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Caporalato, vendetta e riscatto: Emiliano Locatelli racconta “Rajesh. Signore dei Re” | INTERVISTA

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Dalla cronaca dell’Agro Pontino alle istituzioni, senza perdere la forza del racconto. Rajesh. Signore dei Re nasce dall’urgenza di guardare in faccia una realtà che continua a essere rimossa: lo sfruttamento dei braccianti, il caporalato, le vite ai margini su cui si regge una parte dell’economia italiana. Presentato il 10 dicembre alla Camera dei Deputati, il romanzo di Emiliano è un thriller teso e doloroso che chiude una trilogia dedicata alle zone più fragili della società. In questa intervista, l’autore racconta perché ha scelto lo sguardo di un sedicenne immigrato per parlare di disuguaglianze, vendetta e riscatto, e perché oggi, più che mai, la letteratura non può permettersi di restare neutrale. Un impegno che Il Difforme aveva già raccontato in una precedente intervista dedicata al suo lavoro cinematografico, dove il racconto di genere diventa strumento di denuncia e analisi del presente

Rajesh Signore dei Re

Com’è nato il bisogno di raccontare la storia di Rajesh? C’è stato un episodio preciso che ti ha spinto a trasformarla in un romanzo?

Sono stato tristemente influenzato dai fatti tragici della cronaca recente che hanno riguardato l’Agro Pontino. Sentivo il bisogno di raccontare una storia che partisse dall’ingiustizia dello sfruttamento del lavoro nei campi, in particolare quello della popolazione di origine indiana. Volevo narrare le vicende di un sottoproletariato sul cui sfruttamento molte aziende del territorio basano i loro profitti.

Il protagonista è un sedicenne del Punjab. Perché scegliere lo sguardo di un ragazzo straniero per raccontare una realtà italiana come il caporalato?

Ho provato a immaginare quanto potesse essere dura per un adolescente, proveniente da un Paese lontano migliaia di chilometri, vivere in una famiglia di braccianti. Cosa significhi affrontare il lavoro sottopagato e, soprattutto, perdere improvvisamente un genitore, ritrovandosi a portare sulle spalle la responsabilità di mandare avanti una famiglia quando, a quell’età, si dovrebbe pensare ad altro.

Nel 2025 molti immigrati vivono condizioni simili a quelle dei nostri bisnonni nell’immediato dopoguerra: case fatiscenti, famiglie stipate, spostamenti a piedi o in bicicletta, paghe di tre euro e cinquanta all’ora per 10-12 ore di lavoro, senza diritti né certezze contrattuali. Sembra di guardare indietro nel tempo. Ed è assurdo.

“Rajesh. Signore dei Re” è insieme un thriller e un romanzo sociale. Come hai trovato l’equilibrio tra intrattenimento e denuncia?

Per me un romanzo, come un film, deve far riflettere e denunciare, ma anche intrattenere. Quando leggo o guardo qualcosa voglio prima di tutto passare del buon tempo. Ma alla fine devo sentirmi scosso, influenzato anche dal punto di vista intellettuale.

Per questo cerco di innestare contenuti impegnati all’interno di strutture tipiche dell’action o del thriller. È una forma di ibridazione: materialismo dialettico e fumetto, filosofia e gangster movie, pulp e saggistica, politica e western. Uso i linguaggi dei generi popolari per parlare di temi complessi, sperando di raggiungere un pubblico più ampio possibile senza rinunciare alla profondità.

Con questo libro chiudi una trilogia dedicata alle zone più fragili della società. Cosa lega i tre volumi?

Tutti e tre partono da un evento tragico scatenante e hanno come tema centrale la vendetta, che io intendo come riscatto. È il tentativo di ribellarsi a una condizione sociale oppressiva, di reagire a un’ingiustizia palese.

Non mi interessa dare giudizi morali. Non voglio dire al lettore se ciò che accade sia giusto o sbagliato. Desidero che chi legge o guarda un mio lavoro arrivi a una propria conclusione, in base alla propria morale. Io ho la mia, certo, ma non voglio imporla.

Il tuo background da regista è molto evidente nella scrittura. Quanto cinema c’è nei tuoi romanzi?

La mia scrittura è profondamente cinematografica, costruita per immagini. È evocativa ma non eccessivamente descrittiva. La sceneggiatura ti insegna a essere conciso, a descrivere solo ciò che può essere visto sullo schermo. Un pensiero non lo descrivi: mostri il volto dell’attore che lo sta vivendo. Nei miei romanzi funziona allo stesso modo. Lo stato d’animo del protagonista emerge attraverso le sue espressioni, le azioni, i comportamenti. Questo rende la lettura più scorrevole, più diretta. Almeno questo è il tentativo: il giudizio finale spetta ai lettori

Non è la prima volta che Emiliano Locatelli usa il linguaggio del racconto di genere per interrogare la realtà sociale: lo stesso approccio attraversa anche il suo lavoro cinematografico, dove thriller e denuncia si intrecciano per raccontare le contraddizioni del presente.

Il caporalato è ancora una ferita aperta nel 2025. Che responsabilità sente uno scrittore quando affronta temi così duri e attuali?

Per me un artista deve essere partigiano. Deve analizzare e criticare la società con l’obiettivo di migliorarla. Negli ultimi quarant’anni abbiamo smesso di farlo. Dopo la caduta del Muro di Berlino ci sembrava di vivere nel migliore dei mondi possibili, ma oggi, tra guerre, genocidi, crisi economiche e sfruttamento, ci rendiamo conto che non è così.

C’è una concentrazione della ricchezza sempre più estrema: il 98% contro il 2%. Questo romanzo non parla solo di immigrati, ma della classe sociale a cui appartiene ormai la maggior parte dell’umanità, costretta a vendere la propria forza-lavoro per sopravvivere. Nel libro racconto chi sta ancora più in basso, all’ultimo gradino della piramide, quasi sepolto.

Qual è stata la parte più difficile da scrivere?

Dal momento che scatena la vendetta in poi sono rimasto bloccato a lungo. Non sapevo se far agire subito il protagonista, accecato dalla rabbia, o se fargli tentare una via diplomatica. Avevo pensato di allungare la storia, ma mi sono reso conto che sarebbe stata una forzatura.

A un certo punto mi sono immedesimato completamente in lui e ho capito che doveva andare dritto al punto. La sua condizione emotiva non gli avrebbe permesso di tergiversare. Mettersi nei panni di un ragazzo straniero di 16 anni, nell’Italia del 2025, costretto a lavorare la terra per sopravvivere, è stato emotivamente faticoso. È una realtà difficile anche solo da immaginare, se si è stati più fortunati.

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