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Yesterday the Eye Didn’t Sleep: una storia lenta che fotografa (in parte) la Siria

Rakan Mayasi debutta con Yesterday the Eye Didn’t Sleep, presentato oggi alla Festa del cinema di Roma, nella sezione Progressive. Al centro il rapporto tra fratelli e la diatriba tra tribù

3 Min di lettura

Yesterday the Eye Didn’t Sleep è stato presentato oggi alla Festa del cinema di Roma, in gara nella sezione Progressive e come Miglior Opera prima. Il regista è palestinese ed è Rakan Mayasi, che oggi vive a Bruxelles. Questa storia parla di uno spaccato della società, qualcosa che sembra totalmente lontano da noi ma che esiste ancora, sebbene ci sembri irrealistico e appartenente ad un tempo passato.

Al centro della storia il rapporto con la famiglia e, in particolar modo, tra fratelli: quanto si è pronti a sacrificarsi per una persona che ha lo stesso nostro sangue? Il film inizia con un cugino che cerca disperatamente sua cugina che è fuggita dopo essere stata accusata di aver appiccato un incendio, sebbene non sia stata lei. Ma durante le ricerche lui, per sbaglio, investe un ragazzo di un’altra tribù e così inizia una faida che, in qualche modo, le sue sorelle devono risolvere. Dunque, toccherà a Jawaher e Rim fare di tutto per salvare il proprio fratello dal rischio di morte. Una di loro sarà disposta anche a fare un matrimonio combinato e a rinunciare per sempre alla propria libertà.

Yesterday the Eye Didn’t Sleep: attuale ma distante dallo spettatore e dal regista

Rakan Mayasi porta al cinema un film molto lento, basato su poche inquadrature. Ogni scena, infatti, ha un solo campo di visione e, anche se i personaggi si muovono all’interno di quell’ambiente, possiamo osservarli sempre e solo da quel punto di vista. Yesterday the Eye Didn’t Sleep è un film di un’estrema attualità, sebbene per la nostra società europea può sembrare qualcosa di astruso, lontano e inimmaginabile.

Ma in Siria, dove tutto è ambientato, funziona ancora così: tutto si basa su faide personali, vendette, sacrifici per amore o per la propria famiglia. Ci si vendica per l’uccisione di un fratello o si sacrifica la propria vita per “pareggiare i conti”. Forse proprio questi elementi, che fotografano parte della società, ci rendono un po’ lontani dalla narrazione. A ciò si aggiungono altri elementi che stonano, come, ad esempio, il fatto che le donne vengano inquadrate mentre dormono di notte col velo, come se non lo togliessero mai, nemmeno in casa propria. Sebbene il regista dovrebbe conoscere quella realtà, a volte lo sguardo sembra quello di un occidentale che si affaccia a quel mondo ma prendendone, in un certo modo, le distanze.

E così, quella verità e quella fotografia che si vogliono restituire di quella realtà, all’occhio dello spettatore, sembra parziale. Ciò non permette di immedesimarsi a pieno nella vita delle tribù siriane.

© Riproduzione riservata

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