Pubblicità

Il Giubileo delle Migrazioni, l’arte di Meo Carbone incontra l’anima di Santa Francesca Cabrini

Alla Casa delle Letterature di Roma, la mostra del Maestro dedicata alla Religiosa di Sant'Angelo Lodigiano, Patrona degli ultimi e simbolo di speranza, ha aperto il 9 ottobre. Una riflessione emozionante tra fede, storia e umanità lunga 15 giorni

10 Min di lettura

Un pomeriggio di intensa emozione ha avvolto la Casa delle Letterature di Roma, dove il 9 ottobre si è tenuta la presentazione del catalogo Il Giubileo delle Migrazioni del Maestro Meo Carbone, seguita dall’inaugurazione della mostra omonima nella galleria del chiostro. Le opere di Carbone, vibranti di dolore e speranza, raccontano il cammino dell’uomo, il viaggio dei migranti di ieri e di oggi, e si intrecciano con la figura luminosa di Santa Francesca Saverio Cabrini, patrona universale dei migranti, il cui messaggio risuona più attuale che mai.

La mostra è visitabile dal 9 al 23 ottobre 2025 presso la biblioteca comunale, galleria del chiostro, con ingresso libero. Si tratta di un viaggio attraverso immagini e parole, dove l’arte diventa preghiera e la memoria diventa futuro. L’incontro, ricco di riflessione e spiritualità, ha visto gli interventi di Padre Lorenzo Prencipe, Presidente del Centro Studi Emigrazione Roma (CSER), e di Mauro Pacetti, Direttore del quotidiano Il Difforme. Entrambi hanno offerto un contributo profondo e complementare sul tema del viaggio, dell’accoglienza e della dignità.

Il Giubileo delle Migrazioni, Meo Carbone: “Santa Francesca Cabrini mi ha scelto…”

Poco prima dell’inizio della presentazione, il Maestro Meo Carbone ha descritto ai nostri microfoni le emozioni che precedono questa tappa del suo percorso artistico, ricordando quanto sia stata fondamentale per la sua arte la Religiosa di Sant’Angelo Lodigiano. Già protagonisti del volume di Maria Pia Cappello, Santa Francesca Saverio Cabrini nelle opere di Meo Carbone, il legame tra i due sembra essere costantemente più forte.

Santa Cabrini e il Maestro Carbone
Santa Cabrini e il Maestro Carbone

Maestro Carbone, quali sentimenti La accompagnano alla vigilia di questa mostra che riporta Santa Francesca Cabrini al centro della scena?
È un progetto che porto nel cuore da molti anni. Tutto nasce da Chicago, dove vidi una mostra fotografica sugli italiani emigrati. Lì incontrai lo storico Dominic Candeloro, e da quel momento iniziai a riflettere su quanto fosse potente la narrazione del nostro esodo. Poi, passo dopo passo, incontrai anche Santa Francesca Cabrini, che morì proprio a Chicago nel 1917. In lei ho trovato una luce, il mio lavoro è solo un piccolo gesto per continuare la sua missione. Dipingere è il mio modo per farla camminare ancora oggi, perché abbiamo bisogno del suo messaggio di speranza.

Il tema della migrazione è assiduo nella Sua opera. Perché?
Se non avessi portato negli Stati Uniti la mostra dedicata ai Nativi Americani nel 1995, non avrei mai conosciuto Cabrini. In quell’occasione, grazie al professor Paolo Portoghesi, esposi le mie opere a Chicago e fui ospite di Casa Italia. Lì vidi la mostra fotografica sugli emigrati italiani e rimasi folgorato. Da allora ho dedicato la mia arte a loro: ai lavoratori, alle famiglie, ai volti segnati dal sacrificio. Con Candeloro, ho poi realizzato mostre importanti, all’Archivio Centrale dello Stato nel 2005 e al Vittoriano nel 2013. Ogni quadro è un atto di restituzione di dignità.

Opere su Santa Cabrini ed emigrazione

Da dove deriva la necessità di raccontare le persone erranti o senza terra?
Anche io, a modo mio, sono un emigrante. Sono nato in Puglia e da ragazzo mi sono spostato a Roma. Ma più di tutto, mi ha sempre colpito la sofferenza negli occhi delle persone. L’arte serve a restituire dignità a chi l’ha perduta, a parlare di chi ha camminato per cercare un futuro migliore. È una missione, non un mestiere.

Quali emozioni sente prima dell’inaugurazione?
Un po’ di trepidazione, certo. Ma la gioia più grande è continuare a parlare di Santa Francesca Cabrini, farla conoscere e mantenerne vivo l’insegnamento che ci ha trasmesso.

Santa Francesca Cabrini e Meo Carbone: una storia di fede, memoria e umanità

All’evento sono accorsi devoti e appassionati. Tra questi Pasquale Cialdini, legato personalmente alla Santa. Interrogato da Il Difforme ha ricordato: “Sono nato nel 1950 nella parrocchia romana di Santa Francesca Cabrini, appena istituita in via Livorno, vicino a Piazza Bologna”. L’uomo ha riferito di come la Santa lo accompagni ininterrottamente: “Una donna che ha compreso la volontà di Dio e l’ha seguita fino in America, dove è rimasta per aiutare i migranti italiani che vivevano in condizioni disumane”.

Cialdini ha concluso: “Il suo esempio è attuale per i migranti che arrivano in Italia. Dobbiamo accoglierli, non giudicarli. Santa Cabrini ci insegna a educare, a sostenere, a offrire strumenti, come fece istruendo i nostri connazionali nel Nuovo Continente”.

Santa Francesca Saverio Cabrini
Santa Francesca Saverio Cabrini

Prima che la tavola rotonda iniziasse, Meo Carbone ha raccontato un episodio toccante: “Quando arrivai a Roma a 13 anni abitavo vicino alla chiesa costruita da Madre Cabrini nei primi del ‘900 in via Sicilia. Ogni giorno passavo lì davanti senza conoscere la Santa. Nel 2016, durante il Giubileo della Misericordia voluto da Papa Francesco, tornai lì e capii che Lei mi aveva già scelto, tanti anni prima, perché un giorno potessi parlare di Lei e dell’emigrazione italiana”.

Padre Lorenzo Prencipe, presidente del CSER, ha offerto una profonda analogia tra Santa Francesca Saverio Cabrini e San Giovanni Battista Scalabrini, due anime missionarie dello stesso tempo storico, unite dall’amore per i migranti. Entrambi lombardi ed entrambi circondati dalle sofferenze e le speranze dei popoli in partenza.

Don Prencipe ha ricordato come i santi abbiano affrontato con coraggio la realtà dell’emigrazione: Cabrini fondando scuole, ospedali e orfanotrofi, Scalabrini promuovendo una pastorale specifica e la tutela dei lavoratori italiani all’estero. Il Sacerdote li ha definiti “due figure che hanno trasformato la fede in azione concreta, anticipando i tempi e ridando voce agli invisibili”.

Il Maestro parla del suo rapporto con la Religiosa

Nel suo intervento, Mauro Pacetti, inizialmente ha delineato il contesto complicato in cui Santa Cabrini operò: a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, gli italiani a lasciare il proprio nido sono stati oltre 30 milioni. Dopo di ciò, il Professore ha tracciato un emozionante parallelismo tra Cabrini e Carbone: “Lei con la fede, la carità e l’amore; lui con l’arte e la sensibilità. Entrambi dalla parte degli ultimi”. Tutti e due prodighi e attenti a quelli che vengono considerati ‘scarti’: lei della società, lui dei materiali.

Il Direttore de Il Difforme ha spiegato come “le opere del Maestro diano volto e dignità a chi la storia tende a dimenticare. Nelle sue tele si riflettono i visi dei migranti, dei profughi, degli esclusi. È un’arte che scuote, che denuncia, ma che soprattutto accarezza”. Favorevole ad un’importante riflessione è stata la citazione che Pacetti ha ripreso dal filosofo e teologo danese Søren Kierkegaard: “Ognuno è un singolo”. Con quelle parole, l’interventore ha fatto luce sull’abilità di Carbone nel restituire individualità e umanità a ciascuno dei suoi personaggi, in quanto “sembrano parlare con gli occhi allo spettatore, uscendo dall’anonimato”.

La discussione si è conclusa con Meo Carbone che ha chiarito la centralità del messaggio di fede nel suo lavoro: “Nei miei quadri ci sono i migranti, ma anche gli angeli: simboli della speranza che non dobbiamo mai perdere. Anche noi dobbiamo essere portatori di fiducia, di vita, seguendo l’esempio di Cristo e di Madre Francesca Cabrini”.

Padre Lorenzo Prencipe, il Maestro e il Professor Mauro Pacetti
Padre Prencipe, il Maestro Carbone e il Professor Pacetti

L’arte come preghiera

Alla Casa delle Letterature, tra i silenzi sospesi del chiostro e i colori intensi delle opere di Meo Carbone, la presenza di Santa Francesca Saverio Cabrini è viva, quasi palpabile. Le sue mani, che un tempo accarezzavano le facce dei migranti, sembrano oggi riprendere forma nelle pennellate del Maestro. Donna instancabile, madre dei viandanti e faro per gli ultimi, continua a insegnare che ogni viaggio, anche il più difficile, può diventare rinascita se affrontato con amore.

I progetti di Meo Carbone diventano così preghiere dipinte, storie che parlano di noi, della nostra cultura. Ricordano che nessuno è davvero straniero quando l’umanità si fa casa. E forse è proprio questo il dono più grande della sua esposizione: ricordare che in ogni passo verso l’altro c’è un frammento di eternità.

© Riproduzione riservata

TAGGED:
Condividi questo Articolo
Pubblicità
Antichi Telai 1894