A partire da oggi Don Alberto Ravagnani, 32 anni, conosciuto come il “prete social” seguito da centinaia di migliaia di persone su app come Instagram e TikTok, non ricoprirà più il ruolo di Vicario Parrocchiale né quello di Collaboratore della Pastorale Giovanile diocesana. La scelta di sospendere il proprio ministero presbiterale, decisione che inevitabilmente crea sofferenza in molte persone, è stata comunicata dallo stesso Ravagnani all’arcivescovo.
“Una decisione come questa può diventare un’opportunità per intensificare la preghiera e affidarsi al Signore. Allo stesso tempo, è fondamentale che la nostra comunità parrocchiale e diocesana continui a sostenere tutti coloro che, in questi anni, hanno partecipato alle iniziative educative, liturgiche e spirituali proposte””. Questa parte della nota diffusa dal Vicario generale dell’Arcidiocesi di Milano in merito alla decisione del noto sacerdote, conosciuto anche per merito del suo supporto all’uso degli integratori. “La Parrocchia di San Gottardo, grazie alla dedizione dei Presbiteri, proseguirà in particolare l’organizzazione dell’adorazione eucaristica del giovedì sera. Questo appuntamento rappresenta per molti giovani un momento prezioso e significativo di preghiera, riconciliazione e fraternità“, ha concluso il Vicario.
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Ordinato nel 2018, Don Alberto Ravagnani ha rotto molti schemi tradizionali: frequenta la palestra, conduce una vita comune, sostiene che la preghiera non risolva ogni problema e promuove integratori. Una posizione che divide l’opinione pubblica, tra chi lo ha visto come una figura capace di avvicinare i giovani e chi lo ha accusato di narcisismo o di sfruttare il proprio ruolo. In risposta alle critiche, Ravagnani ha difeso a Fanpage.it con fermezza il suo approccio, sottolineando il diritto di lavorare senza gravare sulle risorse economiche della Chiesa.
Ha spiegato che anche Gesù lavorava, rimarcando come i preti spesso vengano accusati di non poter avere una vita personale. Ha sottolineato che numerosi sacerdoti possiedono beni costosi, talvolta acquistati con il contributo dell’8 per mille, mentre lui ha cercato di finanziare le sue attività evangeliche non parrocchiali in modo indipendente. Ha aggiunto inoltre che il contributo economico destinato ai preti non è uno stipendio, ma un supporto che difficilmente supera i mille euro al mese. Frequentare la palestra, dialogare con influencer e utilizzare i social media sono stati parte integrante del suo impegno nel portare il messaggio cristiano oltre i luoghi tradizionali.
Ravagnani ha evidenziato inoltre che anche Gesù si mescolava tra la gente e considera le sue azioni un tentativo di fare lo stesso oggi. Tuttavia, queste scelte attirano critiche, specie quando si discute del suo fisico in forma: se un prete trasandato non spaventa, un sacerdote atletico desta sospetti. Sul tema controverso della preghiera e degli integratori, chiarisce il significato della sua dichiarazione “La preghiera non basta“. Non si tratta di svalutarla, ma di essere realistici: non si può dire a un malato di fare a meno delle cure o a uno studente che lo studio sia inutile. La sua è una visione del ministero radicata nella realtà, improntata sul dialogo e vicina a chi si sente distante dalla Chiesa.
Anche la scelta di non indossare sempre l’abito talare è stata intenzionale. Don Alberto Ravagnani ha ritenuto che potesse essere percepito come una barriera, un simbolo che allontana. Ha preferito far sì che le persone lo incontrassero prima come essere umano, privilegiando l’autenticità del contatto umano rispetto alle apparenze. All’interno stesso della Chiesa, il suo approccio ha rappresentato una sfida costante: un modo innovativo di fare pastorale che necessita di comprensione e adattamento. Con naturalezza ed onestà, Ravagnani ha raccontato di una Chiesa che tenta di dialogare con il presente senza perdere la propria essenza, portando avanti questa missione a partire da sé stesso, con sincerità e umanità.
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