Referendum: «E’ l’inizio di una profonda riforma della giustizia»

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Intervista all’avvocato Gianpaolo Catanzariti, Consigliere Generale del Partito Radicale e Responsabile Osservatorio Carcere Ucpi: «Il Decreto Severino troppo penalizzante per i sindaci»

La campagna referendaria, nonostante la rilevanza dei temi sottoposti alla valutazione dei cittadini, sembra sempre più una congiura del silenzio.

Seppur “decapitati” dalla Corte costituzionale, che non ha ammesso il quesito più sentito, quello sulla responsabilità diretta dei magistrati, i referendum rappresentano comunque un altissimo esempio di Democrazia da non snobbare. Nonché l’ennesimo, disperato tentativo degli italiani, di superare l’inedia della maggioranza dei decisori parlamentari e politici o, peggio ancora, la volontà di molti di essi di perpetuare strategie politiche (trentennali) che passano per le aporìe del nostro Sistema giudiziario.

Ecco perché va segnalato il brusco e sinistro silenzio che è calato sulla campagna elettorale referendaria, cui si aggiunge l’incredibile fissazione del voto nel primo weekend estivo, post scuola e nella sola giornata di domenica. Questo mix di fattori, oggettivamente disincentivante e forse inedito nella storia repubblicana, rappresenta uno sfregio alla Democrazia italiana. E, aggiungerei, anche l’ennesimo, pessimo esempio che una larga parte del giornalismo italiano dà di sé. Infatti, nei talk show più seguiti (con qualche lodevole e nota eccezione) delle reti di Stato o anche di quelle private, assistiamo a monologhi di magistrati dall’evidente piglio corporativo o di giornalisti manettàri che declinano i loro NO senza argomentare, messi come sono al riparo da dibattiti sul merito o da confronti sui principi che dovrebbero regolare la vita civile del Paese. Insomma, è di tutta evidenza come i referendum sulla giustizia facciano paura ad un blocco di potere variegato e consolidato da anni in Italia.

catanzariti
L’avvocato Gianpaolo Catanzariti fa il punto sui quesiti referendari del 12 giugno

Avvocato Catanzariti, i sostenitori del No parlano di quesiti troppo tecnici e poco comprensibili oltre che di spreco di soldi pubblici, sostenendo che si tratta di materie che devono essere affrontate dal Parlamento. Qual è la posizione dei Radicali in merito?

Argomenti ipocriti che puzzano di insopportabile alterigia. Proprio perché abrogativi, i quesiti sono, per definizione, tecnici e condizionati soprattutto dalle contorte tecniche di redazione legislativa, che impongono l’eliminazione di una serie di richiami normativi sparsi qua e là. Era così ai tempi del divorzio, così ai tempi del referendum Tortora e negli altri casi. In ragione di ciò, sulla scheda, come sempre troveremo un titolo sintetico teso a far comprendere a chiunque di optare per il Sì o per il No alla cancellazione di una norma e dei suoi effetti. E poi non esistono referendum abrogativi del tipo “volete il pane o la focaccia”. La vera questione non è il presunto tecnicismo dei quesiti, quanto la mancanza di informazione che rende davvero un referendum poco comprensibile. Ma davvero pensiamo che i cittadini italiani, se correttamente informati, non sappiano comprendere se occorra abrogare o meno il Decreto Severino che ha messo e mette fuorigioco migliaia di sindaci e amministratori eletti, senza una condanna definitiva? Davvero pensiamo sia difficile comprendere che sia opportuno impedire che un PM possa cambiare funzione e fare il giudice e magari poi ritorni a fare il PM a scapito del processo paritario, costituzionalmente previsto, dinanzi a un giudice terzo e indipendente? Davvero consideriamo stupidi gli elettori al punto da non comprendere quanto sia opportuno che il giudizio espresso, nelle varie Corti di Appello, sulla valutazione della professionalità dei magistrati non possa essere attribuito, in una logica corporativa, ai soli magistrati e che, invece, sia utile al miglioramento del servizio consentire la partecipazione anche degli avvocati e dei professori universitari come avviene al CSM? Siamo davvero convinti che questo Parlamento, nato già morto, sia in grado di fare riforme degne di tal nome? Gli ultimi interventi, su tutti il nuovo ergastolo ostativo, hanno il sapore delle controriforme, per nulla utili al Paese. I referendum così come congegnati dai padri costituenti sono un limite esterno allo strapotere del Parlamento. Teniamolo ben presente e teniamocelo stretto. Parliamone e i cittadini capiranno ben più di quanto possiamo immaginare.

Quale significato attribuire al 12 giugno?

I quesiti non saranno certo risolutivi rispetto al malfunzionamento della giustizia. In ogni caso, il 12 giugno, nonostante l’ostruzionismo di forze interessate al mantenimento dello status quo, in caso di raggiungimento del quorum, sarà l’inizio di un percorso profondo di riforma della giustizia. In assenza del quorum, comunque rappresenteranno una potente sveglia ad un legislatore svogliato e troppo occupato alla propria perpetuazione, affinché, quantomeno nella prossima legislatura, la riforma della giustizia diventi il principale tema dell’agenda politica nazionale.

Perché votare Sì per l’abrogazione del Decreto Severino?

Il decreto Severino sconta un evidente vizio d’origine, aggravato dall’onda giustizialista, che induce a ritenerlo più dannoso che utile. Si fondava sulla percezione del fenomeno corruttivo spesso amplificato da un circuito mediatico-giudiziario interessato, nonostante la realtà dei fatti accertati in via definitiva abbia poi detto tutt’altro. Le più recenti statistiche ci dicono che su 9 persone condannate per abuso d’ufficio in primo grado, ben 8 vengono poi assolte. E così, su 3 persone per corruzione e peculato almeno 2 sono destinatarie di assoluzione in appello. Insomma, una palese violazione del principio costituzionale di non colpevolezza, un colpo devastante per il corpo elettorale sempre più smarrito e sfiduciato. La sanzione anticipata prevista dalla Severino in presenza di una pronuncia di condanna provvisoria, magari ribaltata in appello, crea, tra l’altro, una grave ferita democratica alle comunità, private di quegli amministratori che avevano scelto per essere governate. Meglio ritornare ad una stretta correlazione tra i fatti eventualmente accertati e la carica pubblica esercitata, come previsto dal sistema delle sanzioni accessorie del Codice penale in materia di interdizione perpetua o temporanea dai pubblici uffici che riprenderebbe piena estensione in caso di vittoria del Sì.

Perché votare Sì per la limitazione dell’uso delle misure cautelari?

Perché risulta davvero inaccettabile oltre che incivile, limitandoci alla sola custodia cautelare, che in Italia, negli ultimi dieci anni, la media delle persone detenute in assenza di condanna definitiva sia stata pari al 35% circa mentre il 18% circa è arrestata durante le indagini preliminari. Poco più d 1 persona su 3 è detenuta senza una condanna definitiva, mentre poco più di 1 su 6 si trova in carcere in pendenza delle sole indagini. Solo nell’anno 2020, oltre il 16% di misure carcerarie non hanno trovato conferma in una sentenza di condanna a pena da eseguire. Un numero elevatissimo di carcerazioni ingiuste. Come si possa affermare, senza provare vergogna o indignazione, che tutto ciò non sia un tema che riguarda tutti o che possa essere poco comprensibile ai cittadini, molti dei quali, direttamente o indirettamente, subiscono queste storture, mi sembra davvero paradossale.

Perché votare Sì alla separazione delle funzioni dei magistrati e alla equa valutazione dei magistrati?

Un processo che non si fondi sulla parità delle parti dinanzi ad un giudice davvero indipendente e sottratto a eventuale condizionamento dell’azione del PM non credo si possa dire davvero giusto. Questo è il senso più profondo dell’art. 111 della Costituzione. Questo il senso compiuto di un processo penale riformato dal codice Vassalli, tendenzialmente accusatorio e prontamente rimaneggiato dalla solita controriforma italiana, portata avanti dalla Corte costituzionale e dalla Corte di cassazione. Il referendum abrogativo rappresenta un punto di non ritorno verso la separazione delle carriere dei magistrati. Sulla valutazione dei magistrati, oggi viene impedito, nei consigli giudiziari locali, agli avvocati e ai professori universitari, nonostante ne siano componenti, di poter partecipare alla discussione e alle deliberazioni sulle valutazioni della professionalità dei magistrati. Delibere che poi verranno recepite, sempre con esito favorevole, dal CSM, dove invece la componente laica è chiamata a dire la sua su una minestra già confezionata in una logica corporativa.

C’è bisogno del voto, c’è bisogno del Sì. Anzi di ben 5 Sì per rinvigorire la democrazia e mettere al centro del dibattito politico la giustizia giusta.

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