La notizia più esplosiva della guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran resta sospesa tra conferme, smentite e propaganda: Ali Khamenei sarebbe stato ucciso nel raid che all’alba ha colpito il cuore del potere a Teheran. A sostenerlo sono fonti israeliane di alto livello, secondo cui la Guida Suprema è stata “eliminata” e il suo corpo recuperato sotto le macerie del complesso colpito.
Secondo media israeliani, immagini del cadavere sarebbero state mostrate al premier Benjamin Netanyahu e al presidente americano Donald Trump. Ma dall’Iran, almeno ufficialmente, non arriva alcuna conferma: anzi, fonti vicine ai Pasdaran parlano di un leader “vivo e saldo al comando”.
Nel raid sarebbero stati uccisi anche esponenti di primo piano del regime, tra cui Ali Shamkhani, consigliere per la sicurezza di Khamenei, e il comandante dei Pasdaran Mohammad Pakpour. Israele sostiene di aver colpito una riunione ristretta della leadership, sfruttando informazioni di intelligence “precise e irripetibili”.
A rendere ancora più incandescente il quadro sono le parole di Trump, che ha parlato di “notizia probabilmente corretta” riferendosi alla morte di Khamenei e ha aggiunto che negli attacchi sarebbe stato eliminato “un gran numero di leader”. Poi la battuta, che ha fatto il giro del mondo: “A un certo punto mi chiameranno per chiedermi chi voglio al posto di Khamenei. Sto scherzando, ma non troppo”.
Nel frattempo, segnali contraddittori arrivano anche dall’interno dell’Iran. Testimonianze raccolte da media internazionali parlano di applausi e grida di gioia in alcuni quartieri di Teheran dopo la diffusione della notizia, con cittadini affacciati alle finestre a celebrare. Ma altre fonti descrivono una capitale sotto shock, con il governo che invita alla calma e cerca di mantenere il controllo.
Dietro il possibile vuoto di potere si intravede già lo scenario successivo. Secondo diverse ricostruzioni, Khamenei, al potere dal 1989, aveva predisposto un piano di successione in caso di morte o assassinio. Tra i nomi che emergono c’è quello di Ali Larijani, figura di primo piano dell’establishment iraniano, affiancato da altri esponenti istituzionali in una fase di transizione.
Il punto, però, resta uno: nessuna conferma definitiva è ancora arrivata da Teheran. E in una guerra dove l’informazione è parte del conflitto, anche la morte di un leader può diventare un’arma.
Se Khamenei fosse davvero morto, si aprirebbe una fase senza precedenti per la Repubblica islamica, con il rischio di instabilità interna e di un’ulteriore escalation regionale. Se invece fosse vivo, resterebbe comunque il segno di un attacco che ha colpito al cuore il sistema di potere iraniano.
In entrambi i casi, una soglia è stata superata. E la guerra, ormai, è entrata in una dimensione completamente nuova.
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