Il risveglio dopo la tragedia di Capodanno a Crans Montana è segnato da una nuova, gelida ondata di shock per le famiglie dei giovani coinvolti. Nonostante il dolore per le ferite ancora aperte e i lunghi mesi di degenza al Niguarda di Milano, i genitori si sono visti recapitare conti esorbitanti dalle strutture ospedaliere svizzere.
Le cifre documentate sono da capogiro: dai 17 mila ai quasi 67 mila euro per degenze lampo, spesso inferiori alle 15 ore, trascorse negli ospedali del Vallese (come quello di Sion) prima del trasferimento d’urgenza in Italia tramite ponte aereo.
L’indignazione delle famiglie dei feriti di Crans Montana
Sebbene i documenti specifichino che le spese non debbano essere saldate direttamente dai familiari, la ricezione di tali fatture ha scatenato un mix di rabbia e sconcerto. Per chi da mesi lotta contro ustioni gravissime e danni polmonari, quel pezzo di carta rappresenta un affronto.
“È stato uno shock vedere quella mail senza alcun preavviso“, commenta Umberto Marcucci, padre di Manfredi. “Cifre prive di spiegazioni che sembrano tariffe orarie. Per noi è essenziale che il Cantone Vallese si faccia carico di tutto: lo Stato italiano non deve rimetterci nulla”.
Al paradosso dei conti si aggiunge un’ulteriore nota di amarezza burocratica: le famiglie lamentano di non aver ancora ricevuto le cartelle cliniche richieste da mesi, a fronte di fatture arrivate invece con estrema puntualità.
La diplomazia al lavoro
Il caso è ora sul tavolo dell’ambasciatore italiano in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado, recentemente rientrato a Berna dopo le tensioni diplomatiche legate alla scarcerazione su cauzione di Jaques Moretti. Cornado ha in programma incontri decisivi: il primo con l’Ufficio federale di Giustizia e il secondo, il 24 aprile, con il presidente del Cantone Vallese.
L’obiettivo è ottenere la conferma ufficiale che l’impegno preso dalle autorità svizzere all’indomani del rogo al Constellation venga mantenuto: le spese sanitarie devono restare interamente a carico della Svizzera, senza gravare né sulle famiglie né sulle casse dello Stato italiano. L’ambasciatore tenta di gettare acqua sul fuoco, definendo l’invio delle fatture una “prassi ricorrente in Svizzera“, pur comprendendo il dolore che tali documenti possono riaccendere.
Nonostante le rassicurazioni diplomatiche, il gesto è percepito come una mancanza di tatto istituzionale. Domenico Radice, legale di molte famiglie coinvolte, è categorico: “L’invio di queste fatture è scandaloso. Un dramma di questa portata avrebbe imposto un trattamento diverso. Per i familiari la misura è colma“.
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