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Meloni e il voto anticipato in primavera: 3 incognite frenano il centrodestra

La premier, Giorgia Meloni, vorrebbe tornare alle urne già a maggio, in coincidenza con le elezioni comunali. Però la strada è condizionata dalla Consulta, dalle tensioni sulla guerra in Ucraina e dalla Manovra. Se i tempi si allungheranno, il voto potrebbe slittare all’autunno

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Tra i vertici di Fratelli d’Italia si vocifera che la premier Giorgia Meloni sarebbe disposta ad andare al voto “oggi, anzi ieri“. Ma a questo desiderio si accompagna una certa prudenza dovuta a tutta una serie di incognite costituzionali, geopolitiche ed economiche.

Le elezioni anticipate in primavera, da accorpare alle Comunali, restano dunque un’ipotesi. Il primo nodo da sciogliere riguarda il verdetto della Corte costituzionale sui ricorsi contro lo Stabilicum, la legge elettorale. Si tratta della variabile principale per decidere se esistano i margini per chiudere anticipatamente la legislatura e andare al voto a maggio.

Il nodo dello Stabilicum

Se tra la fine di gennaio e febbraio la Consulta dovesse pronunciarsi con una sentenza autoapplicativa, correggendo aspetti circoscritti senza modificare l’impianto della legge (per esempio il numero di firme da raccogliere per presentare le liste), Meloni avrebbe il tempo di salire al Quirinale, rassegnare le dimissioni e avviare il percorso che potrebbe portare allo scioglimento delle Camere e alle elezioni in primavera.

Lo scenario cambierebbe se la Corte si limitasse a indicare i profili di incostituzionalità, lasciando al Parlamento il compito di intervenire sulla normativa. In quel caso, la maggioranza dovrebbe riaprire una partita già complessa, con tempi difficili da prevedere e il rischio di nuovi ostacoli parlamentari.

Lo Stabilicum, approvato in terza lettura dopo l’incidente dei franchi tiratori dello scorso luglio, tornerebbe così al centro dello scontro politico. “A seconda dell’intervento della Consulta, lo scenario di settembre rischia di diventare molto solido, mica si può votare a luglio“, osserva il vicesegretario della Lega Claudio Durigon, favorevole, come Matteo Salvini, a portare a termine la legislatura.

Anche il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, sottolinea le difficoltà di un eventuale nuovo passaggio parlamentare, tra votazioni segrete e un’opposizione di cui, a suo giudizio, resta da capire l’atteggiamento.

Ucraina, le armi a Kiev

La seconda incognita riguarda la guerra in Ucraina e le tensioni interne alla maggioranza. Salvini ha ribadito la propria contrarietà all’invio di nuove armi a Kiev, una posizione destinata a riemergere a fine anno.

In assenza di sviluppi nei negoziati, il governo dovrà decidere se rinnovare per un altro anno, o eventualmente per sei mesi, il sostegno militare ed economico all’Ucraina e al presidente Volodymyr Zelensky.

In passato, decisioni di questo tipo hanno contribuito a innescare crisi di governo. Finora, con Meloni a Palazzo Chigi, non è accaduto, ma l’avvicinarsi della scadenza elettorale potrebbe rendere più delicate le divergenze tra gli alleati.

La Manovra e la trattativa con l’Europa

Il terzo fattore è economico. La legge di Bilancio rappresenta l’ultima Manovra prima delle elezioni e, per il governo, costituisce un’occasione per presentare i risultati raggiunti e rilanciare le promesse in vista della riconferma.

Proprio sulla Finanziaria si sono confrontati ieri, in videocollegamento, i leader del centrodestra con Meloni e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Al centro della discussione, la capacità della Manovra di sostenere l’economia e le misure da inserire nel provvedimento.

Restano però aperti diversi aspetti della trattativa con l’Unione europea sull’utilizzo della flessibilità ottenuta in materia energetica. Tra i temi ancora da chiarire c’è anche quello dell’ecobonus, mentre il caro carburante e l’inflazione continuano a pesare sul quadro economico.

Meloni avrebbe invitato gli alleati di Forza Italia, Lega e Noi moderati alla prudenza: “Andateci piano con le richieste“. I partiti della maggioranza puntano infatti a ottenere misure identitarie da valorizzare durante la campagna elettorale.

Primavera o autunno: la data resta incerta

Il calendario del voto dipenderà dunque dall’intreccio tra il verdetto della Consulta, le tensioni sulla politica estera e gli equilibri economici della Manovra. Un pronunciamento costituzionale che lasci margini per procedere rapidamente potrebbe mantenere aperta la strada delle elezioni a maggio. Se invece la legge elettorale dovesse tornare in Parlamento, l’ipotesi di un voto in autunno acquisterebbe consistenza.

Per ora, le ambizioni della premier e le richieste degli alleati non bastano a fissare una data. La decisione resta legata a passaggi istituzionali e politici ancora da chiarire.

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