Non devono aver gioito gli hooligans del Sì al referendum sulla giustizia. E qualche dubbio deve essersi insinuato almeno nella parte più riflessiva delle schiere del No. Perché nella lettera diMarina Berlusconia Repubblica, cioè al giornale che ha profuso un quarto di secolo delle sue migliori energie per contrastare Silvio Berlusconi, una paladina del Sì. (mai apertamente dichiarato) ha cercato di sottrarre le ragioni della sua scelta dalla guerra tribale che maggioranza è campo largo combattono da mesi. Richiamando un principio in apparenza banale, e cioè che non può esistere una giustizia di destra o di sinistra,Marina Berlusconi ha disarmato le tifoserie dei due campiper indurre entrambi a tornare alle ragioni sostanziali del referendum. La separazione delle carriere è un elemento costitutivo nell’amministrazione della giustizia in (quasi) tutte le democrazie europee. A questo principio si è ispirato il ministro Marta Cartabia con la riforma del 2022 che consentiva una sola volta nella carriera, ed entro i primi dieci dall’immissione in servizio, il passaggio del magistrato dal ruolo giudicante a quello requirente, e viceversa.
È interessante osservare che già nella riforma Cartabia il principio della separazione veniva spiegato con la necessità di riequilibrare i ruoli della pubblica accusa e della difesa, evidentemente ritenuti troppo sbilanciati a favore della prima. La stessa Cartabia ha più volte richiamato come alla base della sua legge ci fosse la necessità di completare la riforma voluta dal ministro socialista della Giustizia, Giuliano Vassalli, nel 1988: primo tentativo di superare il processo accusatorio.
Dalla separazione delle carriere – una volta abolito il limite della Cartabia – scaturisce naturalmente l’ovvia istituzione di due distinti Csm i cui membri saranno eletti con sorteggio da un elenco composto da magistrati, professori universitari di diritto, avvocati. Questo elenco da cui sorteggiare i giudici del Csm deve essere approvato dal Parlamento. Ecco, in questo passaggio si può annidare il peccato della riforma poiché è impensabile che i gruppi parlamentari sfuggano alla tentazione di mettere il cappello politico sui candidati, salvo affidarne il successo alla sorte.
L’Alta Corte prevista dalla riforma sarà l’organo giudicante per giudicanti e requirenti. I suoi componenti saranno sorteggiati con gli stessi criteri con cui vengono sorteggiati i membri del Csm. Di sorteggio in sorteggio, il punto di caduta non potrà che essere un’accresciuta indipendenza del magistrato in entrambi i ruoli. Gli oppositori della riforma sostengono che in questo modo verrebbe lesionato il principio di autodichia, per cui la magistratura si autogoverna come previsto dai nostri Costituenti. Si tratta di un’obiezione che avrebbe un fondamento se nel consiglio disciplinare venissero chiamati medici, ingegneri o altre categorie per giudicare i magistrati. Un punto importante della riforma, si può dire il cuore pulsante, è la disarticolazione del sistema correntizio riconosciuto daAntonio Di Pietro, uno che la magistratura l’ha vissuta nell’epoca del suo massimo potere, come l’aspetto degenerativo e patologico nell’amministrazione della giustizia.
Poi si può sostenere, come sostiene il fronte del No, che rimane la scarsità di organici, che le cancellerie subiscono i ritardi della digitalizzazione, che molti Tribunali sono privi degli spazi essenziali: tutto vero e giusto, e talmente importante perché riguarda in fondo i cittadini, cioè i soggetti che con la riforma di Nordio avranno benefici enormi sul piano del principio ma ancora scarsi sul piano sostanziale. Ma questa è un’altra storia.Il 22-23 marzo si tratta di dare un Sì non per la maggioranza o per il governo o contro la sinistra. È un Sì per un’Italia più giusta ed europea.
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