consorzio arcale

C’era una volta l’America (e ci sarà ancora: non era un sogno)

Era la Terra promessa per chiunque, da qualunque angolo del pianeta, arrivasse in cerca di fortuna, di libertà, di futuro. Era il palcoscenico abbagliante su cui sfilavano i sogni e i desideri: F.S. Fitzgerald, John Wayne, i jeans, Marilyn Monroe, Coca cola, Kennedy, IPhone e tablet, Shirley McLaine, Converse, euromissili per dormire sereni. Trump ha spento quelle luci e ora chiede a tutti di pagare il biglietto per lo spettacolo. Ha cambiato il cartellone: ora va in scena un’America arcigna, incattivita con tutti, e chiede indietro quanto ha dato a generazioni di affamati e disperati. Ma ignora che proprio loro l’hanno resa grande fino a farne un riferimento universale

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Le immagini che scorrono sugli schermi dei nostri smartphone e rimbalzano sul televisore gelano il sangue a tutti, ma più di tutti a quella generazione di baby boomers venuta su con la mente ingombra di quel carosello di immagini e di volti, di simboli e di richiami che hanno scandito ogni istante dell’adolescenza e della maturità. L’America era il regno del Bengodi. Esportava guerre ai quattro angoli del globo per difenderlo dalle sue tentazioni, dalla fascinazione del male che tanto attirava la gioventù pacifista e nient’affatto pacifica. Era il bello di quel mondo di balocchi: prendevi un giocattolo gratis e poi potevi distruggerlo perché simbolo di violenza. Nessuno aveva rimproveri da fare.

L’America mandava una generazione allo sbaraglio in Vietnam per arginare la diffusione del comunismo, e folle di giovani americani si riversavano in strada per contestare la guerra, Johnson, Nixon e Kissinger. Era una democrazia elettrizzante, la convivenza degli opposti era a tal punto naturale che la forza di una legge poteva amorevolmente piegarsi alla ribellione del sentimento. Lo spettacolo si faceva ancora più scintillante in questa succursale dell’american way of life che era diventata nel frattempo l’Europa. Lo zio Sam aveva nella tolleranza propria dello spirito liberale il suo punto di forza e insieme il suo limite. È così per ogni autentico regime democratico: lo spazio della libertà nel rapporto antagonistico fra lo Stato e i cittadini non ha limiti e quelli posti dalla legge sono sempre negoziabili e verificabili in un tribunale.

Cosa si poteva sperare di meglio in quell’America che faceva le guerre e subiva la contestazione della guerra? E cosa poteva sperare di meglio la vecchia Europa, accudita e difesa senza alcuna spesa e mai coinvolta in un conflitto ma con le piazze piene di chi contestava la “guerra americana” in Corea o in Vietnam?

Bene, lo spettacolo è finito ci sta dicendo da un anno Donald Trump. Dimenticate quello che avete visto, archiviate quello che avete sperato, cancellate quello che avete desiderato. Quello spettacolo straordinario, rutilante di promesse, era dunque un artificio entrato malignamente nelle menti di tante generazioni? Non sono esistiti Marilyn e Kennedy, Joan Baez e John Wayne? E la Coca Cola e Andy Warhol e Al Pacino e Jack Kerouac erano costruzioni mentali partorite da un regista diabolico e inquinatore dei nostri sensi e delle nostre emozioni?

”,  vorrebbe spiegarci Donald. “Avete sognato qualcosa che nella realtà non è mai esistita e se è esistita è costata moltissimo a noi americani mentre voi europei, vecchi pantofolai, avete goduto lo spettacolo, mangiato a uffa senza mai alzare il culo dalle vostre poltrone. Ora pagherete caro e pagherete tutto” (qualcuno gli spieghi che quello era uno slogan dell’Autonomia in Italia, di quella dura che bordeggiava i primi vagiti del terrorismo).

“Ok, Donald: pagheremo tutto, e infatti abbiamo già stanziato diversi miliardi per attrezzare una nostra forza di difesa, ci stiamo svenando per acquistare gas liquefatto (il Gnl ricavato dallo scisso) e ci siamo impegnati ad acquistarne 750 miliardi in tre anni. Come vedi, mr Donald, possiamo alzare il culo dalle poltrone e darci da fare come neanche tu immagini. Però, una domanda devi concederla: sai spiegarci che cosa c’entra la povera Renee Good e l’ancora più meschinello Alex Pritti fulminati dai colpi di pistola della tua polizia privata, con le inadempienze di noi pachidermici europei? Se stai in America, la patria dei diritti, quella che è pronta a intervenire in Iran a sostegno della resistenza che migliaia di ragazze e ragazzi oppongono al regime più sanguinario del mondo, scusa, perché ti comporti come un ayatollah? 

Se difendi il diritto al dissenso degli iraniani, come puoi negarlo ai tuoi compatrioti? Sia chiaro, prima di te ci sono stati altri casi omicidi simili a quelli di Minneapolis. Con una differenza: i tuoi predecessori non prendevano a priori la difesa delle forze dell’ordine, sceglievano di affidarsi a un’indagine, a un processo e a una sentenza. Proprio come funziona in un regime di democrazia liberale, quello stesso che provoca la tua ira al punto da considerare le democrazie europee popolate da parassiti. Non posso negare che in qualche caso lo siamo stati, abbiamo approfittato della generosità del nostro alleato e girata la faccia dall’altra parte quando ci venivano chiesti soldi.

Caro Donald, capisco che a te non piaceva l’America che piaceva a noi europei, anche se tu in quell’America che dici di disprezzare hai potuto accumulare grandi ricchezze e con queste ricchezze vorresti distruggere quell’America per costruirne un’altra a tua immagine e somiglianza. Pensi così di conquistare il mondo oppure non credi di alimentare inimicizia e odio per un’America improvvisamente egoista, predatoria e famelica come una bestia, irrispettosa verso tutto e tutti, e dunque condannata a competere da sola contro il resto del mondo?

E se qualcosa va storto a chi pensi di poterti rivolgere? Alla Nato, che consideri morta, o all’Onu, che consideri un nido di profittatori dei soldi americani, o alla Russia e alla Cina, alleate per fronteggiare le tue ambizioni? L’America da sola non posso accettarla. Per la buona ragione che a noi europei, e italiani in specie, non ci ha mai lasciati soli contro le avversità, le sfide e le minacce. E noi non possiamo lasciare sola l’America. Per noi la gratitudine non è il sentimento del giorno prima, essa dura anche il giorno dopo. Perfino se chi la riceva ostenta tutto il suo disprezzo.

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