ai perdu l’usage d’une oreille et ma voix n’est plus la même. Ce lien entre ma voix et la leur a été le secret de nos plus grands succès.
Merci pour ce partage. Jeff, nous arrivons à un sommet de votre carrière et de celle de Dalida : l’année 1983. Vous êtes le compositeur de Mourir sur scène, une œuvre devenue le symbole absolu de la diva dans le monde entier. Aujourd’hui, ce titre est repris par toutes les générations, en France comme à l’étranger. Ce qui frappe, c’est ce contraste saisissant : une mélodie rythmée, presque légère, portée par des paroles d’une force bouleversante. Est-ce que vous pouvez nous raconter la genèse de ce chef-d’œuvre ?
Michel Jouveaux, le parolier avec lequel j’avais déjà écrit Il Pleut sur Bruxelles, m’avait apporté deux textes : l’un intitulé Bravo et l’autre Mourir sur scène. À l’origine, Michel avait écrit un texte dans l’absolu, comme d’habitude. En lisant le début de Mourir sur scène, j’ai tout de suite eu une intuition : « Cette chanson est pour Dalida, mais il faut que tu en modifies un peu le contenu ». Après ces ajustements, il m’a demandé mon avis sur les deux propositions. Je lui ai confié que le titre Bravo ne m’intéressait pas, contrairement à Mourir sur scène. Cependant, comme je commençais la production d’un jeune artiste à l’époque, je lui ai demandé de me laisser le texte pour que je puisse y réfléchir. Entre-temps, Jouveaux est allé voir un autre compositeur qui, lui, a eu la réaction inverse : il a préféré garder Bravo. Michel m’a rappelé, amusé par ce contraste de choix, et je me suis alors mis au travail. J’ai composé la musique sur ce texte que je trouvais d’une beauté saisissante. C’était un exercice très délicat car, lorsqu’elle chante « Viens, mais ne viens pas quand je serai seule… » c’est à la Mort qu’elle s’adresse. Elle lui parle directement…
Mourir sur scène est aujourd’hui considéré comme le véritable testament artistique de Dalida. Ces vers où elle s’adresse à la Mort « Tous les deux on se connaît déjà, on s’est vus de près, souviens-toi… » résonnent comme un écho touchant à sa tentative de suicide en 1967. Comment avez-vous réussi, en tant que compositeur, à traduire une telle blessure intime en une mélodie qui reste pourtant si digne et puissante ?
Au début, une partie du public n’avait pas immédiatement saisi que Dalida s’adressait directement à la Mort. Les gens n’approfondissent pas toujours les textes. Un soir, au restaurant, Orlando s’est installé à la table voisine et m’a dit : « J’ai une mauvaise nouvelle, Dalida ne veut pas enregistrer Mourir sur scène ». Je lui ai répondu que si elle ne le sentait pas, il ne fallait pas insister, mais il a voulu tenter le coup. Le lendemain, il m’a expliqué qu’elle craignait un doublon avec la chanson Bravo, car les deux titres parlent de la scène. Finalement, elle a accepté de faire un essai en studio. Au départ, l’arrangement ne fonctionnait pas. L’ingénieur du son, qui parfois était arrangeur, m’a confié : « Je sais pourquoi ça ne va pas. Il faut changer le rythme ». Il a alors pris une boîte à rythmes et a placé le kick sur chaque temps, comme pour un titre disco. Instantanément, la chanson a pris une autre dimension. Nous avons ajouté les violons et le morceau est né. De son côté, Orlando hésitait encore pour le 45 tours. Il m’a demandé d’écouter Les P’tits Mots et Mourir sur scène : « Jeff, tu es un ami. Écoute les deux titres et dis-moi lequel tu mettrais en face A ». Après avoir fait ce qu’il m’avait demandé, je l’ai appelé : « Bruno, si j’étais le producteur, je mettrais Mourir sur scène en face A. Mais tu ne le feras pas car tu as peur d’une chanson qui parle de la mort… ».
En effet, il a choisi Les P’tits Mots pour la face A…
Oui : j’avais raison. Dalida était une telle star qu’elle chantait souvent deux ou trois titres à la télévision. Comme ça, le public a commencé à s’intéresser aussi à la face B. De son vivant, la chanson est devenue un incontournable de ses passages télévisés. Bien plus tard, en 2007, le jeune chanteur Julien Doré a repris le titre dans l’émission Nouvelle Star. Cela a été un succès énorme qui a fait découvrir la chanson aux nouvelles générations. Depuis, j’ai recensé plus de 43 versions ! Il y a eu celle, très rock, du groupe Shaka Ponk, mais aussi les reprises d’Amel Bent, Vianney et Suzane, Les Enfoirés ou Marilyne Naaman. La chanson a connu une seconde jeunesse, notamment dans les clubs, avec des remix de duos comme Bon Entendeur. C’est ainsi que Mourir sur scène est devenue une œuvre véritablement iconique.
Au-delà de chefs-d’œuvre profonds comme Mourir sur scène ou Il Pleut sur Bruxelles, vous avez également offert à Dalida des titres plus ‘légers’. Comment parvenez-vous à une telle polyvalence ?
Je reste assez modeste sur ce point. Si j’ai arrêté de composer aujourd’hui, c’est parce que je me considère comme un véritable compositeur, pas simplement un mélodiste ou quelqu’un qui apporte des idées d’arrangement. J’écris les couplets, les refrains, les structures harmoniques : c’est un savoir-faire qui ne s’apprend pas, mais qui s’affine avec le temps. Par exemple, pour Voilà pourquoi je chante, des professionnels au Québec m’ont dit que c’était l’une des plus belles mélodies jamais enregistrées par Dalida, et un metteur en scène y voyait même une musique de film. Je suis capable de composer de telles œuvres, tout en étant à l’aise sur des titres plus rythmés.
Des exemples sont Quand je n’aime plus, je m’en vais, Soleil et Femme…
Sur ces trois chansons, mon rôle a été différent. Pour Quand je n’aime plus, je m’en vais, la musique est de Jacques Morali, le compositeur et producteur des Village People. C’est Pierre Delanoë qui m’a appelé après avoir discuté avec Orlando. L’idée de départ venait de moi et nous avons retravaillé la chanson ensemble. Pour Soleil je suis co-auteur. C’est à l’origine une chanson italienne intitulée Mediterraneo. Nous avons écrit le texte français et notre adaptation a tellement plu qu’en Espagne, ils ont préféré garder ma version, Soleil (Mi Sol), car ils la trouvaient plus populaire. Enfin, le cas de Femme a été très complexe. La musique était signée Charlie Chaplin, et ses héritiers refusaient catégoriquement toute version française. Ils ont fini par accepter, mais à des conditions financières épouvantables : nous touchions les droits d’exécution, mais aucun droit sur les ventes de disques. C’était un scandale, mais j’ai accepté pour l’honneur. Pour moi, voir mon nom à côté de celui de Charlie Chaplin sur l’étiquette d’un 45 tours de Dalida valait tout l’argent du monde. C’était une immense fierté ! Je n’ai jamais travaillé pour l’argent. Ce qui compte pour moi, c’est d’abord le succès.
Votre musique a véritablement voyagé. Que pensez-vous de la manière dont Dalida s’est approprié vos titres dans d’autres langues ? Par exemple, Salma Ya Salāma en allemand ou en italien avec le titre Uomo di sabbia ; ou encore Mourir sur scène transposée en Quando nasce un nuovo amore, Born to Sing ou Morir cantando. Quel regard portez-vous sur cette universalité de vos compositions ?
J’estime que lorsqu’une chanson devient un succès et que l’étranger en demande des adaptations, il est préférable, à mon avis, de conserver la langue, le titre et le sujet originaux pour ne pas dénaturer l’œuvre. Malgré cette conviction, je dois vous dire que Dalida aimait particulièrement interpréter Uomo di sabbia.
À ce propos, l’artiste turque Ajda Pekkan, avec laquelle vous avez collaboré, a choisi de rester très fidèle à l’esprit original de Mourir sur scène dans son titre Bir Gece Sahnesi.
Je connais très bien Ajda Pekkan : j’ai composé une quinzaine de chansons pour elle. J’ai appris qu’elle avait repris ce titre et qu’elle en avait respecté le texte.
Vous avez aussi une expérience intéressante liée à Born to Sing…
Oui ! Le parolier de Born to Sing était Norman Newell, un monument de la chanson qui a signé d’immenses tubes aux États-Unis. C’est lui, par exemple, qui a adapté le célèbre titre de Mina, Grande, Grande, Grande, devenu Never, Never, Never pour Shirley Bassey. C’est aussi lui qui a écrit les paroles anglaises de More, un standard qui a fait le tour du monde. Newell est arrivé au studio, accompagné de son compagnon, alors que nous étions en plein enregistrement avec Dalida. Orlando l’a reçu et, après avoir écouté Mourir sur scène et Les P’tits Mots, Norman m’a dit : « J’aime votre façon de composer, votre musique est très populaire ! ». Il m’a assuré qu’avec des textes en anglais, mes chansons pourraient intéresser de très grands interprètes. Effectivement, lorsqu’il a écrit le texte de Born to Sing, c’est Shirley Bassey qui l’a enregistré. Mais pour moi, ce fut une catastrophe. Je ne pouvais pas le dire trop fort à l’époque, car tout mon entourage s’extasiait : « C’est formidable, tu es chanté par Shirley Bassey ! ». Je savais bien que, pour ma réputation, c’était une consécration, mais artistiquement, la version était horrible.
Vous avez ce don rare de savoir « couturer » une chanson sur la peau d’un artiste, comme si elle lui était destinée depuis toujours. Quand vous composiez pour Dalida, dont les blessures étaient si profondes, comment se déroulait votre processus créatif ?
Vos questions sont très métaphysiques (il rit, N.d.R.) ! Il est difficile d’y répondre précisément, mais je pense qu’évidemment, lorsqu’on crée, on le fait avec sa propre sensibilité. Je fais partie de ces rares compositeurs qui ont un besoin vital du texte. Si les paroles ne me parlent pas, l’inspiration ne vient pas. Prenons l’exemple de Depuis qu’il vient chez nous. Le texte m’avait été envoyé par fax par les parolières. C’était un sujet très délicat pour l’époque, bien plus qu’aujourd’hui. Elles l’avaient écrit en pensant à Dalida, mais je leur ai répondu : « C’est une chose d’y penser, c’en est une autre de trouver la musique qui convienne ». La structure du texte, avec ses rimes intérieures et son rythme atypique, m’a immédiatement inspiré. Je suis allé voir Orlando avec ces deux femmes, chose que je ne faisais jamais. En l’écoutant, il m’a dit : « C’est magnifique, mais avec un tel sujet, les radios vont rejeter le titre ». Mais le morceau est sorti, malgré tout. Pour mes chansons, j’accordais une attention extrême aux arrangements et à l’orchestration ; j’essayais toujours de diriger les arrangeurs pour qu’ils respectent l’intention avec laquelle j’avais écrit. En ce qui me concerne, ma sensibilité ressort si le texte m’inspire. Pour Mourir sur scène, je n’avais aucune envie de perdre ma vie sous les projecteurs ! Mais, en lisant ces mots, j’ai été transporté. Je n’ai jamais cherché à écrire sur mesure pour les artistes, sauf peut-être pour Dalida. Ma musique s’harmonisait naturellement avec elle : j’écrivais avec le cœur.
À cette époque, alors que vous composiez titre après titre, aviez-vous conscience que vous étiez en train de marquer l’histoire de la Chanson de votre empreinte ?
J’étais un admirateur de Dalida de la première heure, dès ses débuts en Égypte. Par la suite, la vie m’a un peu éloigné d’elle : je vivais en France et j’écoutais d’autres artistes. Lorsque j’ai commencé à collaborer avec elle, je savais évidemment que c’était une immense vedette, mais je ne réalisais pas encore son impact réel sur le public, ni la chance inouïe que j’avais de travailler pour une telle femme. Il faut dire que quand on partage le quotidien d’une personne pendant 10 ans, entre les dîners, les parties de cartes, les vacances et les voyages, la proximité devient telle qu’on finit par oublier la dimension de l’icône avec laquelle on passe du temps. Ce n’est que depuis qu’elle nous a quittés que j’ai pris la pleine mesure de ce qu’elle représentait. Maintenant, quand je vois autour de moi les répercussions et les réactions passionnées des gens lorsque je dis que j’ai été le compositeur de Dalida, je trouve cela absolument impressionnant.
Vous possédez ce don rare d’habiter l’âme des gens, en y laissant un écho éternel à travers vos paroles et votre musique…
Vos mots me touchent et me gênent un peu. J’ai eu la chance immense de collaborer avec Dalida et j’en tire une grande fierté. Si je devais confesser une préférence personnelle, ce sont les titres comme Pour en arriver là qui me tiennent le plus à cœur. J’en ai composé la musique car je trouvais le texte absolument magique : j’aimais cette Dalida plus classique, plus traditionnelle. Le temps m’a donné raison. Au-delà de la femme, si l’on regarde aujourd’hui le répertoire qui subsiste et qui continue de vibrer, une immense partie est issue de notre collaboration. Antoine Angelelli, l’ancien assistant d’Orlando, me confiait récemment à quel point l’impact de Mourir sur scène reste phénoménal, que ce soit en club ou ailleurs : c’est une véritable folie. Je le constate d’ailleurs concrètement à travers la pérennité de mes droits d’auteur.
Jeff, vous avez écrit il y a déjà de nombreuses années un livre essentiel sur Dalida. En octobre dernier, vous étiez l’invité d’honneur de l’Association Culturelle Égypto-Suisse à Genève pour la conférence « Dalida : ses chansons, son histoire » à l’Institut des Cultures Arabes et Méditerranéennes – L’Olivier. Quel souvenir gardez-vous de cette rencontre ?
Cette conférence à Genève est née d’une invitation de l’Association Culturelle Égypto-Suisse et de sa Présidente, Madame Gihane Mokhtar-Brandt. C’est un ami commun qui m’a sollicité alors que j’étais en vacances dans le Sud. J’ai accepté de relever le défi. J’ai toujours préféré rester un homme de l’ombre. Je n’avais pas de légitimité ‘officielle’ pour être là, n’étant ni membre de sa famille, ni de son équipe de production, ni de sa société de disques. Pourtant, ma véritable légitimité, je l’ai acquise par la confiance absolue que Dalida m’a témoignée et, je le dis avec modestie, par le succès des 24 titres auxquels j’ai eu l’honneur de participer. J’ai structuré ma conférence autour de quatre thèmes majeurs. Le premier portait sur mon arrivée en France d’Égypte, ce point commun essentiel qui a permis à nos chemins de se croiser. Le deuxième concernait les coulisses de notre travail créatif, en studio comme à son domicile. Le troisième volet abordait notre lien social et amical : au-delà de la musique, j’étais devenu un véritable confident. Enfin, le quatrième thème traitait de son incroyable héritage : le succès de Dalida depuis son départ est presque plus impressionnant que sa carrière de son vivant.
Vous pouvez nous parler un peu de votre ouvrage ?
Au début, le livre s’intitulait Dalida, histoire d’une femme. Sept ans après sa disparition, j’ai été interviewé à la télévision par le journaliste politique Alexandre Baloud, qui m’a demandé pourquoi j’avais attendu si longtemps avant d’écrire. Je lui ai répondu que je ne voulais pas un livre intéressé : ce n’était pas une question d’argent, mais une volonté d’apporter un véritable témoignage. J’avais même pensé l’appeler Dalida : mes 4 000 jours d’amitié puisque 10 ans représentent environ 4 000 jours. Mais le titre était trop long pour la couverture. J’ai donc opté pour la simplicité. Plus tard, un grand éditeur français a souhaité ressortir l’ouvrage en le réactualisant. C’est ainsi que Dalida, la femme de cœur est né. C’est essentiellement le même livre, mais enrichi de pages complémentaires et de nouvelles histoires que j’ai ajoutées ou des souvenirs que j’avais mis de côté. Il s’agissait aussi d’évoquer ce qui se passait après son départ, car son héritage continue de vivre. Cette réédition était une demande spécifique de l’éditeur qui ne voulait pas proposer une simple copie. Le premier livre avait déjà rencontré un immense succès : j’ai d’ailleurs conservé un pressbook incroyable, uniquement consacré aux retours de la presse sur ce premier exemplaire.

Vous êtes devenu bien plus qu’un collaborateur pour Dalida : vous étiez un ami proche. Jusqu’à présent, nous avons évoqué la figure de la diva. Mais qui était réellement Iolanda Gigliotti, une fois les projecteurs éteints ? Quelle femme se cachait derrière le mythe ?
Pour moi, Iolanda Gigliotti était une femme restée enfant : extrêmement sensible, mais aussi très volontaire. Elle savait exactement ce qu’elle voulait et ce qu’elle refusait. Nous étions très proches. Elle m’invitait souvent à dîner chez elle car elle appréciait nos échanges. Cela a créé entre nous un lien tout à fait spécial. Il y avait toujours chez elle une fêlure. Je pense qu’elle n’a jamais vraiment surmonté cette fameuse blessure née de son premier drame, en 1967, après la mort de Luigi Tenco. Elle ne l’a jamais oublié, ni vraiment accepté. Mais au-delà de Luigi, c’est la répétition tragique du destin qui l’a marquée : voir un premier, puis un deuxième, puis un troisième compagnon se donner la mort ne peut qu’influencer la psyché d’une femme. Sa sensibilité était hors du commun. J’ai d’ailleurs remarqué qu’environ deux ans avant de nous quitter, elle n’était déjà plus tout à fait là. Elle faisait son devoir de vedette, mais son esprit était ailleurs. En atteignant ses 50 ans, elle a pris conscience de sa solitude. Elle était une superstar, mais sa vie était devenue monotone. Elle avait tout réussi, absolument tout, sauf sa vie privée.

Dans l’émission française Le Jeu de la Vérité, Dalida avait dit : « J’ai réussi dans la vie, mais pas ma vie ». Avec le temps, certains drames de son intimité ont été révélés. Jeff, est-ce que Dalida vous avait confié quelque chose ?
Mon intimité avec Dalida ne passait pas par les mots, mais par une confiance qui ne se définit pas. Je vais vous raconter une anecdote qui illustre ce lien. En 1985, comme vous le disiez, Dalida a été l’invitée de l’émission de Patrick SabatierLe Jeu de la Vérité. C’était un programme en direct, extrêmement suivi avec près de 9 millions de téléspectateurs. L’exercice était périlleux car le public posait les questions sans filtre. Avant l’émission, Dalida était très angoissée. Finalement, elle a été parfaite. Elle a commencé avec Le temps d’aimer et a conclu magistralement avec Mourir sur scène. Pendant le générique de fin, mon téléphone a sonné. C’était Jacqueline, son habilleuse, qui m’a dit : « Je te passe Dalida ». Elle m’a demandé aussitôt : « Jeff, c’était comment ? Dis-moi la vérité ! ». Je lui ai répondu : « Tu as été parfaite, à ceci près que tu as répondu à deux questions que l’on ne t’a même pas posées ! ». Elle était tellement préoccupée qu’elle avait fini par donner son âge à l’antenne sans qu’on le lui demande. De même, elle s’était un peu trop étendue sur la philosophie du suicide. Elle m’a alors écouté et je lui ai demandé : « Mais pourquoi m’appelles-tu moi ? Tu es entourée de toute ton équipe… ». Elle m’a simplement répondu : « Parce que toi, tu me dis toujours la vérité ». C’est un signe de confiance que je ne pourrai jamais oublier. C’est très touchant, ce sont des moments gravés à jamais.

Merci beaucoup pour ce partage si précieux. Auriez-vous un autre souvenir que vous aimeriez nous raconter ?
En 1980, par suite d’un différend sans grande gravité avec son frère, j’avais cessé de travailler pour elle durant six mois. Nos chemins se sont croisés de nouveau à Athènes, lors du festival de la Rose d’Or, où deux de mes chansons étaient sélectionnées. Charles Aznavour et Joe Dassin étaient également présents. Après le spectacle de Dalida, qui fut un immense triomphe, nous avons tous été invités sur un bateau pour une réception grandiose. Il y avait près de 90 personnes et le champagne coulait à flots. Alors que je montais à bord, je n’avais pas remarqué qu’Orlando se tenait juste derrière moi. À un moment donné, elle s’est tournée vers nous et, d’un geste assuré, elle m’a poussé vers lui. Elle nous a dit : « Basta con questa storia ! », elle en avait assez que nous ne nous parlions pas. Elle voulait absolument que je reprenne notre collaboration et que nous retrouvions cette proximité. Au fond, nous n’étions pas vraiment fâchés, c’était une histoire idiote de contrat qui ne me convenait pas. Mais c’était là tout le caractère de Dalida : quand elle aimait les gens, elle les aimait vraiment et ne laissait rien entamer cette amitié.
Quels sont vos rapports aujourd’hui avec l’entourage de Dalida ?
Nous entretenons de très bonnes relations. En 2023, Orlando a souhaité sortir une nouvelle version de Mourir sur scène. Pour ma part, j’ai toujours préféré la version originale, mais il a finalement suivi son intuition.

Une autre petite anecdote ?
Il y en a beaucoup ! Par exemple : Dalida ne répétait qu’avec ses bigoudis sur la tête avant de passer à la télé. En 1983, l’une de mes sœurs, qui a été durant de longues années la principale collaboratrice du Président de la maison Pierre Balmain pour l’Amérique du Sud et une partie du Nord, m’avait téléphoné pour me soumettre une idée : « Pourrais-tu demander à Dalida si elle accepterait de venir inaugurer notre showroom de São Paulo ? » Elle a dit oui. Quand nous sommes arrivés au Brésil, je me considérais un peu comme son ange gardien.

Jeff, si vous deviez résumer en une seule phrase l’essence de ce que Dalida représentait pour vous, tant sur le plan artistique qu’humain, quelle serait-elle ?
Vos questions sont très belles, mais aussi très complexes (il rit, N.d.R.). Pour moi, Dalida représentait avant tout un exemple. Lorsque je suis arrivé en France, elle était déjà une vedette accomplie. Son succès, ainsi que celui d’autres artistes nés en Égypte comme Claude François ou Richard Anthony, a été le moteur de mon propre départ. En tant qu’Égyptien, je voulais moi aussi laisser une trace. Dalida a incarné cet espoir-là. Plus qu’un métier, la musique était pour nous une passion, mais une passion qu’il fallait exercer avec une rigueur extrême. C’est un milieu où il ne faut pas se prendre au sérieux, tout en étant d’un sérieux absolu dans le travail. Dalida en était le modèle parfait : elle était une immense professionnelle, presque maniaque, et d’une précision incroyable. Il n’y a pas de secret : on ne construit pas une carrière comme la sienne sans une telle exigence. Au-delà du travail, elle était véritablement une amie. Pendant 10 ans, je passais tous mes dimanches chez elle. En 1982, j’ai même été invité à passer 15 jours dans sa maison en Corse où elle m’avait d’ailleurs chipé mon t-shirt (il rit, N.d.R.) ! Elle l’adorait tellement qu’elle m’avait demandé si je pouvais lui donner. En riant, je lui ai dit : « Prends-le tout de suite ! ». C’était le bon temps… nous étions jeunes et beaux ! Cette proximité et cette discipline sont les souvenirs les plus forts que je garde d’elle.
Vous parliez plusieurs langues tous les deux. Comment communiquiez-vous avec Dalida ?
Nous communiquions principalement en français et, de temps en temps, en italien. En revanche, lorsque je souhaitais lui dire quelque chose en toute discrétion, j’utilisais l’égyptien. C’était notre code secret : si je voulais par exemple la mettre en garde contre quelqu’un qui ne me semblait pas très franc, je lui glissais l’information dans notre dialecte pour que personne d’autre ne puisse comprendre.

Vous évoquiez à l’instant cette complicité unique et vos mots partagés en égyptien. Mais que reste-t-il dans votre cœur du moment où ce dialogue s’est brisé ? Pouvez-vous nous confier comment vous avez vécu cet instant suspendu où vous avez appris son départ ?
J’ai appris la nouvelle par la télévision : j’étais en train de me raser. Ma mère, qui vivait en Égypte, était venue passer quelques jours chez moi. Soudain, le flash est tombé : « Le show-business est en deuil, la chanteuse Dalida s’est donné la mort ». J’ai sauté dans ma voiture pour me rendre chez elle. Les 15 jours qui ont suivi ont été tout simplement épouvantables. Mais je vais vous confier une chose qui m’a profondément touché. Trois ans avant son départ, en 1984, j’avais composé pour elle une chanson intitulée Pour en arriver là. À cette époque, j’étais très pris par le succès de ma chanson Le Géant de Papier, mais Michel Jouveaux m’avait appelé en disant : « Il paraît que Dalida cherche des titres ». Il cherchait un angle et me disait : « Elle a une drôle de vie, cette femme… elle a de la tristesse dans le regard et dans le sourire ». Je lui ai répondu qu’elle avait effectivement connu bien des hauts et des bas. C’est là qu’il a lâché cette phrase : « Tout ça pour en arriver là ? ». J’ai tout de suite arrêté Michel : « Ton titre, il est là ! Écris-moi une chanson qui s’appelle Pour en arriver là ! ». Le titre est sorti sur un album et est resté d’abord confidentiel. Trois semaines après la disparition de Dalida, Orlando m’a appelé. Il était dans un état indescriptible. Il m’a invité dans son bureau : « J’ai une surprise pour toi ». Il m’a alors montré le nouveau 45 tours qu’il s’apprêtait à sortir : c’était Pour en arriver là. En voyant la pochette, je lui ai dit franchement : « Rien ne me fait vraiment plaisir aujourd’hui, et je trouve cette photo triste, vieillotte… elle ne lui rend pas justice ». Sans rien me dire, Orlando a appelé la maison de disques et a fait refaire la pochette. Quelque temps après, il m’a rappelé pour me montrer la nouvelle version, bien plus fidèle à l’œuvre. Je lui ai demandé pourquoi il avait choisi précisément ce titre. Il m’a répondu : « Parce que quelques semaines avant de nous quitter, Dalida m’a fait aller chez elle et m’a dit : “J’ai réécouté toutes mes chansons. Celle qui parle le plus de moi, celle qui raconte véritablement ma vie, c’est celle de Michel Jouveaux et Jeff Barnel : Pour en arriver là” ». Aujourd’hui, Mourir sur scène est devenue immortelle, mais je reste convaincu qu’un jour ou l’autre, Pour en arriver là sortira du lot et sera reconnue pour ce qu’elle est : son miroir le plus fidèle.
Jeff, vous parliez de Pour en arriver là comme d’un « miroir fidèle » de la vie de Dalida. Cela évoque la dualité entre la femme et l’artiste, mais aussi cette quête d’identité que nous portons tous. Votre magnifique composition Ensemble semble justement éclairer ce dialogue entre les différentes voix de l’être humain. Pouvez-vous nous en parler ?
Merci beaucoup. C’était une idée que j’avais eue dès le début, bien avant que le titre ne devienne Ensemble. Contrairement à d’habitude, la musique est née en premier. Quand je l’ai apportée à Orlando, je n’avais pas encore de texte, mais j’avais déjà un concept en tête : je fredonnais sans cesse « Iolanda, Iolanda… ». Bruno m’a demandé : « Mais c’est quoi ce ‘Iolanda’ que tu chantes là ? ». Je lui ai expliqué mon idée : Iolanda et Dalida qui se parlent. Il a tout de suite trouvé l’idée excellente et m’a dit : « C’est une piste formidable. Fais écrire le texte ! ». Je me suis alors rendu chez Michel Jouveaux et nous avons façonné ces paroles ensemble.
Vous qui avez si intimement côtoyé l’artiste et qui avez insufflé la vie à cette chanson, parveniez-vous à distinguer clairement où s’arrêtait l’icône et où commençait la femme ?
Évidemment. Le seul bémol, pour moi, concerne la vidéo réalisée pour la télévision. J’étais présent lors du tournage et je n’avais pas réalisé sur le coup qu’une séquence allait poser un problème : celle où elle apparaît en brune face au miroir. Dans ce passage précis, son strabisme est malheureusement très accentué, et je trouvais que cela ne lui rendait pas justice. Comme ce clip était très souvent diffusé, j’ai fini par appeler Orlando. Je lui ai proposé d’arrêter de le passer. Je lui ai expliqué que sa sœur n’était absolument pas mise en valeur. Il m’a répondu : « Mais Jeff, cela a toujours été son drame personnel… ». Ce à quoi j’ai rétorqué que ce n’était pas une raison pour imposer cette image au public. Je peux vous assurer qu’en faisant cela, j’allais contre mes propres intérêts, car chaque diffusion me rapportait des droits d’auteur. Mais peu importait : je ne pouvais pas accepter que l’on donne cette image d’elle. Mon affection pour Dalida passait avant tout.
Cette chanson est un peu l’histoire de chacun d’entre nous : tenter de se rencontrer soi-même et de faire la paix avec ses propres facettes. Dalida et vous avez ouvert au public un chemin vers l’acceptation de sa propre complexité. Grâce à votre immense sensibilité, vous avez mis en lumière un thème très moderne pour l’époque : c’était en 1981…
C’est très gentil, merci. Avec le temps et le succès, j’ai pu imposer mes propres thèmes. Si j’ai simplement mis en musique le magnifique sujet de Depuis qu’il vient chez nous, la chanson Ensemble est beaucoup plus personnelle : j’en ai initié le concept et j’ai activement participé à l’écriture du texte. J’espère de tout cœur que le public y perçoit cette quête dont vous parlez car, au-delà de l’icône, c’est effectivement l’humain qui se cherche.
Jeff, est-ce que Dalida vous manque ?
Terriblement. Mais elle manque à la France entière. Ce n’est pas un hasard si elle revient à la mode actuellement. Ce retour est l’expression d’un véritable besoin : celui de retrouver de grandes chansons classiques, portées par des voix authentiques et des timbres immédiatement reconnaissables. Si elle est si bien classée sur Spotify ou Deezer, c’est parce que le public a soif de cette sincérité. Personnellement, elle me manque sur le plan amical, car notre rencontre a été un immense coup de cœur. J’avais une place à part. Autour des stars internationales, il y a souvent des parasites, des gens qui s’accrochent par intérêt, mais ce n’est pas mon genre. Ma présence auprès d’elle était légitimée par mes chansons, qu’elle aimait profondément. Dalida accordait sa confiance à très peu de personnes : avec une telle notoriété, on devient naturellement méfiant face à ceux qui cherchent à en profiter. Elle savait que mon lien avec elle était pur : Iolanda me voyait comme un vrai ami. Dali est partie trop tôt, mais cela lui a permis de devenir éternelle…
Si je me suis battue debout contre les ombres
Dalida, Voilà pourquoi je chante – Jeff Barnel, Pascal Sevran
Et cachée dans la nuit pour étouffer ma voix
Des bravos et des larmes seront ma récompense
Pour un rideau qui tombe, un autre qui se lève
Demain et dans mille ans, Je recommencerai…
En 2005, vous avez replongé dans l’intimité de Madame Gigliotti pour un projet d’envergure : la mini-série Dalida, diffusée sur France 2. Vous y avez accompagné la star italienne Sabrina Ferilli en tant que coach pour l’aider à incarner l’icône. Quel souvenir gardez-vous de cette expérience ?
Oui, la vie est faite de curieux hasards. Comme j’exerce dans l’immobilier, une amie proche m’a appelé pour me dire : « Jeff, on cherche une maison en France pour le tournage d’un téléfilm sur Dalida ». Elle m’a alors mis en contact avec un certain Dimitri, qui m’a sollicité après avoir appris que j’étais son compositeur. Je ne connaissais pas encore la réalisatrice, Joyce Buñuel, mais je les ai invités à dîner chez moi, sans imaginer un instant l’ampleur que prendrait cette aventure. En entrant, Joyce a vu mes nombreux disques d’or et s’est exclamée : « Mais c’est vous qui avez écrit tout ça ? Vous devez absolument me parler de Dalida ! ». Sous le charme de nos échanges, elle a immédiatement contacté la productrice française pour lui dire qu’elle avait trouvé la personne idéale pour l’épauler sur le film. Trois jours plus tard, elle m’a invité pour me présenter l’actrice principale. C’est là que j’ai rencontré Sabrina Ferilli, qui était d’une gentillesse et d’une amabilité hors du commun. En découvrant que je parlais italien, elle m’a dit : « Quand je rentre à Rome, je m’arrange avec Mediaset : je vais t’imposer comme mon coach ». Je lui ai fait remarquer que tout serait en playback, ce à quoi elle a répondu : « Je le sais, mais pour réussir ce playback, j’ai besoin de toi ! ». Peu après, elle m’a appelé pour me confirmer que le contrat allait arriver. Nous sommes partis en Bulgarie pour le tournage : j’ai passé 15 jours intenses avec elle et Joyce. Redonner vie à Dalida aux côtés d’une comédienne italienne très adorable a été l’expérience de ma vie, un moment unique et inoubliable.
Avez-vous conservé ce lien si précieux avec l’équipe de la série ?
J’ai gardé une excellente relation avec Joyce, mais concernant Sabrina, je n’ai malheureusement pas réussi à la joindre par téléphone deux ans plus tard. J’avais des choses à lui dire. Il est fort possible qu’elle ait changé de numéro entre-temps. Pourtant, nous avions été extrêmement proches durant le tournage. Bien que la production ait prévu un hôtel spécifique pour elle, Christophe Lambert et Alessandro Gassmann, elle m’appelait sans cesse pour me dire : « Viens manger avec nous, Jeff ! ». C’était une période joyeuse. Cette expérience a été extraordinaire pour moi car elle m’a permis de découvrir l’univers du cinéma et des téléfilms, un monde que j’ai adoré explorer. En France, ce projet a d’ailleurs été un immense succès : diffusé en deux parties, il a réuni à chaque fois 6 millions de téléspectateurs. Pour le public français, atteindre une telle audience est une performance exceptionnelle.

Jeff Barnel: « Je m’appelle Georges Barnoti… »
Nous avons longuement évoqué Dalida la star, Iolanda la femme et tout ce qu’elle représente dans votre vie. Mais, si vous me permettez, qui est Georges Barnoti ?
C’est moi (il rit, N.d.R.). Je suis né en Égypte au sein d’une famille de la bourgeoisie syro-libanaise. J’ai grandi avec mes quatre sœurs. Comme tous les enfants de bonne famille, j’ai étudié au Collège des Jésuites et puis à l’Université Américaine du Caire.
Le nom Barnoti a une résonance particulière. Comment s’inscrit-il dans l’histoire de vos racines syro-libanaises ?
À l’origine, ma famille s’appelait Sakkal. Mon arrière-grand-père possédait des plantations de tabac en Syrie, une plante que l’on appelle Barnout en dialecte local. Dans les pays arabes, il était fréquent d’être désigné par sa fonction plutôt que par son patronyme officiel. Les gens avaient pris l’habitude de dire : « Voilà le Barnoti qui arrive » ou « J’ai croisé le Barnoti l’autre jour ». Lorsque mon grand-père a été déclaré à l’état civil, c’est ce nom-là qui a été retenu. C’étaient des changements possibles à l’époque dans cette région du monde.

Quelqu’un disait que vous aviez des origines italiennes…
Ce n’est pas vrai ! Pourtant, tout au long de ma vie, à cause de cette consonance, chaque fois que je prononçais le nom Barnoti, on me demandait systématiquement si j’étais Italien.
Vous avez mentionné plus tôt que vous échangiez en italien avec Dalida et Sabrina Ferilli. Comment avez-vous apprivoisé la langue de Dante Alighieri ?
Quand je vivais en Égypte, c’était un pays profondément cosmopolite où cohabitaient des Grecs, des Arméniens et des Italiens. La radio reflétait cette diversité avec des programmes diffusés dans toutes les langues. Chaque jour, vers 17 heures, je ne manquais pour rien au monde l’émission italienne qui proposait des bulletins d’information suivis du rendez-vous musical Canzoni per voi. Passionné de musique dès mon plus jeune âge, j’écoutais ces chansons pour rester à l’affût de tout ce qui se créait en Italie. J’admirais Luciano Tajoli, Claudio Villa ou Nilla Pizzi. J’étais un fervent admirateur de Mina, Domenico Modugno, Tony Dallara et Nico Fidenco. Les voix de Sergio Endrigo et de Luigi Tenco, qui a interprété la merveilleuse Ho capito che ti amo, me transportaient, tout comme l’énergie de Rita Pavone. Grâce à ces ondes, j’apprenais les morceaux de manière phonétique : sans même maîtriser la langue, je chantais déjà par cœur Il cielo in una stanza ou Sapore di sale. C’est ainsi que mon amour et ma familiarité avec cette culture sont nés. Plus tard, la vie a renforcé ce lien : ma sœur a épousé un Romain et j’ai de nombreux amis de l’autre côté des Alpes. J’ai ainsi perfectionné mon italien sans jamais l’étudier, simplement en le pratiquant au quotidien avec mes nièces. Enfin, dans les années 80, ce parcours a abouti à la création de deux morceaux en italien : Se un amore non c’è più et Mai. Ce dernier a été un immense succès en France.
Quel a été l’élément déclencheur qui vous a poussé à quitter Le Caire pour l’Europe ?
C’est ma rencontre avec une amie chanteuse. Je suis devenu son pianiste accompagnateur. Cette femme, très introduite dans l’élite égyptienne, s’appelait Michaële. Elle est devenue plus tard une parolière légendaire en France, signant des tubes comme Gigi L’Amoroso pour Dalida. C’est elle qui a agi comme un catalyseur. Alors que je m’apprêtais à étudier la chimie physique à l’Université américaine du Caire, elle m’a dit : « Tu n’es pas fait pour ça, ta place est dans la musique ! ». Mon père était déjà décédé, et l’idée de devenir musicien en Europe était un véritable scandale pour ma famille. Ma mère a fini par accepter, mais à une condition : « Je ne te donnerai mon autorisation et mon soutien que lorsque tu auras ton diplôme. Même si tu finis par chanter dans le métro, tu auras toujours ce bagage pour te retourner ».
Votre départ d’Égypte ressemble à une véritable odyssée, qui vous a d’abord mené au Liban avant de vous conduire à Paris. Avez-vous ressenti de la nostalgie pour votre balad et pour vos nās ?
Ce qui m’a manqué le plus, c’est évidemment ma famille, restée là-bas. En revanche, je garde un souvenir particulièrement douloureux de ma scolarité en Égypte : ce sont des années qui ne m’évoquent rien de bon.
Si ce n’est pas trop indiscret, quelles sont les raisons qui ont laissé un goût si amer à vos souvenirs d’écolier ?
Mes mauvais souvenirs d’école viennent du fait que j’avais sauté deux classes. Étant très en avance, on m’a intégré dans un établissement où les élèves étaient bien plus âgés que moi. Ma famille a dû intervenir pour que je puisse entrer dans ce qu’on appelait en Égypte le Grand Collège, mais je me suis retrouvé avec des camarades ayant 3 ou 4 ans de plus. À 12 ans, un tel écart est immense. J’étais un peu le souffre-douleur. Je ne dirai pas que j’étais harcelé, mais c’était presque ça : les enfants peuvent être d’une grande cruauté. Je détestais ce que j’étudiais, je ne le faisais que par obligation sociale. Ce fameux bagage était la condition sine qua non pour obtenir l’autorisation de quitter le pays alors que j’étais encore mineur.
Pourriez-vous nous raconter comment la parenthèse libanaise a transformé le jeune diplômé en artiste ?
Ma famille manquait de moyens. Nous avons été touchés de plein fouet par le système politique nassérien : mon père possédait un grand salon de thé très réputé en Égypte, mais l’établissement a été nationalisé et séquestré. Du jour au lendemain, il ne pouvait plus mettre les pieds chez lui. C’est dans ce contexte que j’ai quitté mon pays pour la musique, sans rien d’autre sur moi qu’un costume et un modeste bagage. Pour quitter Le Caire, on m’a fait un contrat pour travailler à l’étranger. Je suis d’abord passé par le Liban, où vivait ma sœur, et j’y ai entamé mon parcours. Très vite, je suis devenu une vedette locale : j’ai enregistré un 45 tours produit par la RCA, mon nom s’affichait sur les écrans de cinéma et j’ai même remporté le premier prix d’un prestigieux concours de chant. C’étaient des débuts extrêmement positifs, mais la célébrité au Liban n’était pas mon objectif ultime. Malgré ce succès fulgurant, mon ambition restait inchangée : ce n’est pas en Orient, mais en Europe que je voulais faire carrière et m’imposer.

Après vos succès libanais, vous franchissez enfin le seuil de la capitale française. Quel a été votre premier contact avec Paris ?
Une fois mon diplôme en poche, j’ai débarqué à Paris à 20 ans, sans un sou et sans personne. La France était le seul pays au monde où je n’avais aucun proche. Mes débuts ont été rudes. Heureusement, deux frères égyptiens, des amis intimes, m’ont recueilli chez eux pendant des mois. Sans leur aide pour me loger et me nourrir, je n’y serais jamais arrivé : je ne l’oublierai jamais. Je me suis construit seul, édifiant ma carrière pas à pas.
Jeff, en regardant vos yeux, on reste frappé par la lumière de votre regard. Ils ont une certaine naïveté, au sens le plus noble du terme. En arrivant du Caire si jeune dans une métropole comme la Ville Lumière, vos yeux ont-ils été confrontés à des réalités que vous auriez préféré ne jamais voir ?
À vrai dire, non. Quand je suis arrivé en France, j’avais le regard de mon âge : celui d’un passionné de musique qui débarquait pour tenter sa chance. J’étais jeune et plein de patience. Mais comme tous les artistes, j’ai toujours été un garçon très angoissé. Dès que les choses ne tournaient pas exactement comme je le souhaitais, l’inquiétude prenait le dessus. J’ai mis 7 ans avant de pouvoir enfin vivre de mon métier. Durant cette période, il fallait bien manger. Je n’ai jamais nourri de regrets. J’ai même écrit une chanson, restée inédite, qui s’intitulait Il n’y a rien de pire que les regrets. Elle disait qu’on ne vit qu’une fois. J’ai aussi eu le bonheur de collaborer avec des personnes qui m’ont permis de m’épanouir professionnellement. C’est essentiel, car passer sa vie à travailler avec des gens pénibles, et sans succès, ce n’est pas une vie.

Comment est née votre carrière professionnelle ?
Tout a commencé lorsque j’ai présenté la chanson Comme les autres au label Disques Flèche de Claude François. Son directeur artistique a eu un véritable coup de foudre et m’a fait signer trois jours plus tard. J’ai découvert après coup que Claude, alors superstar, avait décidé de l’enregistrer lui aussi. Sur le moment, j’étais furieux, car je craignais pour ma propre version. Fraîchement arrivé du Caire, je ne réalisais pas encore la chance immense d’être repris par une telle icône.
Comme les autres est votre premier succès en France. Mais d’où est-elle venue précisément ?
Pour être honnête, l’étincelle est venue d’une chanson de Serge Lama traitant du même sujet, que j’avais entendue alors que j’étais encore en Égypte. Mais la sienne était bien plus violente. Quand Claude François a dit qu’il voulait la chanter, je me suis fermement opposé à cette idée auprès de son directeur artistique. C’était inouï : les gens faisaient la queue pour être repris par lui à cause des droits d’auteur, et moi, je refusais ! Mon premier 45 tours s’est fait dans des conditions épouvantables. Moi qui aime travailler en étroite collaboration avec les musiciens, j’ai été écarté de l’arrangement, réalisé en Angleterre sans ma présence. J’ai trouvé le résultat horrible, d’autant qu’ils ont utilisé la même base musicale pour sa version et la mienne. Finalement, mon disque est sorti et a commencé à passer en boucle sur RTL, la première radio de France. J’ai fini par comprendre que chez Disques Flèche, il n’y avait de place que pour lui. J’ai donc rédigé une lettre pour demander à partir.
Et puis ?
Après cette expérience et un passage par l’Eurovision en 1975 avec Nicole Rieu, il y a eu Dalida, bien sûr. Mais mon plus grand succès personnel en tant que producteur reste Le Géant de Papier en 1984. J’avais écrit cette musique dès 1977, mais personne n’en voulait à Paris. J’ai finalement rencontré Jean-Jacques Lafon en studio. Je suis tombé amoureux de sa voix exceptionnelle. Comme personne ne croyait au titre, j’ai décidé de tout faire moi-même : production, management, édition. Le ciel m’a entendu : c’est devenu un classique absolu en France et dans les pays limitrophes. C’est cette chanson qui m’a véritablement mis à l’abri.
Vous nous disiez qu’à votre arrivée en France votre ambition première était la scène. À quel moment avez-vous réalisé que votre véritable destin se jouait peut-être dans l’ombre ? Comment avez-vous vécu cette transition intérieure, en acceptant que votre génie s’exprime davantage à travers la voix des autres ?
C’est une prise de conscience extrêmement difficile. Je ne vous cache pas que le rêve de tout auteur-compositeur est de monter sur scène, de devenir célèbre et de faire l’Olympia. Il existe une chanson de Charles Aznavour, Je m’voyais déjà, dont le texte illustre précisément mon parcours, et sans doute celui de tous les créateurs qui tentent leur chance. Comme dans ce titre d’Aznavour, je dois dire que je n’ai pas été aidé. Les maisons de disques n’ont probablement pas osé me dire franchement : « Vous n’êtes pas fait pour la scène, votre talent réside dans l’écriture ; vous n’avez pas le look requis ». Car il ne faut pas se mentir, l’image compte énormément : pour Dalida, par exemple, son personnage représentait 30 ou 40% de son succès. Moi, je ne possédais pas cet attrait. Décider, du jour au lendemain, de rendre son tablier pour n’écrire que pour les autres a été un déchirement. Mais je suis quelqu’un de volontaire et il fallait bien vivre. Quand j’ai réalisé que mes compositions suscitaient un véritable intérêt et commençaient à s’imposer, j’ai compris que ma voie était là. C’est dans l’ombre que j’ai fini par exceller.
Jeff, vous traversez à présent ce que l’on appelle si joliment le « bel âge ». Vous évoquiez tout à l’heure Aznavour et son titre Je m’voyais déjà comme la bande originale de votre vie. Aujourd’hui, quel regard portez-vous sur cette partition ?
J’ai quitté le show-business officieusement juste après le départ de Dalida. J’ai vendu ma société, Vizir Music, pour me lancer dans l’immobilier. Depuis 30 ans, je me consacre à la vente d’appartements, principalement des biens haut de gamme : c’est une activité qui a évolué en parallèle de mon parcours musical. Aujourd’hui, je vis sereinement de mes droits d’auteur et de mes transactions immobilières. Je n’ai aucun regret : je suis profondément reconnaissant pour tout ce que l’existence m’a offert. J’ai traversé une épreuve terrible le 7 octobre 2024 : j’ai subi une opération à cœur ouvert. On a découvert un anévrisme de l’aorte qui a nécessité une intervention d’urgence. On m’a retiré une partie de l’artère et, compte tenu de mon âge, on a également remplacé une valve aortique qui était très fatiguée. J’ai passé 36 jours à l’hôpital et j’ai énormément souffert. Maintenant, mon cœur va bien et je ne peux pas me plaindre, mais un tel choc vous oblige à tout relativiser instantanément. J’ai eu une vie extrêmement remplie. J’ai toujours fait ce que je voulais, sans jamais reculer devant rien. Que ce soit dans ma carrière professionnelle, ma vie personnelle ou familiale, j’ai réalisé tous mes rêves, parfois au prix de grandes difficultés, mais j’y suis parvenu. Le jour où je devrai quitter ce monde, je partirai heureux.
Merci pour ce partage si intime. Tout au long de cet entretien, vous avez souligné de n’avoir ni remords ni regrets. Avec le recul et après toutes ces épreuves, est-ce vraiment ainsi que vous percevez chaque chapitre de votre parcours ?
Oui, tout à fait. Mais en y réfléchissant, j’ai loupé une chose très importante dans ma vie. Je ne sais pas si je l’ai perdue ou égarée, mais je le regrette infiniment : c’est une lettre de ma mère. À mes débuts en France, je travaillais chez Bull General Electric, une énorme multinationale américaine. J’y étais traducteur technique, simplement parce qu’il fallait survivre et que mon diplôme me le permettait. À cette époque, on embauchait beaucoup, le chômage n’existait pas encore, mais je m’ennuyais à mourir. Je sombrais dans la dépression car je n’arrivais ni à placer mes chansons, ni à décrocher un contrat pour chanter. C’était une période très compliquée. Ma mère vivait en Égypte. Comme il n’y avait ni portables, ni même de téléphones fixes accessibles, nous correspondions par courrier. Je lui ai écrit pour lui dire que je n’allais pas bien, que j’étais malheureux et que j’ignorais de quoi mon avenir serait fait. Sa réponse fut extraordinaire. Je regrette amèrement de ne pas avoir gardé cette lettre.

C’est un souvenir très précieux. Ces mots ont dû avoir une force incroyable pour vous marquer autant…
Elle m’avait écrit : « Mon fils, que fais-tu encore dans cette société ? Tu es en France pour la musique, tu es jeune, tu n’as pas encore de famille et tu n’as de comptes à rendre à personne, alors vis ton aventure ! Quitte ce travail, même si tu dois finir par chanter dans le métro ». Elle me poussait vers l’inconnu, ce qui est très rare. En général, les parents vous incitent plutôt à garder un emploi sérieux. Elle m’avait dit exactement le contraire. Ses mots m’ont donné un élan incroyable, un coup de pouce vital. Elle avait même ajouté une phrase qui m’avait fait rire : « Si c’est pour faire de la traduction technique, rentre en Égypte ! Tu pourras faire la même chose ici, entouré de ta famille. Si tu as choisi l’Europe, c’est pour te battre pour tes rêves. Sinon, ce n’est pas la peine ». Cette lettre m’a totalement boosté !
Est-ce qu’elle vous manque ?
J’ai eu une maman que je n’ai pas beaucoup vue, car j’ai toujours vécu en France après mon départ d’Égypte. Je ne peux que conseiller à ceux qui ont encore leurs parents près d’eux d’en profiter au maximum.

Jeff, vous qui avez mis l’amour en musique pour les plus grandes voix, quelle place ce sentiment occupe-t-il dans votre intimité ?
Sans amour, on ne vit pas et l’on ne pourrait pas en écrire, cher ami.
Je vous remercie infiniment pour votre générosité, votre sincérité, le temps que vous nous avez accordé et, surtout, pour les émotions que l’écoute de votre Art procure.
Merci à vous pour votre attention et votre gentillesse.
Jeff Barnel: « Je vous raconte ma Dalida… et un peu de moi »
Jeff Barnel ne se contente pas de raconter Dalida : il la fait revivre. Tout commence par un coup de téléphone inattendu, une femme qui entre dans une pièce comme un rayon de soleil et lance, presque par boutade : « Nous ferons de grandes choses ensemble ». Une phrase qui résonnera comme une prophétie. Dix ans de collaboration se transforment en 4 000 jours d’une intimité absolue, faite de musique, de rires, de dîners, de parties de cartes, de vacances, d’accrochages et de confidences murmurées en dialecte égyptien pour que personne d’autre ne puisse comprendre.
Des mots de Barnel émerge un lien rare : non pas celui d’une diva et de son compositeur, mais celui d’Iolanda et de Georges, deux âmes marquées par l’exil, par une sensibilité extrême et une fragilité qu’ils ne laissaient jamais transparaître. Le compositeur entraîne le Lecteur dans les coulisses de morceaux qui ont marqué l’histoire : des chansons nées d’intuitions soudaines, de phrases lâchées au hasard, de nuits de doute et de paris risqués. Certaines sont devenues des hymnes planétaires, d’autres les miroirs secrets de l’âme de Dalida.
Il y a l’Orient réinventé, transfiguré à jamais ; il y a cette mélodie qui accompagne un instant de paix historique ; il y a cette chanson qui s’adresse à la Mort sans jamais la nommer ; il y a cette décision prise à l’encontre de toute logique commerciale pour protéger l’image d’une femme aimée. Il y a les succès colossaux et les blessures qui ne cicatrisent pas.
Barnel dévoile aussi le visage caché du mythe : la solitude derrière les projecteurs, le trac avant d’entrer en scène, les appels nocturnes en quête de vérité, l’enfant qui se dissimulait derrière la star mondiale. Et puis, l’absence. L’instant où tout bascule. Ce titre qui, une fois le rideau tombé, prend un sens dévastateur. Cette phrase dite par Dalida juste avant de partir, et qui change à jamais la manière d’écouter une chanson.

Mais cet entretien n’est pas seulement le portrait de Dalida. C’est aussi l’histoire d’un homme qui a accepté de briller dans l’ombre, qui a renoncé à la lumière pour donner une voix aux autres ; un homme qui a traversé la pauvreté, la gloire, le silence et enfin la maladie, sans jamais perdre sa gratitude envers la vie. Une personne qui a créé certaines des chansons les plus aimées de tous les temps et qui confesse ne regretter qu’une chose : une lettre perdue.
Dans le récit de Jeff Barnel, quelque chose reste en suspens, un secret partagé : une vérité qu’il appartient au Lecteur de découvrir.
Jeff Barnel tells his Dalida | EXCLUSIVE INTERVIEW


Composer, lyricist, performer, but above all a professional capable of changing the history of Song. Jeff Barnel, born Georges Barnoti in Cairo, grew up among languages, cultures, and hardships. He is one of the most influential figures of 20th‑century Mediterranean music. His name is inextricably linked to Dalida, with whom he shared 10 years of collaboration and absolute friendship, giving life to some of the most emblematic songs of her repertoire. Among others: Salma Ya Salāma, Ḥelwa Ya Balady, Ensemble, Il Pleut sur Bruxelles, Pour en arriver là, and Mourir sur scène, which became the diva’s artistic testament.
Before and after the icon of Laissez‑moi danser (Monday, Tuesday), Barnel travelled across the Orient and Europe, leaving a recognizable, refined, deeply emotional mark. He revolutionized Arabic song by blending Western arrangements with Eastern language, wrote timeless hits for other artists, experienced personal success as a singer and producer, and ultimately chose to excel behind the scenes, in the shadows. His is the story of a man who wrote with his heart, transforming life into an endless melody.

Jeff Barnel: ‘My 4,000 days of friendship with Dalida…’
Modernity, Charles Baudelaire stated nearly two centuries ago, is by nature ephemeral, destined to consume itself at the very moment it asserts itself. Fashion, in the broadest sense of the term, thrives on this tension: it is born to shine and to disappear. And yet, there are works that escape this law, as ruthless as it is fascinating. The melodies composed by Jeff Barnel for Dalida belong to this rare category. Although born within a precise historical context, they never allowed themselves to be trapped by the trends of an era, continuing instead to speak to different generations with undiminished force.
In these compositions resonate identity, memory, desire, and pain: elements that know no seasons. Perhaps this is why the star never appears ‘dated’, but constantly present. Her voice, sustained by the music of her great friend, defies the natural course of time. Thus, if fashion by definition is condemned to change, the Italo‑Franco‑Egyptian diva, thanks in part to the creations of her confidant, has instead conquered a form of eternity: that of an emotion that renews itself with every listen. Here perhaps lies the secret of her enduring relevance: having been truly, profoundly, and irreducibly human.
On the occasion of the 93rd anniversary of Dalida’s birth, which occurred on 17 January 1933, Il Difforme reached out to Jeff Barnel for an intimate and heartfelt dialogue. A precious encounter with the man who accompanied the vedette for 4,000 days, sharing her music, her life, and her silences. A sincere portrait of Iolanda Gigliotti and Georges Barnoti: two souls bound by remarkable strength and extreme sensitivity.

Jeff Barnel, your collaboration with Dalida lasted 10 years and led to a deep friendship. How did you first make contact?
It all began at the end of August 1977, with a phone call from Orlando, her brother. He immediately asked me: ‘Do you read and write Arabic?’. When I said yes, he scheduled an appointment for the next day at 2 pm. Upon arriving at his office, he handed me an Egyptian text titled Salma Ya Salama. His goal was clear: he wanted an oriental sound for Dalida so she could sing in Arabic in the 14 countries where she was already an immense star. Since he didn’t know me very well yet, he warned me that he would be putting me in competition with another composer. It turned out that this rival was none other than my own publisher at the time, who worked extensively with Demis Roussos. When I called him, he confessed he didn’t have time to work on it. So, I composed my melody and, when I showed it to him, he was thrilled. He told me: ‘I think you’re going to win’. Being my publisher, it was in his interest for me to succeed; he and Orlando discussed the idea of also recording a French version, for which he would handle the publishing. That same evening, Mr. Gigliotti called me to announce that both he and Dalida, who was there in his office, loved the song.
Could you tell us about the circumstances of your first meeting?
Yes. The next day, I arrived at the office and, when she walked into the room, I saw un raggio di sole, a ray of sunshine. It’s an image engraved in my memory: she had just returned from her holidays in Corsica; she was radiant and deeply tanned. We sat at the piano and, at a certain point, she said: ‘Stop being so formal, call me Dalida’. Embarrassed, I replied: ‘It’s just out of habit…’ (he laughs, editor’s note). At the end of the rehearsal, she turned to me and said, with that beautiful accent of hers: ‘Let me tell you today, my dear Jeff: we’ve only just met, but we are going to achieve great things together!’.
Salma Ya Salāma is much more than just a song: it’s a bridge between cultures, recorded in several languages and still celebrated today by new generations of artists. How do you view this timeless success, and how do you explain it?
It’s difficult to explain where success truly comes from. I had already collaborated with other artists before Dalida, but you never know when a piece is going to become a sensation. As for the triumph of Salma Ya Salama, I probably understand its impact better in the Arab world than in France.
Why?
Because we managed to pair a Western arrangement with an Arabic text. I can say, in all modesty, that after this song, 90% of Middle Eastern artists moved away from traditional arrangements to draw inspiration from our sound. Even today, 45 years later, Egyptian music still bears the imprint of what we created. In my view, this success rests on three pillars: first, the perfect marriage between Dalida’s persona and the song. Second, a simple melody, one that the public could easily make their own. And finally, there is the luck factor. Without diminishing the quality of my music, luck always plays a role.
The success of this song resonated across the entire Arab world. Salma Ya Salāma provided the soundtrack for Anwar as-Sādāt’s historic visit to Israel in 1977. Do you believe that art and music still have the power to unite people where politics fails?
With Salma Ya Salama, we truly struck a chord. I would like to believe art can unite people, but it’s a somewhat utopian idea. It’s a hope we all carry within us, but much like when John Lennon sang Imagine, one wonders if it had any tangible effect. One must admit there were no concrete results.
If the social impact remains uncertain, your artistic influence, on the other hand, is indisputable. You previously stated that Dalida and you radically transformed Middle Eastern music. How so?
Traditionally, Egyptian songs, like those of Umm Kulthum, could last 45 minutes. But over the past 30 years, if you listen to what’s popular in Egypt, it is no longer purely traditional in the classical sense. The Arab world has adopted our format, with songs lasting 3 or almost 4 minutes. Take Amr Diab, for example, a massive star in Egypt. He has a magnificent song, Tamally Maak, which I wanted to adapt into a French version for Hélène Ségara. We requested permission, but he refused because he wanted the success to remain tied exclusively to the Arabic version. And yet, when you listen to that song, you could almost believe I wrote it: it is completely imbued with the musical world and colour I created nearly 50 years ago.
Congratulations! Let’s focus on this Arabic repertoire that has so deeply marked your career. In 1979, you composed what would become a true anthem for the entire Middle East. Conceived as a tribute to Egypt, Ḥelwa Ya Balady still resonates today with universal emotion…
All the songs I composed in Arabic were successful, but I wrote Helwa Ya Balady alongside one of my co-composers. The scale of that phenomenon is difficult to explain. What is fascinating is that 14 different Arab countries embraced the song as their own, each convinced it had been written for them. I’ve met Tunisians and Lebanese who told me how deeply it moved them. When I explained that the song wasn’t dedicated specifically to their country, they would respond: ‘True, but it is for us, too, because we adore it’. They truly took it to heart.
Let’s step away from the Arabic repertoire for a moment and return to 1979, when you helped create an immortal hit. Every Dalida fan knows this French disco gem: Laissez-moi danser (Monday, Tuesday). Although the melody is by Toto Cutugno, your role was instrumental in its success. Can you tell us exactly what your contribution was?
I wrote the entire English part. It’s a quite amusing story: I was having dinner with a friend at Da Graziano, the former Le Moulin de la Galette, where Dalida often went. Orlando arrived and came over to my table: ‘I’m in a real bind. Toto Cutugno has composed a splendid melody, but there’s a musical hook that feels empty unless it’s sung’. He explained that the lyricist Pierre Delanoë had already written the French text, but he wanted four backup dancers around his sister to sing in English. At the time, we were in the middle of the Village People wave, and he wanted to capture that spirit by creating ‘Dalida’s Village People’. His assistant handed me a mini-cassette, and Orlando said: ‘Here, once you’ve finished your plate of spaghetti, get to work!’. I grabbed a pen and wondered what I could write that would be accessible to the French public, who didn’t necessarily speak much English back then. I needed simple words that everyone learns in school. That’s how I came up with ‘Monday, Tuesday’. When I finished, I went over to his table: ‘Bruno, I’ve found something, I don’t know what it’s worth, but it feels right to me’. As soon as I sang it to him, he shouted with joy: ‘It’s fantastic, I love it!’.
Following the monumental structure of Génération 78 and Ça me fait rêver, in 1982 you launched a new medley, this time with a distinctly Middle Eastern feel: Aghāni Aghāni. What inspired you to revisit that mosaic format to celebrate Dalida’s Arabic repertoire?
Aghani Aghani is a very special work. After the massive commercial success of Génération 78 in France, Orlando was looking for an idea for Dalida’s next Arabic song. At the time, we were releasing an Arabic record every 18 months or two years. I suggested an idea, though I wasn’t sure if it could work: ‘What if we did a Génération 78 in Arabic?’. I explained that we needed to select the greatest Arabic hits and turn them into a medley. Having been born in Egypt, I grew up with those songs; I knew the performers and the melodies of my youth by heart. However, we needed official clearance to use other people’s works. So, I asked a friend still living in Egypt to help secure the rights to those musical fragments, just as we had done with Domenico Modugno or Gino Paoli for Génération 78 and Ça me fait rêver. Alongside assembling those older pieces, I composed the entire original connecting part, what we call the ‘main theme’.
Another song dedicated to Egypt is Aḥsan Nās, released in 1985…
Ahsan Nas reached number one in Egypt and later became the jingle for Orange Egypt, formerly Mobinil. It all started when Orlando called me: Salah Jahine, the lyricist of Salma Ya Salama, had come to see him with a composer to pitch a new song. Orlando wasn’t entirely sold on it and wanted my opinion. I met the composer and listened to their proposal. Once I was alone with Orlando, I told him honestly: ‘Bruno, the beginning is interesting, but the rest should be scrapped’. The song mentioned various Egyptian cities, and I suggested keeping only the introduction and rewriting everything else. In the end, we kept only the hook: ‘Adina bendardesh, warana eih, warana eih’. The rest of the melody, as you know it, is entirely mine.
This success has continued across the Arab world through songs like Gamyl eṣ-Ṣoura and the moving Lebnān. Written in 1986, this piece was a posthumous release, becoming an even broader tribute to the Land of the Cedars than the famous Li Bayrūt by Fairuz. How did you, as an Egyptian, manage to compose that Lebanese tribute during such a brutal civil war? What was the source of such sincere sentiment for a nation that was then so torn apart?
That feeling stemmed first from my roots: I speak Lebanese Arabic, I lived there, and my mother was born in Lebanon. For this song, it all began with a text brought to me along with a cassette of the poet reciting his words. I composed the music directly to the rhythm of his phrasing. We wrote this piece at a time when the war was finally beginning to subside. Orlando had entrusted me with the lyrics, but we weren’t able to fully complete the production because Dalida left us in the meantime. The song was therefore mixed posthumously in 1988. At the time, my working method was very specific: I always prepared demos in which I sang the parts myself. Claude François often told me that in his records, he could hear exactly the sound and the world of my drafts. When I presented Lebnane to Dalida, she adored it and told me: ‘Your song is magical!’. Today, due to health problems, I have lost the use of one ear, and my voice is no longer the same. That bond between my voice and theirs was the secret behind our greatest successes.
Thank you for sharing that. Jeff, we now come to one of the pinnacles of your career and Dalida’s: the year 1983. You are the composer of Mourir sur scène, a masterpiece that has become her definitive anthem worldwide. Today, the song is performed by every generation, both in France and abroad. What strikes listeners most is the surprising contrast: an upbeat, almost light melody paired with profoundly moving lyrics. Can you tell us about the genesis of this masterpiece?
Michel Jouveaux, the lyricist with whom I had already written Il Pleut sur Bruxelles, brought me two texts: one titled Bravo and the other Mourir sur scène. Initially, Michel had written a generic text. When I read the beginning of Mourir sur scène, I immediately had an intuition: ‘This song is for Dalida, but you need to tailor the content a bit’. After those adjustments, he asked for my opinion on the two proposals. I told him that Bravo didn’t interest me, unlike Mourir sur scène. However, since I was starting to produce a young artist at the time, I asked him to let me keep the text and think it over. In the meantime, Jouveaux went to see another composer who had the opposite reaction: he chose Bravo. Michel called me back, amused by the contrast, and I then got to work. I composed the music to that text, which I found disarmingly beautiful. It was a very delicate task because, when she sings ‘Viens, mais ne viens pas quand je serai seule…’ (‘Come, but don’t come when I am alone…’), she is speaking directly to Death. She addresses Death as if it were a person…
Mourir sur scène is now considered Dalida’s true artistic testament. Those verses where she addresses Death ‘Tous les deux on se connaît déjà, on s’est vus de près, souviens‑toi…’ (‘The two of us already know each other; we’ve had a close brush with one another, remember…’), profoundly echo her 1967 suicide attempt. As a composer, how did you manage to translate such an intimate wound into a melody that remains so dignified and powerful?
At first, part of the audience didn’t immediately realise that Dalida was speaking directly to Death. People don’t always delve deeply into lyrics. One evening, at a restaurant, Orlando sat at a table next to mine and told me: ‘I have bad news: Dalida doesn’t want to record Mourir sur scène’. I replied that if she didn’t feel it, we shouldn’t insist, but he wanted to try anyway. The next day, he explained that Dalida feared an overlap with the song Bravo, because both tracks mention the stage. Eventually, she agreed to a studio test. At first, the arrangement didn’t work. The sound engineer, who also acted as an arranger at times, told me: ‘I know why it’s not working. We need to change the rhythm’. He took a drum machine and programmed a four-on-the-floor beat, driving the track forward like a disco hit. Immediately, the song took on a new dimension. We added the strings, and the song was born. But Orlando was still hesitant about which track should be the A-side of the single. He asked me to listen to both Les P’tits Mots and Mourir sur scène: ‘Jeff, you’re a friend. Listen to both and tell me which one you would put on the A-side’. After giving them a listen, I called him: ‘Bruno, if I were the producer, I’d put Mourir sur scène on the A-side. But you won’t do it, because you’re afraid of a song that speaks of death…’.
Indeed, he chose Les P’tits Mots for the A‑side…
Yes, I was right. Dalida was such a massive star that she would often perform two or three songs on television. Consequently, the public began to take an interest in the B-side as well. During her lifetime, the song became a staple of her TV appearances. Much later, in 2007, the young singer Julien Doré covered the song on the show Nouvelle Star. It was a huge success, introducing the track to a whole new generation. Since then, there have been over 43 different versions! There was the rock-infused version by Shaka Ponk, as well as covers by Amel Bent, Vianney and Suzane, Les Enfoirés, and Marilyne Naaman. The song experienced a true resurgence, particularly in clubs, thanks to remixes by duos like Bon Entendeur. That’s how Mourir sur scène became a truly iconic work.
In addition to profound masterpieces like Mourir sur scène or Il Pleut sur Bruxelles, you also gave Dalida ‘lighter’ songs. How do you maintain such versatility?
I remain quite modest about that. The reason I’ve stopped composing today is because I consider myself a true composer, not just a melodist or someone who suggests arrangement ideas. I write verses, choruses, and harmonic structures; it’s a craft you don’t just learn; you hone it over time. For instance, regarding Voilà pourquoi je chante, professionals from Quebec told me it was one of the most beautiful melodies Dalida ever recorded, and a film director even remarked that it sounded like a movie soundtrack. I can compose pieces of that calibre while remaining equally comfortable with more rhythmic, upbeat songs.
Some examples are Quand je n’aime plus, je m’en vais, Soleil and Femme…
For these three songs, my role was different. For Quand je n’aime plus, je m’en vais, the music was by Jacques Morali, the composer and producer of the Village People. Pierre Delanoë called me after speaking with Orlando. The original idea was mine, and we reworked the song together. For Soleil, I am a co-author. It was originally an Italian song titled Mediterraneo. We wrote the French lyrics, and our version was so well received that in Spain they preferred to keep my version, Soleil (Mi Sol), because they felt it had more mass appeal. Finally, Femme was a very complex case. The music was by Charlie Chaplin, and his heirs categorically refused any French version. They eventually agreed, but under terrible financial conditions: we received performance royalties but no mechanical royalties from record sales. It was scandalous, but I accepted for the honour of it. To see my name next to Charlie Chaplin’s on the label of a Dalida record was worth all the money in the world. It was a source of enormous pride! I have never worked for money. What matters to me, above all, is success.
Your music has truly travelled the world. What do you think of the way Dalida made your songs her own in other languages? For example, Salma Ya Salāma in German, or in Italian as Uomo di sabbia; and Mourir sur scène, which became Quando nasce un nuovo amore, Born to Sing, or Morir cantando. How do you reflect on the universality of your compositions?
I believe that when a song becomes a hit and other countries request adaptations, it is preferable to keep the original language, title, and themes, so as not to alter the identity of the work. Despite this conviction, I must say that Dalida particularly loved performing Uomo di sabbia.
On this topic, the Turkish artist Ajda Pekkan, with whom you collaborated, chose to remain very faithful to the spirit of Mourir sur scène in her version Bir Gece Sahnesi.
I know Ajda Pekkan very well; I have composed some 15 songs for her. I am aware that she covered this track and stayed very true to the original lyrics.
You also have an interesting story related to Born to Sing…
Yes! The lyricist for Born to Sing was Norman Newell, a songwriting giant who penned massive hits in the United States. For example, he’s the one who adapted Mina’s famous song Grande, Grande, Grande into Never, Never, Never for Shirley Bassey. He also wrote the English lyrics for More, a standard performed worldwide. Newell arrived at the studio with his partner while we were recording with Dalida. Orlando welcomed him and, after listening to Mourir sur scène and Les P’tits Mots, Norman told me: ‘I like your way of composing, your music is very popular!’. He assured me that with English lyrics, my songs could attract very prominent performers. Indeed, when he wrote the lyrics for Born to Sing, it was Shirley Bassey who recorded it. But for me, it was a catastrophe. I couldn’t say it too loudly at the time because everyone around me was celebrating: ‘Fantastic, you’re being sung by Shirley Bassey!’. I knew perfectly well that for my reputation, it was a crowning achievement, but artistically, the version was terrible.
You have this rare gift for being able to ‘tailor’ a song to an artist, as if it were destined for them from the start. When you composed for Dalida, whose wounds were so deep, how did your creative process unfold?
Your questions are very metaphysical (he laughs, editor’s note)! It’s hard to answer precisely, but I think that when you create, you naturally do so through the lens of your own sensitivity. I am one of those rare composers who has a vital need for the text. If the words don’t speak to me, inspiration simply doesn’t come. Take Depuis qu’il vient chez nous, for example. The lyrics were faxed to me by the songwriters. It was a very delicate theme for the time, much more so than it would be today. They had written it with Dalida in mind, but I told them: ‘It’s one thing to think of her; it’s another to find the right music’. The structure of the text, with its internal rhymes and atypical rhythm, immediately inspired me. I went to see Orlando with the two authors, which was something I never usually did. When he heard it, he said: ‘It’s magnificent, but with a theme like this, radio stations will reject it’. But the song was released anyway. In my work, I pay extreme attention to arrangements and orchestration; I always try to guide the arrangers, so they respect the original intention of the piece. For me, my sensitivity only emerges if the lyrics inspire me. In the case of Mourir sur scène, I certainly had no desire to lose my life under the spotlight! But when I read those words, I was transported. I never consciously tried to write tailor-made material for artists, except, perhaps, for Dalida. My music naturally harmonised with her: I wrote from the heart.
At the time, as you composed song after song, were you aware that you were leaving your mark on the history of French music?
I had been an admirer of Dalida from the very beginning, ever since her early days in Egypt. Later, life took me in a different direction: I was living in France and listening to other artists. When I began collaborating with her, I obviously knew she was an immense star, but I hadn’t yet realized her true impact on the public, nor how incredibly lucky I was to work with such a woman. When you share daily life with someone for 10 years, dinners, card games, holidays, trips, you become so close that you end up forgetting the sheer scale of the icon you’re spending time with. It’s only after she left us that I fully understood what she represented. Even today, when I see people’s reactions when I tell them I was Dalida’s composer, I find it deeply moving.
You possess this rare gift of inhabiting people’s souls and leaving an eternal echo through your words and your music…
Your words touch me, though they also make me a little uncomfortable. I was incredibly fortunate to collaborate with Dalida, and I am very proud of it. If I had to confess a personal preference, the songs closest to my heart are those like Pour en arriver là. I composed the music because I found the lyrics magical; I loved the more classical, traditional side of Dalida. Time has proven me right. If you look at the repertoire that endures today and continues to resonate, a huge part of it comes from our collaboration. Antoine Angelelli, Orlando’s former assistant, recently told me how the impact of Mourir sur scène remains phenomenal, in clubs and everywhere else, it’s absolute madness. I see it for myself through the steady flow of my royalties.
Jeff, many years ago you wrote an essential book about Dalida. Last October, you were the guest of honour of the Association Culturelle Égypto-Suisse in Geneva for the conference ‘Dalida: her songs, her story’ at the Institut des Cultures Arabes et Méditerranéennes – L’Olivier. What are your memories of that encounter?
That conference in Geneva came about through an invitation from the Association Culturelle Égypto-Suisse and its President, Ms. Gihane Mokhtar‑Brandt. A mutual friend called me while I was on vacation in the South of France, and I accepted the challenge. I have always preferred to stay behind the scenes. I felt I didn’t have any ‘official’ authority to be there, I wasn’t a family member, nor part of her production team or record company. However, my true standing came from the absolute trust Dalida placed in me and, I say this modestly, from the success of the 24 songs I had the honour of writing for her. I structured my talk around four main themes: firstly, my arrival in France from Egypt, that crucial common bond that allowed our paths to cross. Secondly, the behind-the-scenes reality of our creative work, both in the studio and at her home. Thirdly, our personal friendship; beyond the music, I had become a true confidant. And finally, her incredible legacy: Dalida’s success since her passing has been almost more impressive than her career during her lifetime.
Could you tell us a little about your book?
At first, the book was titled Dalida, histoire d’une femme. Seven years after her passing, I was interviewed on television by the political journalist Alexandre Baloud, who asked me why I had waited so long to write it. I replied that I didn’t want to write a book for personal gain; it wasn’t about money, but about providing a true account of her life. I had even considered calling it Dalida : mes 4 000 jours d’amitié, because 10 years of friendship represent roughly 4,000 days. But the title was too long for the cover, so I opted for simplicity. Later, a major French publisher wanted to republish the book with updates, which led to Dalida, la femme de cœur. It is essentially the same book, but enriched with additional pages and new stories or memories I had originally set aside. It was also a way to evoke everything that has happened since she passed away, as her legacy continues to live on. The first edition had already been a huge success; I still have an extraordinary collection of press clippings documenting the media’s reaction to that first volume.

You became much more than a collaborator to Dalida: you were a close friend. Until now, we have talked about the diva. But who was Iolanda Gigliotti, really, once the spotlights went out? Who was the woman behind the legend?
To me, Iolanda Gigliotti was a woman who had remained a child at heart: extremely sensitive, yet very determined. She knew exactly what she wanted and what she refused to accept. We were very close; she often invited me to dinner at her home because she truly enjoyed our conversations. This created a very special bond between us. There was always an inner fracture within her. I believe she never truly recovered from that deep-seated wound caused by her first tragedy in 1967, following the death of Luigi Tenco. She never forgot him, nor did she ever truly come to terms with it. But beyond Luigi, it was the tragic repetition of fate that scarred her: seeing a first, then a second, and finally a third partner take their own lives cannot help but shatter a woman’s psyche. Her sensitivity was extraordinary. I noticed about two years before she left us that she was no longer fully present. She was going through the motions of being a star, but her mind was elsewhere. Having reached the age of 50, she became painfully aware of her loneliness. She was a superstar, but her life had become monotonous. She had achieved everything, absolutely everything, except in her private life.

In the French TV show Le Jeu de la Vérité, Dalida said: ‘I have succeeded in life, but not in my life’. Over time, some of the intimate tragedies of her life have been revealed. Jeff, did Dalida ever confide in you?
Our close bond wasn’t built on words, but on a kind of trust that is hard to define. I’ll tell you an anecdote that illustrates this connection. In 1985, as you mentioned, Dalida appeared on Patrick Sabatier’s show Le Jeu de la Vérité. It was a live program with massive ratings, nearly 9 million viewers. The format was risky because the audience asked unfiltered questions. Before the show, Dalida was extremely anxious. In the end, she was perfect. She opened with Le temps d’aimer and ended magnificently with Mourir sur scène. During the end credits, my phone rang. It was Jacqueline, her wardrobe assistant, who said: ‘I’m putting Dalida on’. Dalida immediately asked: ‘Jeff, how did it go? Tell me the truth!’. I replied: ‘You were perfect, except you answered two questions that no one had even asked you!’. She was so worried that she ended up revealing her age live on air, unprompted. Likewise, she had spoken a bit too long about the subject of suicide. She listened to me, and then I asked: ‘But why are you calling me? You’re surrounded by your entire entourage…’. She simply answered: ‘Because you always tell me the truth’. It was a sign of trust I will never forget. It was deeply moving, one of those moments etched in my memory forever.

Thank you for such a precious story. Do you have another memory you would like to share?
In 1980, after a minor disagreement with her brother, I had stopped working with her for six months. Our paths crossed again in Athens during the Golden Rose Festival, where two of my songs had been selected. Charles Aznavour and Joe Dassin were also there. After Dalida’s performance, which was a huge triumph, we were all invited onto a boat for a lavish reception. There were around 90 people, and the champagne was flowing freely. When I boarded, I didn’t realise Orlando was right behind me. At one point, Dalida turned toward us and, with a firm gesture, pushed me toward her brother. She told us: ‘Basta con questa storia!’. She was tired of us not speaking to each other. She was determined for me to resume our collaboration and our friendship. Deep down, we weren’t truly angry; it was just a silly dispute over a contract that didn’t suit me. But that was Dalida’s nature: when she loved someone, she loved them deeply, and she wouldn’t let anything damage that bond.
What is your relationship today with Dalida’s inner circle?
We have a very good relationship. In 2023, Orlando decided to release a new version of Mourir sur scène. While I’ve always been partial to the original, he chose to follow his intuition on that one.

Another little anecdote?
There are so many! For example, Dalida always rehearsed with curlers in her hair before appearing on television. In 1983, one of my sisters, who had long been a senior assistant to the President of Pierre Balmain for the Americas, called me with an idea: ‘Could you ask Dalida if she would agree to open our new showroom in São Paulo?’. Dalida said yes. When we arrived in Brazil, I felt like a sort of guardian angel for her.

Jeff, if you had to summarize in a single sentence what Dalida represented to you, on both an artistic and a personal level, what would it be?
Your questions are beautiful, but also quite complex (he laughs, editor’s note)! To me, Dalida was a role model. When I arrived in France, she was already an established star. Her success, much like that of other artists born in Egypt, such as Claude François or Richard Anthony, was the driving force behind my own journey. As an Egyptian, I wanted to leave my mark, too. More than a profession, music was a passion for us, but a passion that required extreme discipline. It is a field where you shouldn’t take yourself too seriously, yet you must be serious about the work itself. Dalida was the perfect example of that: she was a consummate professional, almost obsessive and incredibly precise. There’s no secret to it: you don’t build a career like hers without that kind of rigor. Beyond the work, she was truly a friend. For ten years, I spent every Sunday at her home. In 1982, I was even invited to stay for two weeks at her house in Corsica, where she stole one of my T-shirts (he laughs, editor’s note)! She liked it so much that she asked if she could keep it. Laughing, I told her: ‘Take it right now!’. Those were wonderful days… we were young and beautiful! That closeness and that discipline are the fondest memories I have of her.
You both spoke several languages. How did you communicate with Dalida?
We mostly spoke in French, and occasionally in Italian. But when I wanted to tell her something privately, I used Egyptian Arabic. It was our secret code; for instance, if I wanted to warn her about someone who didn’t seem genuine, I would whisper it in our dialect so that no one else could understand.

A moment ago, you mentioned this unique complicity and the words you shared in Egyptian Arabic. But what remains in your heart of the moment when this dialogue was broken? Can you tell us how you experienced the moment you learned the news of her passing?
I heard it on the news while I was shaving. My mother, who lived in Egypt, had come to spend a few days with me. Suddenly, it came like a bolt out of the blue: ‘The world of show business is in mourning; the singer Dalida has taken her own life’. I got into my car and rushed to her home. The 15 days that followed were terrible. But I will confide something to you that deeply moved me. Three years before her passing, in 1984, I had composed the song Pour en arriver là for her. At the time, I was very absorbed by the success of my song Le Géant de Papier, but Michel Jouveaux called me, saying: ‘It seems Dalida is looking for songs’. He was seeking something to hold on to, and he told me: ‘This woman has a strange life… there is sadness in her eyes and in her smile’. I replied that she had indeed lived through many highs and lows. That’s when he said the phrase: ‘All this, only to end up here?’. I immediately stopped him: ‘There’s your title! Write me a song called Pour en arriver là!’. The song was released on an album but went largely unnoticed at first. Three weeks after Dalida’s passing, Orlando called me. He was in an indescribable state. He invited me to his office, saying: ‘I have a surprise for you’. He showed me the new 45 he was about to release: it was Pour en arriver là. Looking at the cover, I told him honestly: ‘Right now, nothing can truly cheer me up, and I find this picture sad and old-fashioned… it doesn’t do her justice’. Without a word, Orlando called the record company and had the cover redone. A while later, he called me again to show me the new version, which was much more faithful to the spirit of the song. I asked him why he had chosen that track. He replied: ‘Because a few weeks before leaving us, Dalida called me over and said: “I have listened to all my songs again. The one that speaks the most about me, the one that truly tells the story of my life, is the one by Michel Jouveaux and Jeff Barnel: Pour en arriver là”’. Today, Mourir sur scène has become immortal, but I am convinced that sooner or later, Pour en arriver là will be recognised for what it is: her most faithful mirror.
Jeff, you spoke of Pour en arriver là as a ‘faithful mirror’ of Dalida’s life. It evokes the duality between the woman and the artist, but also the search for identity that we all carry within us. Your magnificent composition Ensemble seems to capture precisely this dialogue between the different voices of a human being. Can you tell us about it?
Thank you very much. It was an idea I had from the very beginning, long before the title became Ensemble. Unusually for me, the music came first. When I brought it to Orlando, I didn’t have a text yet, but I already had a concept in mind: I kept humming ‘Iolanda, Iolanda…’. Orlando asked me: ‘But what is this “Iolanda” you’re singing about?’. I explained my idea: Iolanda and Dalida speaking to each other. He immediately found it excellent and told me: ‘That’s a wonderful direction, go and get the lyrics written!’. So I went to Michel Jouveaux, and together we shaped the lyrics.
As someone who knew the artist so intimately and gave life to this song, could you clearly distinguish where the icon ended and the woman began?
Of course. My only regret concerns the music video filmed for television. I was present during the shoot and didn’t realise at the time that one sequence would prove problematic: the one where Dalida appears as a brunette in front of the mirror. In that precise moment, her strabismus was unfortunately very apparent, and I felt it didn’t do her justice. Since that clip was broadcast so frequently, I called Orlando. I suggested we stop airing it, explaining that it was a very unflattering image of his sister. He answered: ‘But Jeff, that was always her greatest insecurity…’. To which I replied that there was no reason to impose that image on the public. I assure you that by doing this, I was acting against my own financial interests, since every broadcast generated royalties for me. But it didn’t matter: I could not accept presenting that version of her. My affection for Dalida came before everything else.
In a way, this song is the story of us all: the attempt to find oneself and make peace with our many facets. Thanks to your great sensitivity, you explored a theme that was very modern for its time. It was 1981…
That is very kind of you, thanks. With time and success, I was able to introduce my own themes. For Depuis qu’il vient chez nous, I simply set to music a magnificent subject written by the lyricists. But Ensemble is much more personal: I initiated the concept and actively participated in writing the lyrics. I truly hope the public perceives the journey of self-discovery that you mention because, beyond the icon, there is indeed a human being searching for one’s self.
Jeff, do you miss Dalida?
Terribly. But she is missed by all of France. It’s no coincidence that she has come back into fashion today. This revival reflects a true need: the need to rediscover great classic songs, carried by authentic voices with instantly recognizable timbres. If she performs so well on Spotify or Deezer, it’s because the public longs for such sincerity. Personally, I miss her as a friend, because our encounter created an instant bond. I occupied a unique position. Around international stars, there are often parasites, people who latch on out of self-interest, but this was not my case. My presence at her side was legitimized by my songs, which she deeply loved. Dalida gave her trust to very few people: with such fame, one naturally becomes wary of those who try to take advantage. She knew that my bond with her was pure: Iolanda saw me as a true friend. Dali left too soon, but that allowed her to become eternal…
If I have fought standing up against the shadows
Dalida, Voilà pourquoi je chante – Jeff Barnel, Pascal Sevran
And hidden in the night to stifle my voice
Applause and tears will be my reward
For one curtain that falls, another that rises
Tomorrow and in a thousand years, I will start again…
In 2005, you immersed yourself once again in the intimate world of Madame Gigliotti for an ambitious project: the miniseries Dalida, aired worldwide. You, as a coach, accompanied the Italian star Sabrina Ferilli, helping her embody the icon. What memories do you keep of that experience?
Yes, life is full of curious coincidences. Since I work in real estate, a friend called me to say: ‘Jeff, they’re looking for a house in France for the filming of a TV series about Dalida’. She put me in contact with a man named Dimitri, who wanted to speak with me after learning I had been her composer. I didn’t yet know the director, Joyce Buñuel, but I invited both to dinner at my home, without imagining at all the interesting direction this adventure would take. As soon as Joyce entered and saw the numerous gold records on my wall, she exclaimed: ‘Did you write all of these? You absolutely must tell me about Dalida!’. Struck by our conversation, she immediately phoned the French producer to tell her she had found the ideal person to assist her on the television movie. Three days later, she invited me to introduce me to the lead actress. And that’s how I met Sabrina Ferilli, who was extraordinarily kind and warm. When she discovered that I spoke Italian, she said: ‘When I return to Rome, I’ll arrange everything with Mediaset: I want you to be my coach’. I pointed out to her that everything would be done in playback, and she answered: ‘I know, but to lip-sync properly, I need you!’. A short time later, she called to confirm that the contract was on its way. For filming, we left for Bulgaria; I spent 15 intense days with her and with Joyce. Bringing Dalida back to life alongside such a wonderful Italian actress was the experience of a lifetime, a unique and unforgettable moment.
Did you maintain that precious bond with the team of the series?
I maintained an excellent relationship with Joyce, but unfortunately, I couldn’t get through to Sabrina by phone two years later. I had things I wanted to tell her, but she had probably changed her number in the meantime. And yet, during the shoot, we had been extremely close. Even though the production had arranged a separate hotel for her, for Christopher Lambert, and for Alessandro Gassmann, she kept calling me: ‘Come eat with us, Jeff!’. It was a joyful time. That experience was extraordinary for me because it allowed me to discover the world of cinema and TV fiction, a universe I loved exploring. In France, the project was a huge success; broadcast in two parts, each episode attracted 6 million viewers, an exceptional achievement for French television.

Jeff Barnel: ‘My name is Georges Barnoti…’
We have spoken at length about Dalida the star, Iolanda the woman, and everything she represents in your life. But, if I may, who is Georges Barnoti?
That’s me (he laughs, editor’s note). I was born in Egypt into an upper-middle-class Syrian-Lebanese family. I grew up with my four sisters. Like all children from well-to-do families, I studied at the Jesuit School and then at the American University in Cairo.
The surname ‘Barnoti’ has a particular resonance. How does it fit into the history of your Syrian-Lebanese roots?
Originally, my family’s surname was Sakkal. My great-grandfather owned tobacco plantations in Syria; a plant which, in the local dialect, is called Barnout. In Arab countries, it was common to be identified by your profession rather than your official surname. People had fallen into the habit of saying: ‘Barnoti is coming’ or ‘I met Barnoti some days ago’. When my grandfather was registered at the civil registry office, that nickname was kept as the official family name. At the time, such changes were possible in that region of the world.

Someone said you had Italian origins…
That’s not the case. Yet all my life, because of my Italian-sounding surname, every time I said ‘Barnoti’, people invariably asked whether I was Italian.
You mentioned earlier that you spoke Italian with Dalida and with Sabrina Ferilli. How did you learn the language of Dante Alighieri?
When I lived in Egypt, it was an extremely cosmopolitan country where Greeks, Armenians, and Italians lived side by side. The radio reflected this diversity, with programs broadcast in all languages. Every day around 5 pm, I never missed the Italian broadcast, which featured news followed by the music segment Canzoni per voi. Passionate about music from a very young age, I listened to those songs to stay updated on what was happening in Italy. I admired Luciano Tajoli, Claudio Villa, and Nilla Pizzi. I was a fervent admirer of Mina, Domenico Modugno, Tony Dallara, and Nico Fidenco. Sergio Endrigo and Luigi Tenco, who sang the wonderful Ho capito che ti amo, moved me deeply, as did the energy of Rita Pavone. Thanks to those broadcasts, I learnt the songs phonetically: without speaking the language, I already sang Il cielo in una stanza or Sapore di sale by heart. That’s how my familiarity and love for Italian culture were born. Later, life strengthened that connection: my sister married a Roman man, and I had many friends in Italy. I perfected my Italian without ever studying it formally, simply by speaking it daily with my nieces. Finally, in the 1980s, this journey led me to create two songs in Italian: Se un amore non c’è più and Mai. The latter became a massive hit in France.
What was the trigger that pushed you to leave Cairo for Europe?
It was my encounter with a singer friend. I became her accompanying pianist. This woman, who was very well-connected within the Egyptian élite, was named Michaële. She later became a legendary lyricist in France, writing hits such as Gigi L’Amoroso for Dalida. She was the catalyst. While I was preparing to study Chemistry and Physics at the American University of Cairo, she told me: ‘You’re not made for this; your place is in music!’. My father had already passed away, and leaving Egypt to become a musician was considered scandalous within my family. My mother agreed, but on one condition: ‘I’ll give you my permission and my support only once you obtain your degree. Even if you end up singing in the metro, you will always have that education to fall back on’.
Your departure from Egypt seems like a real odyssey, taking you first to Lebanon and then to Paris. Did you feel nostalgia for your balad and your nās?
What I missed the most was obviously my family, who remained there. On the other hand, I keep a very painful memory of my schooling in Egypt; those are years that evoke nothing good for me.
If it isn’t too indiscreet, what made your school years so bitter?
My bad memories of school stem from the fact that I had skipped two grades. I was very advanced and was placed in an institution where the students were much older than me. My family had to intervene to allow me to enter the so-called Grand Collège, but I found myself with classmates who were 3 or 4 years older. At 12, that age difference is enormous. I was somewhat of a scapegoat. I wouldn’t say I was bullied, but it was close; children can be very cruel. I hated the subjects I studied; I did it only out of social obligation. That famous degree was the essential condition to obtain permission to leave the country, since I was still a minor.
Can you tell us how the Lebanese chapter transformed the young graduate into an artist?
My family had very limited means. We were hit hard by Nasser’s political system: my father owned a prominent and very renowned tearoom in Egypt, but it was nationalized and seized. From one day to the next, he could no longer set foot in his own establishment. In this context, I left my country for music, with nothing more than a suit and a small bag. To leave Cairo, I was given a contract to work abroad. I first went to Lebanon, where one of my sisters lived, and that’s where I began my journey. Very quickly, I became a local celebrity: I recorded a 45-rpm single produced by the label RCA, my name appeared on cinema screens, and I even won first prize in a prestigious singing competition. These were very positive beginnings, but fame in Lebanon was not my final goal. Despite that sudden success, my ambition remained unchanged; it was not in the East but in Europe that I wanted to build a career and truly make my mark.

After your Lebanese successes, you finally crossed the threshold of the French capital. What was your first contact with Paris?
Once I obtained my degree, I arrived in Paris at 20, penniless and completely alone. France was the only country in the world where I had no family at all. My beginnings were difficult. Fortunately, two Egyptian brothers, my close friends, hosted me for months. They offered me food and lodging. Without their help, I would never have made it; I will never forget that. I built myself up from scratch, establishing my career step by step.
Jeff, looking into your eyes, one is struck by the light within them. They have a certain innocence, in the noblest sense. Arriving from Cairo so young in a metropolis like Paris, did your eyes encounter realities you would have preferred not to see?
To be honest, no. When I arrived in France, I had the eyes of my age: those of a young man passionate about music arriving to try his luck. I was young and full of patience. But like all artists, I was always a very anxious person. As soon as things didn’t go exactly how I wanted, anxiety would take over. It took me seven years before I could finally live off my profession. During that period, one must still eat. But I never had regrets. I even wrote a song, never released, titled Il n’y a rien de pire que les regrets. It said that we only live once. I also had the luck of collaborating with people who allowed me to blossom professionally. That is essential because spending your life working with difficult people, without success, is not a life.

How did your professional career begin?
Everything began when I presented the song Comme les autres to the label Disques Flèche, owned by Claude François. The artistic director fell in love with it and signed me three days later. I later discovered that Claude, already a superstar, had decided to record it himself. At the time, I was furious because I was worried about my own version. Freshly arrived from Cairo, I didn’t yet understand the incredible fortune of being sung by such an icon.
Comme les autresis your first success in France. But where exactly did it come from?
To be honest, the spark came from a Serge Lama song that dealt with the same theme and that I had heard when I was still in Egypt. But his version was much more violent. When Claude François said he wanted to sing my song, I firmly opposed it to his artistic director. It was unheard of: people lined up to be recorded by him because of the royalties, and I refused! My first 45-rpm record was made under disastrous conditions. I, who love to work closely with musicians, was excluded from the arrangements, which were done in England without me. I found the result horrible, especially because they used the same instrumental base for both his version and mine. In the end, my record was released and began airing in heavy rotation on RTL, France’s biggest radio station. Eventually, I understood that at Disques Flèche there was room only for him. So, I wrote a letter asking to leave.
And then?
After that experience, and after my participation in the Eurovision Song Contest in 1975 with Nicole Rieu, Dalida came into my life. But my greatest personal success as a producer remains Le Géant de Papier in 1984. I had composed that music back in 1977, but no one in Paris wanted it. In the studio, I met Jean-Jacques Lafon. I fell in love with his exceptional voice. Since nobody believed in the song, I decided to do everything myself: the production, the management, and the publishing. Fate was on my side; it became an absolute classic in France and neighbouring countries. That is the song that truly secured me financially.
You told us that when you arrived in France, your main ambition was the stage. At what moment did you understand that your true destiny might lie in the shadows? How did you experience this inner shift, accepting that your genius would express itself above all through the voices of others?
It is an extremely difficult realization. I won’t hide that the dream of every songwriter is to go on stage, become famous, and perform at the Olympia. There is a song by Charles Aznavour, Je m’voyais déjà, whose lyrics describe my path perfectly, and without doubt that of all creators who try to make it. And like in that Aznavour song, I must say that I was not helped. Record companies probably didn’t dare tell me clearly: ‘You are not made for the stage. Your talent is in writing. You do not have the right look’. Because one must be honest: image matters enormously. For Dalida, for example, her persona represented 30 or 40% of her success. I did not have that kind of appeal. Deciding, from one day to the next, to step aside and write only for others was heartbreaking. But I am a determined person, and one must live. When I realized that my compositions were generating genuine interest and beginning to make their mark, I understood that this was my path. I ended up excelling in the shadows, behind the scenes.
Jeff, today you are living what is nicely called ‘the golden years. Earlier you mentioned Aznavour and his Je m’voyais déjà as the soundtrack of your life. How do you look back on that score today?
I unofficially left show business right after Dalida’s passing. I sold my company, Vizir Music, to dedicate myself to real estate. For 30 years now, I’ve worked in the sale of apartments, mainly luxury properties; an activity that developed alongside my musical career. Today I live serenely off my royalties and my real estate transactions. I have no regrets: I am deeply grateful for everything life has offered me. On October 7, 2024, I went through a terrible ordeal: I underwent open-heart surgery. An aortic aneurysm was discovered, requiring emergency intervention. A part of the artery was removed, and, given my age, a worn aortic valve was also replaced. I spent 36 days in the hospital and suffered greatly. Now my heart is fine, and I cannot complain, but such a shock forces you to put everything in perspective in an instant. I lived an extremely full life. I always did what I wanted, never backing down from anything. Whether in my professional journey, my personal life, or my family life, I fulfilled all my dreams, sometimes at the price of great difficulties, but I succeeded. The day I must leave this world, I will go happy.
Thank you for sharing something so intimate. Throughout this interview, you emphasized having no remorse or regrets. With hindsight, and after all the trials, is that truly how you perceive each chapter of your path?
Yes, absolutely. But, on reflection, I did lose something very important in my life. I don’t know whether I misplaced it or let it slip away, but I regret it enormously: a letter from my mother. At the beginning of my life in France, I worked at Bull General Electric, a major American multinational. I was a technical translator, simply because I needed to survive, and my degree allowed it. At that time, companies were hiring extensively; unemployment practically didn’t exist yet. But I was terribly bored. I was depressed because I couldn’t place my songs, nor obtain a contract to sing. It was a very difficult period. My mother lived in Egypt. Since there were no mobile phones and landlines were not easily accessible, we communicated through letters. I wrote to her telling her I wasn’t doing well, that I was unhappy, and that I didn’t know what would become of my future. Her response was extraordinary. I deeply regret not having kept that letter.

That is a very precious memory. Those words must have had incredible strength to mark you so deeply…
She had written: ‘My son, what are you still doing in that company? You are in France for music. You are young, you do not yet have a family, and you have no one to answer to, so live your adventure! Leave that job, even if you end up singing in the metro’. She urged me toward the unknown, which is very rare. Usually, parents encourage you to keep a stable job. She encouraged the exact opposite. Her words gave me unbelievable momentum; it was a vital push. She also added a sentence that made me laugh: ‘If it’s to do technical translation, come back to Egypt! You can do that here, surrounded by your family. If you chose Europe, it’s to fight for your dreams. Otherwise, it’s not worth it’. That letter gave me an incredible boost.
Do you miss her?
I had a mother whom I did not see very often, because I always lived in France after leaving Egypt. I can only advise those who still have their parents to cherish them as much as possible.

Jeff, you who have set love to music for the greatest voices, what place does this feeling occupy in your own intimacy?
Without love, one cannot live, and one could never write about it, my dear friend.
I thank you infinitely for your generosity, your sincerity, the time you have granted us and, above all, for the emotions that listening to your Art evokes.
Thank you for your attention and your kindness.
Jeff Barnel: ‘I tell you about my Dalida… and a little about myself’
Jeff Barnel does not tell Dalida’s story: he brings her back to life. It all begins with an unexpected phone call, a sun‑tanned gaze entering a room like a ray of sunshine, a sentence spoken almost as a joke, ‘We are going to achieve great things together’, that would prove to be prophetic. Ten years of collaboration turn into 4,000 days of absolute intimacy, made up of music, laughter, dinners, card games, vacations, misunderstandings, and confidences whispered in Egyptian dialect so that no one else could understand.
Through Barnel’s words a rare bond emerges: not that between a diva and her composer, but between Iolanda and Georges, two souls shaped by displacement, extreme sensitivity, and a fragility never put on display. The composer leads the Reader behind the scenes of the songs that marked history: pieces often born from sudden intuitions, from phrases spoken by chance, from nights of doubt and risky choices. Some became global anthems; others remained secret mirrors of Dalida’s soul.
Here is the Orient reinvented and transformed forever; here is the melody that accompanied a historic moment of peace; and here is the song that speaks to Death without ever naming it; here is a decision made defying all commercial logic, taken only to protect the image of a beloved woman. There are colossal successes and wounds that never healed.
Barnel also reveals what could not be seen: the loneliness behind the myth, the fear before going on air, late‑night phone calls in search of truth, the child hidden behind the world‑famous star. And then absence: the moment when everything breaks apart. A title that only after the end takes on a devastating meaning. A sentence spoken by Dalida shortly before leaving, forever changing the way a song is heard.

But this interview is not only a portrait of Dalida. It is also the story of a man who chose to shine in the shadows, who gave up the stage to give voice to others, who passed through poverty, success, silence, and finally illness, without ever losing his profound gratitude for life. A man who created some of the most beloved songs of all time and who, in the end, confesses that he regrets only one thing: a lost letter.
In Jeff Barnel’s narrative, something remains suspended, a shared secret: a truth entrusted to the Reader.
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