Dannazione, quanto manca in una giornata come questa la presenza oracolare di Marco Pannella! Gran fustigatore della partitocrazia, gran difensore del Parlamento (erano sue le adunate mattutine di parlamentari, all’epoca di Tangentopoli, per dire no alla gogna mediatico-giudiziaria), ci chiediamo, almeno quelli che lo ricordano pur non avendo sostenuto tutte le sue battaglie, che cosa avrebbe mai detto sul voto in Toscana o in Calabria. Si sarebbe messo alla testa di un movimento civico per rovesciare le acque putride (adesso mi pannellizzo fino in fondo) e stagnanti di una partitocrazia scarnificata come un osso di seppia. Avrebbe invocato il maggioritario inglese, sistema di cui era innamorato. Noi – a rischio di blasfemia – diciamo con lui: restituite all’elettore la facoltà di votare un candidato al Parlamento, alla Regione, al Comune. I leader di partito tolgano le catene con cui vorrebbero trascinare gli elettori alle urne e restituitegli la libertà di votare un candidato: uno, soltanto uno, ma scelto da me che voto.
Non è per menare il can per l’aia, mi chiedo però se abbia ancora senso commentare una elezione alla quale ha partecipato il 47,73% degli aventi diritto: meno di uno sue due ha votato per confermare Eugenio Giani con una percentuale intorno al 54-57%, gratificare Alessandro Tomasi, del centrodestra, di circa il 40-42% e penalizzare pesantemente i rispettivi alleati. L’atteso effetto Vannacci c’è stato, ma in senso algebrico se è vero che la Lega – le cui liste sono state fatte da Vannacci medesimo – è crollata dal 22 al 5%. Nei prossimi giorni si faranno analisi approfondite sull’andamento del voto, sui flussi elettorali all’interno dei singoli schieramenti e non mancherà chi, a sinistra, vaticinerà una tendenza nazionale da questo voto.
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Siamo tutti vaccinati, e tutti sappiamo bene che il voto in Toscana segnala la tendenza degli elettori fra Scandicci e Ripooi, Siena e Livorno. Una cosa curiosa da segnalare: non ci sono più competizioni locali, come è stato fino a qualche anno fa, dal cui esito si possano trarre indicazioni indicazioni nazionali. Questo perché si assiste nel tempo a una cristallizzazione progressiva degli umori elettorali che restano sostanzialmente invariati a prescindere dalla partecipazione al voto. Chi governa, insomma, sa che potrà continuare a governare, chi si oppone se che continuerà a opporsi almeno finché non entrano in scena nuovi candidati presidenti.
Nella moltiplicazione dei centri di potere la politica ha visto la strada migliore per allargare il proprio ruolo e la presa sulla società civile. Non è un paradosso affermare che l’inamovibilità dei rapporti di forza è sicuramente fra le concause della disaffezione degli elettori. Disaffezione, per ora, ma in prospettiva di dovrà mettere in conto una vera e propria forma di ribellismo elettorale. I cittadini non devono scegliere nulla, per loro scelgono i leader di partito che presentano il pacchetto dei candidati da votare o da rifiutare. Per dire: o sono leghista o sono democratico, voto per quel che prescrive il mio partito e sulla qualità dei candidati, sulle loro capacità e preparazione sorvolò tranquillamente. La fedeltà al partito, che è poi parente stretta della faziosità, fa premio su tutto il resto.
Ha ragione di essere soddisfatto Eugenio Giani, come ne hanno avuto Roberto Occhiuto o Francesco Acquaroli nelle Marche. Hanno vinto e ora governano, pienamente legittimati dal voto. Se si giudica secondo i criteri della lotta politica, non fa una piega. Ma quella legittimazione data dal voto non va oltre lo spirito della legge. È tale per un fatto puramente aritmetico. Un tempo si sarebbe detto di un presidente eletto direttamente che ha ricevuto “un’investitura popolare”, cioè ha suscitato una tale partecipazione di popolo che la sua elezione ha una dimensione morale molto forte.
Se eletto ma non investito, un presidente potrà godere ugualmente di un’ampia fiducia da parte di chi lo ha votato, ma sarà guardato con qualche diffidenza o ignorato dalla maggioranza di chi non ha partecipato alle elezioni. Tutto ciò conferirà all’esercizio del potere quel di più di arroganza e di impunità che tanto disgusta agli elettori il cui diritto di critica è limitato, soprattutto per coloro che hanno disertato le urne. Lamentarsi per come governeranno Giani o Ricchiuto rientra nella libertà di opinione, si carica di ipocrisia se viene da chi non ha votato. È il cane che si morde la coda: la politica disgusta i cittadini e i cittadini non votano, non votando sono poi disgustati dal comportamento di quelli eletti ai quali, votando, avrebbero potuto impedire di essere eletti.
Quello che è certo è che il voto regionale, quello già celebrato e gli altri in arrivo, sta confermando il crescente distacco fra l’opinione pubblica e la rappresentanza politica. Non è questione per palati fini, ma è la sostanza stessa della democrazia che viene messa in discussione. Di scarso effetto, se non addirittura contrario, sono gli appelli a votare se i partiti non offrono agli elettori gli strumenti adeguati per esprimere con chiarezza la loro preferenza e dunque la scelta del candidato alla Camera o al Senato, o in Consiglio regionale o comunale. Le liste bloccate sono la “mano morta” messa dai partiti sulle istituzioni. Non si possono raggirare migliaia di elettori per sempre in attesa che una nuova ondata di indignazione – come a suo tempo fu il grillismo – rimetta gli elettori in coda ai seggi.
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