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Sciopero generale, proteste tra piazze e divise: il rischio di una guerra senza vincitori

Lo sciopero generale di oggi e le proteste delle ultime settimane riportano in piazza il malcontento sociale mentre le forze dell'ordine si preparano a gestire una giornata delicata. Il problema è che quando il dissenso si trasforma in una minaccia e chi indossa una divisa diventa il bersaglio, il rischio è quello di un conflitto senza vincitori

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“Una tappa impegnativa sotto il profilo dell’ordine e della sicurezza pubblica”: così sono state definite le manifestazioni di oggi durante il tavolo tecnico presieduto ieri dal questore di Roma, alla presenza dei rappresentanti delle Forze e dei Corpi di polizia. Uno sciopero generale, proclamato dall’USB, contro il caro vita e “l’economia di guerra”, che arriva in particolare dopo gli scontri del 17 ottobre a Milano e dopo lesettimane sensibili in cui, al malcontento, il governo ha risposto adottando una linea dura, per molti, durissima.

Cosa ne deriva? Uno stato di tensione costante, un’aria pesante, di calma innaturale, che precede ogni nuova manifestazione. Da settimane ormai, dietro ogni annuncio di protesta sembra profilarsi la minaccia invisibile di un conflitto imminente, il cui epilogo potrebbe non avere vincitori.

Quando il dissenso diventa un nemico

A trovarsi su fronti apparentemente contrapposti sono due realtà che, in una democrazia, non dovrebbero esserlo: lo Stato e i cittadini. Da una parte c’è chi contesta le scelte politiche ed economiche dell’esecutivo e protesta contro l’aumento dei prezzi dei beni essenziali, dell’energia, dei carburanti e degli affitti oltre che contro il mancato adeguamento degli stipendi.

Dall’altra c’è un governo che, come ogni esecutivo, si trova ad affrontare una doppia sfida: gestire problemi strutturali radicati da tempo e rispondere a nuove criticità, talvolta generate dalle proprie stesse scelte. Nel frattempo, però, il dissenso per le azioni prese e per quelle mancate deve essere gestito con urgenza. Come? Schierando chi rappresenta lo Stato per le strade e indossa una divisa: gli agenti.

Ognuno finisce così per individuare il suo nemico. Se per chi protesta il bersaglio è chi rappresenta le istituzioni, per chi è chiamato a tutelarne l’ordine il nemico diventa chi lo minaccia. È una dinamica che comporta un rischio concreto: trasformare in un bersaglio chi bersaglio non è, sulla base di una logica cieca e poco critica.

Le divise non sono il bersaglio

Un’intervista, pubblicata da Repubblica, a un poliziotto del Reparto mobile di Roma ha messo in luce un aspetto spesso trascurato: non si può identificare chi indossa una divisa con le istituzioni che è chiamato a rappresentare, né considerarlo automaticamente il nemico di chi protesta per manifestare il proprio disagio. La generalizzazione non è mai positiva e una parte della Polizia vuole che questo emerga.

Secondo Nicola Rossiello, segretario generale del Silp Cgil Piemonte, questi agenti avvertono il peso di una contrapposizione alimentata dalla politica, anziché superata. È la polarizzazione tra destra e sinistra che contribuisce a creare l’immagine di un nemico da combattere. A farne le spese, però, è anche chi ogni mattina lavora per portare a casa uno stipendio.

Il rischio di una spirale senza uscita

“Dobbiamo far comprendere ai giovani che non siamo la loro controparte, il nostro obiettivo è tutelare la sicurezza dei cittadini”, ha detto il capo della Polizia, Vittorio Pisani. Parole semplici e significative, che tuttavia non possono essere considerate al riparo da contestazioni. Dal G8 di Genova al caso di Stefano Cucchi, fino ad altri episodi che hanno segnato il rapporto tra cittadini e forze dell’ordine dividendo l’Italia, emerge quanto l’abuso di potere e la violenza siano possibilità reali. La fiducia nelle istituzioni dipende anche dalla capacità di accertare e sanzionare gli abusi.

Le “mele marce” esistono in questo sistema come in ogni sistema umano ma gli abusi non possono essere ridotti a comportamenti isolati: le responsabilità possono essere individuali ma anche organizzative e gerarchiche. Riconoscere l’esistenza di criticità sistemiche, tuttavia, non significa vanificare il lavoro di chi ogni giorno sceglie, con onestà e sacrificio, di mettersi a disposizione degli altri. Il rischio è che questa fiducia reciproca venga progressivamente meno.

Secondo le segnalazioni raccolte dal Silp Cgil, starebbero aumentando le assenze per malattia tra gli agenti, alcuni temerebbero di essere impiegati nei servizi di ordine pubblico e di rimanere feriti durante le manifestazioni, o peggio. Non si tratterebbe soltanto di un segnale di scoraggiamento dovuto al rischio e alle poche tutele, ma anche di un problema per l’efficacia dei servizi, che potrebbero risentire della carenza di personale e dell’inesperienza degli agenti impiegati.

Le manifestazioni oltre la logica dello scontro

Un cane che si morde la coda, dunque. Dall’altra parte, però, esiste un rischio altrettanto concreto: quello di assumere i violenti come unità di misura per giudicare ogni manifestazione e ogni singolo manifestante. Bisognerebbe invece ricordare che la violenza e i disordini non cancellano le ragioni della protesta, ma non accendono nemmeno i riflettori su di esse. I problemi che dovrebbero essere affrontati finiscono per aggravarsi, mentre le istituzioni sono chiamate ad intervenire con risposte sempre più immediate.

Tra tensioni sociali, danni economici e conseguenze legali, le istituzioni non possono che rispondere all’emergenza con piani straordinari, spesso onerosi e talvolta repressivi. Le voci di chi manifesta pacificamente devono essere ascoltate: trovare il modo giusto per raggiungere questo obiettivo è ciò su cui investire le energie.

Ma è qui che risiede il vero nodo problematico. Nessuno Stato è un’isola autonoma, ogni governo è inserito in un contesto globale interconnesso e complesso, in cui prendere posizione è inevitabile e commettere errori è sempre possibile. Piuttosto che cedere alla retorica del “nemico da combattere“, non sarebbe meglio cercare il confronto, comprendere le criticità e risolverle dall’interno del sistema?

© Riproduzione riservata

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