Il conflitto tra Iran e Usa prosegue con nuovi ritmi. Il segretario alla Difesa statunitense Pete Hegseth ha esteso fino al 2027 i tempi del dispiegamento delle truppe americane in Medio Oriente, segnalando la possibilità che il conflitto nella regione possa proseguire anche nel prossimo anno. Lo riferisce il Wall Street Journal.
Gli Stati Uniti mantengono attualmente circa 50mila militari in Medio Oriente, oltre a 19 navi da guerra, due portaerei e 13 cacciatorpediniere lanciamissili. Un dispositivo che offre al presidente Donald Trump la possibilità di un’ulteriore escalation, se necessario.
Le missioni attualmente in corso comprendono l’intercettazione dei missili iraniani, la scorta alle navi commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz e il blocco dei porti e delle aree costiere iraniane.
Trump: “Stiamo vincendo”
Nonostante il rafforzamento della presenza militare, Trump starebbe avendo colloqui privati con i suoi più stretti collaboratori sull’opportunità di dichiarare la fine della guerra con l’Iran. Lo hanno riferito alcuni funzionari americani al corrispondente del Wall Street Journal Alex Ward.
Secondo le fonti, il presidente sarebbe favorevole all’idea di dichiarare concluso il conflitto e riterrebbe che la pressione economica possa costringere il regime iraniano a smantellare il proprio programma nucleare. In caso contrario, sostiene Trump, il regime potrebbe collassare.
Alla Casa Bianca, dove ha ospitato i candidati repubblicani alle elezioni di metà mandato, il presidente ha assicurato: “Stiamo vincendo” in Iran e “controlliamo lo Stretto di Hormuz“.
Il nodo dello Stretto di Hormuz
Proprio il controllo dello Stretto resta uno dei principali punti di scontro tra Washington e Teheran. Steve Witkoff ha incontrato lo scorso fine settimana in Sardegna il consigliere per la sicurezza nazionale degli Emirati Arabi Uniti per discutere i prossimi passi sull’Iran. Lo riporta Axios, citando alcune fonti, secondo le quali l’incontro rientrerebbe negli sforzi dell’amministrazione Trump per mantenere aperto il cruciale passaggio.
Trump, intanto, ha continuato a provocare Teheran. “Ora che è sotto il nostro controllo, dobbiamo cambiare il nome dello Stretto di Hormuz in Stretto di Trump?“, ha ironizzato il presidente dopo la nuova sfida dell’Iran.
Per Teheran, lo Stretto rappresenta una leva fondamentale nelle trattative con gli Stati Uniti. Per Trump, invece, il suo controllo è essenziale soprattutto per favorire la discesa dei prezzi del petrolio e, di conseguenza, della benzina, in vista delle elezioni di metà mandato.
La risposta dell’Iran
Ignorando gli avvertimenti di Trump, l’Iran ha risposto agli attacchi americani e promesso vendetta per i quattro morti provocati da un bombardamento statunitense durante una festa di nozze. Teheran ha definito l’azione “un crimine di guerra“, parlando complessivamente di 18 vittime e 108 feriti nell’ondata di raid ordinata da Trump contro obiettivi militari iraniani nei pressi dello Stretto di Hormuz.
Dunque mentre Trump valuta la possibilità di dichiarare conclusa la guerra, Washington prepara una presenza militare destinata a proseguire almeno fino al 2027. Nel frattempo, lo Stretto di Hormuz rimane il principale terreno di confronto tra Stati Uniti e Iran, sia sul piano militare sia su quello economico e diplomatico.
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