L’Italia dei referendum: dalla Repubblica alla giustizia, 76 anni di sì e no

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Pochi giorni fa l’anniversario della nascita della Repubblica italiana, con la prima consultazione elettorale del popolo che scelse di abolire la monarchia. Da quel momento, gli italiani sono stati chiamati alle urne per ben 21 volte su 73 quesiti di diversa natura: dalla Repubblica al divorzio, dall’aborto fino al taglio dei deputati 

Era il 2 giugno 1946 quando il popolo italiano fu chiamato alle urne per scegliere fra monarchia e repubblica. Sono passati 76 anni: solo pochi giorni fa le celebrazioni per l’anniversario del referendum che ha sancito la svolta epocale nel Paese. 

Votarono per la prima volta anche le donne, con una prima vera forma di suffragio universale, che portò la forma repubblicana a vincere con la preferenza di oltre il 54% dei votanti. Da quel momento in poi l’Italia ha avuto ben 21 referendum, la maggior parte di natura abrogativa, per un totale di 73 quesiti, visto che la maggior parte delle chiamate alle urne ha previsto più questioni. 

Dal 1946 al secondo referendum della storia della Repubblica italiana passano 28 anni. Il 12 maggio 1974 gli italiani esprimono il loro importante parere sull’abrogazione della legge sul divorzio, con una netta vittoria dei “no”. Da quel momento in poi, le consultazioni popolari diventano una costante nella politica italiana.

Dal Finanziamento pubblico al nucleare

L’11 giugno 1978 l’Italia vota sull’abrogazione della legge Reale, in tema di ordine pubblico, e sul finanziamento pubblico ai partiti: in entrambi i casi i provvedimenti vengono confermati. 

La seconda questione è quella che tocca di più gli italiani: promossa dai Radicali e scongiurato dalla totalità dei restanti partiti – che rappresentavano circa il 97% dell’elettorato – l’abrogazione della legge dei finanziamenti politici raggiunge il 43,3%. Si tratta di un risultato clamoroso che, pur non avendo successo, raccoglie l’idea di un partito di nicchia del panorama italiano. 

Tappa storica nella vita della Repubblica italiana è il referendum del 1978, che fra i cinque quesiti ne presentava due schierati su diverse posizioni sull’aborto. L’interruzione di gravidanza era tutelata dalla famosa legge 194, ma nel 1978 sia i Radicali che il Movimento per la vita presentò due proposte di modifica alla legge. 

Da una parte la liberalizzazione totale della pratica abortiva anche per le minorenni e per le gestanti dopo i primi 90 giorni, dall’altra la proposta di contrastare l’interruzione di gravidanza: con oltre l’88% dei voti l’idea radicale fu bocciata, così come la sua opposta, se pur con minor scarto. La celebre 194 di Giovanni Leone, che arrivò a depenalizzare l’aborto, fu tutelata nella sua integrità. 

La prima volta un referendum si conclude con la vittoria dei sì è l’8 novembre 1987, quando agli italiani vengono proposti cinque quesiti su tre materie, fra cui la possibilità di costruire o meno centrali per la produzione di energia nucleare. 

Le risposte affermative portano all’introduzione della responsabilità civile, all’abrogazione della commissione inquirente e ad un blocco della realizzazione di centrali nucleari.

Il crollo del quorum popolare

Inedito è lo scenario conclusivo del referendum del giugno 1990, quando per i quesiti sulla caccia sulla caccia e sull’uso dei pesticidi per la prima volta nella storia non si raggiunge il quorum della maggioranza assoluta dei votanti sugli aventi diritto, richiesto per la validità della consultazione. 

Da quel momento in poi, complice anche il clima di sfiducia politica degli anni Novanta, sarà sempre più difficile raggiungere il numero minimo di voti affinché il voto sia confermato. 

9 giugno 1991: Bettino Craxi invita gli italiani ad “andare al mare” per scoraggiare il referendum Segni, per l’introduzione di una preferenza unica nel sistema elettorale. Nonostante le avance del socialista, il popolo approva il “sì”. 

Ben otto quesiti nell’aprile 1993: si va dall’abrogazione della legge sul finanziamento ai partiti all’abolizione di alcuni ministeri, passando per la disciplina dell’uso di sostanze stupefacenti, la competenza delle Usl in materia di tutela dell’ambiente e questioni relative alle Casse di risparmio. 

È il giorno del secondo referendum Segni, che interviene sulla legge elettorale del Senato e la vittoria dei sì porta all’introduzione di un sistema maggioritario. 

Due anni più tardi sono dodici le schede consegnate nelle mani degli italiani: il quorum si raggiunge non senza grandi fatiche e sorride Silvio Berlusconi quando si boccia l’abrogazione di alcune disposizioni della legge Mammì sull’emittenza tv.

Gli ultimi anni: il crollo di Renzi e la riduzione dei parlamentari

L’astensione è sempre maggiore, tanto che nei primi anni Duemila diventa una vera e propria pratica di lotta politica. L’invito ad andare al mare di Craxi viene adottato da molti altri volti degli schieramenti partitici. 

Così il referendum sulla fecondazione assistita del giugno 2005 finisce con un nulla di fatto, così come i tre quesiti del giugno 2009. Un roseo ritorno si registra due anni più tardi, con le quattro domande relative alla gestione dell’acqua pubblica, l’abrogazione delle norme sul nucleare e le disposizioni relative alla possibilità di legittimo impedimento per il presidente del Consiglio e ministri. 

Ancora un fallimento nel 2017 con il referendum sulle trivellazioni in mare per l’esportazione di idrocarburi, fino ad arrivare agli ultimi due incontri popolari. Il primo, quello del 4 dicembre 2016, è la “Caporetto” di Matteo Renzi, con il no alla sua riforma parlamentare. L’ultimo è quello del settembre 2020 sulla riduzione del numero dei parlamentari, che ha dato esito positivo.

Appuntamento, ora, al 12 giugno con i cinque quesiti del referendum abrogativo della giustizia.

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