“Il barocco è la rottura costante delle convenzioni”. Un’immagine apparentemente semplice, ma densa di significati storici e concettuali. E’ così che Pierluigi Carofano, storico dell’arte e curatore della mostra “Barocco e Neobarocco, da Rubens a Mitoraj”, in programma a Francavilla Fontana da sabato 21 marzo, chiude l’intervista ai nostri microfoni.
Quando si parla di arte, il confine tra semplice esposizione e racconto estetico diventa sottile. Ma quella che prenderà vita nella straordinaria cornice del Castello Imperiali è una narrazione capace di mettere in tensione epoche diverse, di farle dialogare e, in qualche modo, risuonare nel presente.
Il percorso espositivo a Castello Imperiali
Il percorso espositivo segue e intreccia nascita, evoluzione e trasformazione del Barocco nel Neobarocco. Se il primo è riconducibile tra XVII e XVIII secolo ed è caratterizzato da teatralità, sfarzo e meraviglia, il secondo si sviluppa a partire dal XIX secolo e arriva fino a oggi come una sua rilettura contemporanea, fondata sulla complessità, sull’accumulo e su un continuo slittamento dell’immagine, quasi “vagabonda”.

La mostra è un percorso insieme cronologico e tematico, come spiega Carofano con tono aperto e chiaro, che si apre con il Cigoli, figura chiave nella transizione tra Manierismo toscano e primo Barocco, con un’opera datata 1595, e si chiude con l’artista polacco Igor Mitoraj, scomparso nel 2014.
Tra le opere esposte, spicca “Ikaro cielo bianco”, realizzata pochi mesi prima della morte dell’artista: un lavoro che recupera la classicità per trasformarla attraverso una sensibilità profondamente drammatica e, in questo senso, sorprendentemente barocca.
“Ikaro cielo bianco”, una commistione di linguaggi
Il legame tra Igor Mitoraj e i concetti di Barocco e Neobarocco non è casuale, ma affonda nella sua personalissima rilettura della classicità. L’artista ne recupera le forme per poi spezzarle, mutilarle, allontanandosi dai canoni di perfezione, equilibrio e proporzione. Nascono così corpi lacerati, frammentati, che evocano il “non-finito” e trasformano la scultura da oggetto statico a racconto drammatico.
È proprio la drammaticità il cuore della sua ricerca. Le sue opere non restituiscono mai un’immagine pacificata: sono attraversate da tensione psicologica, da una fragilità che si fa visibile, quasi tangibile. Come in “Ikaro cielo bianco”. Un corpo rosso precipita in un cielo bianco, denso e fragile come cera, che sembra incrinarsi sotto il suo stesso peso. Sul retro della tela, due angeli capovolti partecipano alla caduta o forse ne rivelano un progetto rimasto sospeso. Il contrasto cromatico è netto: il rosso del desiderio e dell’audacia, il bianco della condanna, l’azzurro del mare pronto a inghiottire.

Realizzata in encausto e acrilico, l’opera sembra imprigionare la caduta di Icaro proprio nella materia che la genera. Come osserva Luca Pizzi, direttore dell’Atelier Mitoraj di Pietrasanta, è come se l’artista avesse voluto fissare per sempre quel momento, suggerendo che Icaro sia rimasto vittima della sua stessa tensione verso la libertà.
Carofano amplia questa lettura sottolineando come Mitoraj operi una vera e propria commistione di linguaggi: Icaro diventa simbolo non solo mitologico, ma anche scientifico: richiama gli uomini dell’età barocca, “i grandi scienziati del 600 che cercavano di andare oltre la fisica per cercare qualcosa che sia veramente nuovo” e aprirsi a nuove conoscenze. Il tema del volo nel mito di Icaro si intreccia così il tema del volo scientifico dell’uomo, dove il linguaggio mitologico si interseca con la ricerca, con l’allegoria, con il sacro.
Una stratificazione che non appartiene solo a Mitoraj, ma all’intera cultura barocca: una tensione continua verso il movimento, verso lo spirito, verso qualcosa che non è mai definitivo.
Il dialogo tra spazio e opere
In questo racconto, il luogo non è un semplice contenitore, ma parte integrante della narrazione. Il Castello Imperiali, infatti, diventa esso stesso elemento barocco. Come spiega Carofano, la famiglia Imperiali, aristocratici di origine genovese tra Cinque e Seicento, fu protagonista di una stagione di grande espansione economica e culturale, legata ai traffici mediterranei e ai rapporti con la Spagna, uno dei principali centri di diffusione del Barocco insieme a Genova, Roma e Napoli. Non solo: gli Imperiali furono anche committenti di artisti come Rubens e Van Dyck, entrambi presenti in mostra.
“Il castello”, dice entusiasticamente il professore, “secondo noi è iconico” perché con i suoi grandi saloni e i soffitti monumentali, diventa riflesso di questa dimensione. “L’allestimento stesso è pensato per evocare una residenza barocca: tonalità vinaccia, cornici dorate, un’impostazione che cerca di emulare una quadreria seicentesca” e contribuisce a immergere il visitatore in un’esperienza che è al tempo stesso visiva e spaziale.
Carofano: “Il mondo è barocco”
Ma cosa dovrebbe portare con sé il visitatore, una volta terminato il percorso? Carofano non indica un’immagine precisa, ma un’intuizione più ampia: l’idea che il Barocco non sia soltanto un periodo storico, bensì una categoria dello sguardo, una modalità di interpretare il mondo.
Riprendendo le riflessioni di Omar Calabrese sull’estetica neobarocca, il curatore sottolinea come la contemporaneità sia segnata da una continua sovrabbondanza di immagini, da una complessità che richiama profondamente la sensibilità barocca.
L’obiettivo, dunque, per Carofano, è che il visitatore “non esca con un’idea precisa o con un’immagine dalla mostra ma con la consapevolezza che, in fondo, tutto il mondo è barocco e dunque una tensione costante verso l’eccesso, la rottura, il superamento dei limiti”.
La seduzione del Barocco
Ed è proprio in questa tensione che risiede il fascino duraturo del Barocco. Più che nell’eccesso, spiega Carofano, la sua forza sta nella motilità, nella capacità di non essere mai fermo. Il Barocco è movimento continuo, ricerca, slancio in avanti, “è proiettato costantemente avanti in un moto ellittico“.
È un linguaggio che non si esaurisce in un’epoca, ma attraversa i secoli, riaffiorando ogni volta che l’arte rompe gli schemi e ridefinisce i propri confini. “Possiamo dire che c’è un barocco gotico e un barocco rinascimentale, c’è un barocco in ogni epoca perché esso corrisponde ad un momento di eccesso che coincide sempre con un momento di rottura”, un’interpretazione chiara ma potente che Carofano esprime con una naturalezza che rende immediati anche i concetti più complessi.
Per questo continua a sedurci, perché è, per sua natura, sempre contemporaneo. E forse è proprio qui che si chiude il cerchio della mostra, in quella “rottura costante delle convenzioni” che non appartiene solo al passato, ma continua a parlare, con forza, anche al nostro presente.
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