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Maranza, non comprare la tua felicità. Rubala

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“Siamo abituati a ragionare con la testa rivolta all’indietro perché continuiamo a guardare al nostro passato invece di concentrarci su presente e futuro”, così ripeteva spesso Indro Montanelli nei suoi editoriali sul Corriere, e lo stesso vizio emerge nel decifrare la guerriglia consumatasi lo scorso fine settimana nella Milano da bere. Spingendosi a scomodare quella che fu la violenza rivoluzionaria dei movimenti del ’68 fino agli anni di Piombo. Nulla in quella piazza Duomo sotto assedio, in quei riflessi di vetrine infrante, in quegli occhi impuniti, appare riconducibile ai sentimenti che legarono la ribellione ai giovani di quell’epoca che tanto diede e tanto tolse.

Non ci sono le sfumature di chi per i propri ideali, di ogni schieramento, si diceva disposto a perdere la propria gioventù. Oggi ci sono i maranza, un fenomeno controverso in un dibattito politico che si divide tra difensori e condannatori: i primi per non sembrare impotenti, i secondi per nascondere il fallimento sul tema della sicurezza.

I maranza (manifestanti?) che appaiono sulla scena gonfiando la massa come un fiume carsico, con modalità di azione del tutto differenti da quelle tradizionali dei movimenti anarchici, con l’obiettivo di scassare e saccheggiare tutto lo scassabile e il saccheggiabile possibile. Giovanissimi che, credendo di abbattere le influenze di cui si sentono vittime, si rendono funzionali rappresentando proprio queste stesse influenze.

Non è disagio giovanile. Si finisce in piazza predicando una protesta dallo sguardo ben più ampio che si estende dal contrasto al Capitalismo al contrasto per l’industria degli armamenti, e quindi di Usa, Nato, Difesa comune e ancora forze dell’ordine, fondi di investimento e privilegi. Che in un rigo si esplicita in un odio generico contro l’Occidente.

E’ una violenza fisica, ma anche morale, che Oriana Fallaci con almeno 25 anni d’anticipo definiva nella manifestazione delle demagogie e dei ricatti, “che si esprime con le minacce e le intimidazioni. La violenza che sfruttando la legge umilia la Legge, la ridicolizza. La violenza che servendosi della democrazia oltraggia la Democrazia, la dileggia. La violenza che approfittandosi della libertà uccide la Libertà. La assassina“.

Nel dibattito politico attuale, invece, si gongola su “se” e “ma” giustificatori dinanzi la condanna della violenza, alla ricerca incessante di un filamento lumacoso quale una ragione per legittimarla. Le cartoline inquietanti di Milano assediata da personaggi “inediti“, come nelle parole del capo dello Stato Sergio Mattarella, non possono essere contestualizzate o relativizzate, con il rischio di perdersi in un circolo vizioso minimizzatore dei fatti compiuti da una generazione ignota, senza leader e senza ideologie.

Sfasciare e rubare per il gusto dell’adrenalina facendolo in mostra sui social che altro non è che motore d’azione e strumento primario d’informazione di questi giovanissimi. Cosa ne resta? Un affronto civico, un’umiliazione collettiva, mentre la devastazione diventa passatempo.

Nei palazzi del potere, invece, se emerge la tendenza a contrapporsi a pochi mesi dalle politiche, emerge anche l’assenza della volontà di dialogo e di analisi da parte dell’intero emiciclo parlamentare. Si cercano le soluzione ad un fenomeno che non lo si è visto arrivare in Viminale, dove si tenta di autogiustificare le mancanze solo guardando all’estero: i maranza come una sorta di burattino in una manina russa o avvolti da una kefiah in ginocchio verso La Mecca. Mentre le opposizioni peccano di buonismo, regalando lezioni di comprensione ed empatia, additando la maggioranza di aver fallito sulla sicurezza ed invocano provvedimenti immediati.

Ma quando arrivano prevenzione o repressione, inizia a suonare il ritornello di un incombente stato di polizia. Come se la repressione possa essere intesa solo come quel meccanismo pervasivo, psicologico e culturale attraverso cui la società capitalista controlla gli individui soffocando il dissenso. Un cortocircuito che diventa anche intestino quando esponenti moderati e riformisti dell’area progressista, come Gabrielli, Vincenzo De Luca o Bonaccini, sottolineano che la sicurezza è un bisogno primario dei cittadini e che la parola “repressione” o “fermezza” non dovrebbe essere un tabù per la sinistra. Giustamente distinguendo tra la tutela dell’ordine e il bavaglio ingiusto al dissenso.

Invece di far morire il dibattito di sclerosi politica, tra sindaci come Sala definiti radical chic dal ministro dell’Interno Piantedosi, e premier considerati fascisti, ci si dovrebbe preoccupare di rimanere schiacciati dal populismo smarrendo la propria identità strategica in vista delle prossime elezioni. 

E così, mentre il Paese attende risposte, la discussione interna al parlamento si attorciglia in un dibattito surreale e sterile, inseguendo il cambiamento anziché guidarlo. E quel che resta, per dipingerla con Rothko, è qualcosa di sospeso, in cui il tempo si dissolve e con esso anche ogni appiglio razionale. 

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