Un territorio conteso, due popoli contrapposti, un conflitto inestricabile alimentato da ideologia, politica, religione e interesse economico
Israeliani e palestinesilottano da anni nello spazio angusto di una terra apparentemente troppo stretta per ospitare entrambi.
Due le parti in guerra, altrettanti gli schieramenti internazionalialleati dell’una o dell’altra. Sullo sfondo un’opinione pubblica sempre più accesa e polarizzata, talvoltaanche violenta, quando figlia di pregiudizi ideologici che trascendono ogni analisi razionale.
Israele,nato dalle aspirazioni di un popolo che ha subito il peggior crimine che la storia ricordie dalla convinzione che non possa esserci un’identità popolare in assenza di una patria nazionale ove riconoscersi,rivendica il proprio diritto di vivere in pacenello Stato costituito nel 1948 con risoluzione Onu,al riparo dagli attacchi di matrice terroristica sferrati dal mondo arabo.
Ipalestinesiriconoscono negli israeliani un mero gruppo di invasori,rinnegando la legittimità di una nazione ebraicacostituita forzatamente in territorio arabo, per volontà delle grandi potenze internazionali e nell’indifferenza assoluta per chi su quelle terre viveva da anni, ora testimone involontario del disgregarsi della società palestinese. Insomma,un’azione politicamente immorale avvertita come una pesante ingiustizia storica.
L’idea è quella didue popoli accomunati daun’importantestoria di sofferenza eda un fortesenso di appartenenza ai luoghi della Palestina e d’Israele, al contempooppressi, tuttavia,da un sentimento d’odio reciproco,motivato dal riconoscimento nell’altro del grande nemico usurpatore. Ad animare entrambi, undisprezzo viscerale per chi si è appropriato di ciò che si ritiene appartenga, per diritto o per natura, alla propria gentee che non può che essere ilresponsabile unico di quel costante senso di perdita che corrode dall’interno il cuore del Medioriente. Ma siamo sicuri che, ad oggi, la vera controparte d’Israele sia la Palestina?
“L’Italia è contro Hamas, non contro la Palestina”
Lo scorso 16 ottobre, il ministro Antonio Tajani, dichiarava che “l’Italia è contro Hamas, non contro la Palestina”. Parole, queste, ripetute da molti leader europei e mondiali,a testimonianza di una comune percezione dello scardinamento identitario tra le storiche rivendicazioni palestinesi e la politica del terrore attuata da Hamasa partire dal 7 ottobre 2023. Quanto c’è delle ragioni dell’uno nelle azioni dell’altro?
Hamas, un’organizzazione politica e paramilitare islamista e fondamentalistache ha ben poco del classico partito di resistenza nazionale, porta avanti undisegno inequivocabile:condurre i propri membri alla “guerra santa” per distruggere lo Stato d’Israelee dar vita alla grande Umma di fedeli musulmani.
Con ogni evidenza,alla basedi tuttonon c’è il desiderio di riconoscimento dell’indipendenza nazionale del popolo palestinese, ma un cieco odio religiosonei confronti di tutti coloro che non appartengono alla fede islamica.
D’altronde,nelle parole del capo di Hamas, con cui sostiene che il sangue degli innocenti a Gaza è il necessario prezzo da pagare per infiammare l’animo rivoluzionario dei guerrieri terroristi,non possiamo che scorgere il programma di un fanatico religioso anziché quella di un leader politico.
Risoluzione del conflitto: è possibile?
A fronte di un avversario politico e militare di questo tenore, è davvero possibile ipotizzare una risoluzione del conflitto?Si può scendere a patti con chi si pone come unico obiettivo l’annientamento di un popolo?A distanza di anni dall’inizio delle tensioni in Medioriente,rispondere a domande simili si fa sempre più difficile, anche a causa della crescente complessità della questione israelo-palestinese, divenuta ormai palcoscenico di una lotta non soltanto locale ma internazionale, dove l’attenzione, specialmente dell’opinione pubblica, mira più all’individuazione di un bersaglio su cui scaricare sommariamente le colpe, che alla ricerca di una soluzione razionale al conflitto.
A radicalizzare lo scontro tra Israele e Palestina ragioni di natura storica, economica e religiosa
A radicalizzare lo scontro tra Israele e Palestina ci sono ragioni di natura storica, economica e religiosa.
L’ostilità palestinese-israeliana ha origini lontane. Giàa cavallo tra le due guerre mondiali, infatti,il movimento sionista subì importanti evoluzioni interne elo “Yishuv”,l’insediamento ebraico in Palestinaprecedente alla costituzione dello Stato d’Israele, alterò fortemente la composizione sociale ed economica del territorio, destabilizzando la comunità palestinese.
Al termine della seconda guerra mondiale,la drammatica consapevolezza che l’Europa non sarebbe mai più stata un posto sicuro per gli ebrei, diededefinitivamenteforma allo Stato ebraico.L’idea di una società giusta, fondata sui migliori principi egalitari che, proprio grazie agli orrori subiti, acquisivano il tenore di dogmi incontrovertibili,venne attuata mediante l’espropriazione e l’acquisto di molte terre palestinesi, spesso da proprietari assenteisti, senza alcuna preoccupazione per coloro che vi lavoravano e risiedevano.
L’incontestabile validità dei motivi trovò difficile riscontro nelle modalità, dando vita a un’identità israeliana in parte compromessa da una profonda contraddizione interna, che scosse anche parte della comunità ebraica e sovvertì l’ordine locale,dando il via a una condizione di occupazione e scontro militare continuato, che pose i germi di quelrisentimento latente che sarebbe sfociato poi nel nazionalismo arabo e nelle sue frange più radicali.
Al consolidarsi di uno Stato ebraicoin un territorio ein una società in buona parte non ebraica, infatti, si accompagnò una violenta reazione del mondo arabo,fatta diattentati e attacchi armatiche, ancora una volta, non possono trovare nella presunta validità dei motivi una giustificazione alle modalità distruttive attuate.
La reciproca ostilità portòentrambe le parti a rinnegare la legittimità dell’altra, da un latonegando ai palestinesi un’ autonoma identità nazionale distinta dalla restante parte del mondo arabo, dall’altro,seminando terrore in tutta l’area coinvolta, come testimonia la politica attuata a suo tempo dall’Olp e dagli gruppi jihadisti antisemiti.
A rafforzare le ostilità, lascarsa propensionedi una parte del mondo politico locale e internazionalea riconoscere dignità agli interessi dei palestinesi, escludendo persino la possibilità di ravvisarvi una popolazione con distinte caratteristiche etniche e nazionali,il mancato disconoscimento dei movimenti stragisti e terroristici mai realmente ripudiati dalla comunità palestinese, nonché ladifficile convivenza reciproca tra due popoli estremamente diversiper cultura, religione, politica, livello di sviluppo economico-industriale e avanguardia tecnologico-militare.
Due popoli sofferenti, uniti da un destino comune
Volendosuperare la rigida polarizzazioneche porta chiunque a schierarsi con l’uno o l’altro a seconda delle proprie personali convinzioni e sensibilità, occorrericonoscere l’esistenza di due popoli sofferenti, indeboliti da un’identità recisa e compromessa e uniti da un destino comunefatto di privazioni, scontro armato, forze reazionarie all’interno e dominio avversario all’ esterno.
Due popoli mossi dalla paura, che ripetono ciclicamente l’uno gli errori dell’altro eche faticano a individuare soluzioni politiche concrete, limitandosi a porre in essere azioni di guerra a proprio e reciproco danno.
Un destino forse scongiurabile con l’avvio di unprogetto di ricostruzione sociale che miri,in un contesto israelo-palestinese allargato,a garantire a ciascun popolo indipendenza, capacità di autodeterminazione nazionale e di cooperazione collettivatesa alla realizzazione comune delle reciproche istanze.
Senza dubbio unprogetto di complessa realizzazione, specialmente quandoforze intestine agiscono allo scopo di far crollare qualsiasi presupposto di dialogoe collaborazione tra i popoli.
Il pogrom anti-ebraicomesso in atto daHamaslo scorso7 ottobre, infatti,non aveva altro fine che quello diseminare il panico, generare il caos einstillare un sentimento di odio e intolleranza così viscerale da escludere qualsiasi possibilità di accordo futuro.
Insomma, unasituazione estremamente complessae potenzialmenteallarmante anche per l’equilibrio geopolitico mondiale. A pagarne il prezzo, come sempre,centinaia di vittime ogni giorno.
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