Ciò che resta di Messina Denaro: “C’è ben poco da festeggiare”

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La consigliera comunale palermitana Di Gangi: “Non possiamo permetterci analisi semplicistiche. Adesso si aprono nuovi scenari”

L’arresto di Matteo Messina Denaro avrà segnato la fine di un’epoca, ma ha aperto voragini sul piano della coscienza collettiva, ancora attraversata da dubbi e interrogativi. C’è chi è abituato a “fare i conti più da vicino con la presenza delle mafie”. La consigliera comunale di Palermo, Mariangela Di Gangi, guarda all’evento con lucidità e pensa al presente del suo territorio. Eletta in una lista civica del centrosinistra, è anche attivista e operatrice sociale: gli ultimi dieci anni trascorsi “a far emergere quanto di bello esiste in uno dei quartieri più complessi del Paese: lo Zen di Palermo”.

Ora che la cronaca comincia a riempirsi di dettagli insignificanti, irrompono prepotentemente i pensieri finora taciuti e le rabbie sotterranee: interrogativi che trascendono l’immagine del boss di Castelvetrano – docile fra le braccia dei carabinieri, eppure fiero – sugli schermi di tutto il mondo, ignorano la spettacolarizzazione e si addentrano nell’analisi della faccia sporca, ciclopica e purulenta della mafia che, questa volta, “non ha vinto, nonostante siamo lontani dalla sua sconfitta”.

L’ultimo padrino è stato arrestato a casa sua, dopo anni di ricerche e avvistamenti. Oggi è dietro le sbarre e, dopo l’euforia iniziale, resta il “piano, molto più che simbolico, fatto dei trent’anni di latitanza, del luogo dell’arresto e delle condizioni in cui è avvenuto”.

Il momento dell’arresto: il video

Lei è consigliera comunale di Palermo. Nonostante la mafia allunghi i suoi tentacoli ovunque, la Sicilia è inevitabilmente fra i territori più feriti dall’efferatezza della mafia, soprattutto di una certa mafia. Come il suo territorio ha salutato la notizia dell’arresto di Messina Denaro?

Non si può parlare di una reazione unitaria. Sono state diverse, perché diverse sono le considerazioni e le contraddizioni che, soprattutto per un siciliano, questo episodio porta alla mente. Se da un lato c’è la soddisfazione del vedere assicurato allo Stato un criminale come Messina Denaro, soprattutto per i familiari delle vittime, dall’altro c’è il piano, molto più che simbolico, fatto dei trent’anni di latitanza, del luogo dell’arresto e delle condizioni in cui è avvenuto. Le persone più avvedute, probabilmente, hanno bisogno di un po’ di tempo per elaborare il senso dell’accaduto. Proprio perché siamo abituati a fare i conti più da vicino con la presenza delle mafie, sappiamo che non possiamo permetterci analisi semplicistiche.

Secondo lei, l’arresto di Messina Denaro sancisce un colpo alle organizzazioni criminali? Come giudica l’evento? Ha ragione chi festeggia?

No, sono tra quelle che pensa che ci sia ben poco da festeggiare in ordine all’effetto dell’arresto sull’attuale assetto della criminalità organizzata. Semmai è su altri piani che si aprono nuovi scenari. Mi riferisco a quello giudiziario e legislativo. Ritengo invece che, nuovamente, questo arresto ci interroga sulle connivenze e su come si sia trasformato il potere delle mafie, gli interessi che investe. Domande che ci poniamo da anni e per cui non esistono ancora risposte. Personalmente, ho vissuto giorni di sensazioni contrastanti, ma sicuramente non di certezze o di vittorie.

L’evento è stato narrato come la fine di un’epoca, quella violentissima di Riina, di Provenzano, di Brusca, dello stragismo. Che epoca abbiamo davanti adesso? Quale stiamo vivendo?

A mio avviso, ma lo dico da ben prima dell’arresto, stiamo vivendo un periodo di cambiamento del modo con cui le mafie stanno sui territori. L’epoca stragista è finita da un po’. È innegabile il lavoro fatto dalla magistratura e dalle forze dell’ordine negli ultimi anni, che tanto hanno indagato, trovato e arrestato. Ma catturati i protagonisti, restano comunque gli affari delle mafie, che forse cambiano, ma non scompaiono purtroppo. Prova ne è l’allarme sugli interessi legati al Pnrr.  Io, che di mestiere faccio l’educatrice e non il magistrato, mi concentrerei su quanto non è stato fatto, oltre il piano della repressione, e che consente all’antistato di reclutare forze nuove o di avvalersi di un potere che è prevalentemente fatto dalla logica che siamo ben lontani dallo sconfiggere in fatto di diritti, grandi o piccoli che siano, che restano troppe volte ancora esigibili come favori. Questo non libera le persone e rafforza il potere di chi fa della prevaricazione e della prepotenza la propria forza.

Governo e lotta alla mafia. Come giudica l’operato?

Male. Senza giri di parole e senza circoscrivere il ragionamento a un lasso di tempo breve. Le mafie si sconfiggono costruendo generazioni libere e in grado di emanciparsi e rinnegare senza gesti eroici il potere criminale. E noi siamo ben lontani dal farlo.  Finché renderemo troppo più faticoso a uno qualsiasi dei ragazzi dei nostri quartieri popolari lo stare nel campo regolare del gioco, staremo tradendo questa lotta. Faccio un esempio pratico: oggi frequentare la scuola superiore è una sorta di percorso a ostacoli se provieni da una classe sociale meno abbiente, perché non hai i mezzi, anche soltanto materiali, prima ancora che culturali. Penso agli autobus puntuali o ai libri gratuiti. Rendiamo l’ascensore sociale inservibile e, per riflesso, creiamo manovalanza facile per chi si arricchisce con la criminalità: a volte spacciare non è una scelta consapevole, ma un’opportunità plausibile, se il tuo ventaglio di scelte è ridotto.

Come sa, ne “I Cento passi” un giovane Lo Cascio, nelle vesti di Peppino Impastato, dice: “Invece della lotta politica, della coscienza di classe, tutte le manifestazioni e ’ste fissarie bisognerebbe ricordare alla gente cos’è la bellezza, aiutarla a riconoscerla, a difenderla”. Qual è il suo impegno personale e politico nell’ambito della lotta alla mafia? Quali secondo lei gli strumenti per contrastare la mafia e instaurare una cultura della legalità?

Palermo è fatta oggi di una maggioranza che non vuole piegarsi alla prevaricazione della mentalità mafiosa, che ha interiorizzato la “bellezza del fresco profumo di libertà”, una libertà che però non è ancora concreta perché la libertà, oltre che di partecipazione, è fatta anche di servizi, di opportunità, di possibilità. La libertà è fatta di diritti esigibili. Ho dedicato gli ultimi 10 anni della mia vita a far emergere quanto di bello esiste in uno dei quartieri più complessi del Paese: lo Zen di Palermo. A partire da quel luogo ho imparato come la lotta alle mafie sia profondamente legata alla lotta alla povertà e alla giustizia sociale, più che alla legalità. Perché anche quando la gente riconosce la bellezza, succede che non pensa di meritarsela. Tanto è forte lo stigma, tanto è forte la sfiducia. Quindi si smette di avere fiducia nel cambiamento e nella capacità di incidere partecipando alla vita collettiva. Credo che l’impegno sia questo: restituire fiducia a chi abbiamo lasciato indietro o fuori. Costruire le condizioni per cui i cittadini e le cittadine che si riconoscono parte di una collettività, capaci di sentirsi parte di una trasformazione possibile. Dovremmo ricordare come sia l’interesse a muovere le cose e non gli eroismi. Le scelte di campo sono tali, solo se si è davvero liberi e libere, a parità di condizioni, di scegliere. Una banalità. Finché renderemo soprattutto alla gente più ai margini troppo difficile scegliere liberamente da che lato stare, non avremo fatto l’interesse dell’antimafia. E avremo tempo di appellarci ai simboli e alle personalità eclatanti, ma sull’efficacia avremo fallito.

Può esistere un futuro senza mafia?

Si. Esiste già un presente. Perché oggi le cittadine e i cittadini rivendicano i propri diritti prima di chiedere favori; perché oggi c’è chi si ribella al pizzo; perché oggi accade che si rompa il muro dell’omertà. Perché la mafia non ha vinto, nonostante siamo lontani dalla sua sconfitta.

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