Serve una rivoluzione. La Figc ha individuatol’uomo chiamato a guidarla: Giovanni Malagò. La sua è una missione complessa, forse la più difficile degli ultimi decenni per il calcio italiano.Tre Mondiali a fare da spettatori rappresentano un bilancio impietoso.In mezzo resta la straordinaria vittoria dell’Europeo a Wembley con Roberto Mancini, un trionfo che ha regalato una notte indimenticabile ma che ha anche nascosto, almeno per un periodo, le fragilità strutturali del nostro movimento.
Il popolo dei tifosi azzurri parla ad una sola voce: il calcio italiano deve affrontare la realtà e intervenire con coraggio. Malagò ha già indicato le linee guida del suo programma. Il primo passo è chiaro:scegliere le due figure chiamate a guidare il nuovo corso azzurro: allenatore e direttore tecnico.
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Maldini e Conte, la coppia per la rinascita
Il calcio italiano sta attraversando la crisi più profonda della sua storia recente. Per questo non c’è più tempo da perdere. Le nomine del direttore tecnico e del commissario tecnico dovranno arrivare rapidamente.
Paolo Maldini è il principale candidato al ruolo di direttore tecnico. Il lavoro svolto al Milan ne certifica competenza e visione, mentre il suo prestigio internazionale gli consentirebbe di diventare il punto di riferimento di un gruppo che da anni alterna illusioni e delusioni. La sua figura rappresenterebbe autorevolezza e identità.Per la panchina, invece, il nome più forte resta quello di Antonio Conte.
L’Europeo del 2016, al di là del risultato finale, resta uno dei migliori esempi di come una squadra possa andare oltre i propri limiti grazie a organizzazione, carattere e spirito di appartenenza. È difficile immaginare oggi una coppia più adatta per il compito che attende l’Italia.Maldini e Conte darebbero una direzione tecnica chiara all’intero movimento, restituendo credibilità e ambizione alle nazionali azzurre.I più giovani troverebbero due modelli da seguire, mentre i veterani riconoscerebbero immediatamente l’autorevolezza di due campioni abituati a vincere. Malagò ha sottolineato anche il peso delle valutazioni economiche. Ma il tempo stringe e la situazione impone decisioni all’altezza della sfida.
Il programma di Malagò e la sfida delle riforme
La sabbia nella clessidra sta finendo. Per troppo tempo il calcio italiano ha rimandato i problemi invece di affrontarli. Ora servono riforme profonde.Il primo nodo riguarda le risorse economiche.Tra le proposte sul tavolo c’è il recupero di una quota dei proventi generati dalle scommesse, ma anche l’introduzione di strumenti fiscali mirati, sul modello di quelli previsti per altri comparti produttivi, perincentivare gli investimenti nei vivai.Altro tema cruciale è quello delle infrastrutture.Il ritardo accumulato sul fronte degli stadi rispetto ai principali Paesi europei è ormai evidentee continua a penalizzare la crescita del sistema. Questi sono soltanto alcuni dei punti inseriti nel programma di Malagò. Attuarli in tempi brevi sarà estremamente difficile, ma l’obiettivo non può essere una ricostruzione immediata.
Serve piuttosto gettare le fondamenta di un progetto credibile e duraturo, capace di indicare una direzione chiara per il futuro.Il terzo fallimento mondiale è stato accolto quasi con rassegnazione, mentre nel 2017 l’esclusione dalla Coppa del Mondo aveva provocato uno shock nazionale. È forse il segnale più preoccupante di tutti. Nel frattempo laSerie Aperde attrattività e terreno rispetto ai principali campionati europei. Eppure il problema non è il talento. Lo dimostrano i risultati ottenuti da altre discipline italiane, dal tennis alla pallavolo. Lo sport più seguito del Paese possiede ancora le risorse per tornare ai vertici. Per riuscirci, però, deve recuperare credibilità.Servono scelte coraggiose, sostenibili e realmente innovative. Non più annunci o promesse, ma decisioni concrete. Quella che si apre oggi potrebbe essere l’ultima occasione per invertire la rotta. Sprecarla significherebbe condannare il calcio italiano a un declino sempre più profondo.
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