Migranti, il boomerang dell’indecisionismo europeo

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E’ dalla crisi migratoria del 2015 che il tema rimbalza fra Bruxelles e Strasburgo senza che si sia ancora riusciti a mettere insieme uno straccio di sistema di asilo comune: il Parlamento europeo dice una cosa, la Commissione un’altra e il Consiglio – dove comandano i governi nazionali – un’altra ancora

Al Consiglio europeo di domani il dossier immigrazione sarà all’ultimo punto dell’agenda non per dare uno schiaffo all’Italia, ma semplicemente perché sull’ultimo piano presentato dalla Commissione non è stato fatto alcun sostanziale passo avanti. La premier Meloni alla vigilia del vertice di Bruxelles ha ripetuto di non poter accettare che l’Italia diventi il campo profughi d’Europa, che è giusto rivedere i regolamenti di Dublino sull’onere di accoglienza dei richiedenti asilo, ma che il 70-80 per cento di chi sbarca sulle nostre coste non ha diritto alla protezione internazionale, e quindi serve un approccio più globale che non può prescindere dal dialogo con i Paesi africani. Sono almeno otto anni – dalla crisi migratoria del 2015 – che questo tema cruciale rimbalza fra Bruxelles e Strasburgo senza che si sia ancora riusciti a mettere insieme uno straccio di sistema di asilo comune: il Parlamento europeo dice una cosa, la Commissione un’altra e il Consiglio – dove comandano i governi nazionali – un’altra ancora, in una babele dove a rimetterci sono sempre gli Stati di primo approdo.

Ormai la questione è diventata epocale

Ma ormai siamo di fronte a una questione epocale, dovuta a povertà, guerre, persecuzioni e fattori climatici, destinata ad aggravarsi nei prossimi anni, per cui l’Europa non dovrebbe limitarsi a contenere i flussi migratori – cosa che peraltro sta facendo poco e male – ma attuare politiche che escano una volta per tutte dalla logica emergenziale. Qui si innestano una serie di domande rimaste per ora senza risposta. A quale criterio bisogna dare la precedenza: quello della convenienza o quello dell’accoglienza? La convenienza sta nel fatto che abbiamo bisogno di contrastare l’invecchiamento della popolazione, abbiamo bisogno di forza lavoro aggiuntiva e di nuovi consumatori. A queste ragioni, ispirate alla convenienza, se ne aggiungono altre di ordine umanitario, ma uno Stato ha il dovere di porsi un’altra domanda fondamentale: quanti immigrati si possono accogliere? E di quali immigrati abbiamo bisogno? Con quali caratteristiche, con quali competenze? Ed è meglio favorire l’arrivo di immigrati cristiani rispetto ai musulmani, visto che sono più facilmente integrabili?

Un articolo del professor Panebianco sul Corriere della Sera ha lucidamente prefigurato lo scenario dei prossimi decenni, in cui il volto del Vecchio Continente è destinato a cambiare in modo radicale, perché gli Stati nazionali verranno sostituiti progressivamente da Stati multietnici, stravolgendo le dinamiche politiche e sociali dell’intera Europa. L’illusione di poter fermare i fenomeni migratori solo alzando muri è dunque destinata a rivelarsi illusoria. Basti citare il seguente dato demografico, prendendo ad esempio due grandi Paesi: da una parte la Germania e dall’altra la Nigeria. Nel 2050, la popolazione tedesca diminuirà dal 16 al 17 per cento (decine di milioni di persone) mentre per quella della Nigeria si prevede una crescita del 121 per cento. Nel 2050, inoltre, avremo anche un raddoppio della popolazione a sud del Sahara (circa un miliardo di persone). Siamo pertanto davanti a una potenziale, fortissima pressione migratoria che metterà a dura prova l’Europa se nel frattempo non si saranno risolte, almeno in parte, le cause endemiche delle migrazioni (povertà, guerre, clima).

Lo scenario internazionale non aiuta

E attenzione a pensare che i piani Marshall per l’Africa possano di per sé frenare le migrazioni. Il fenomeno è infatti aumentato nonostante che nell’ultimo decennio il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale abbiano abbattuto notevolmente il debito dei Paesi africani. L’Africa è costellata da focolai di guerra sparsi e da regimi dittatoriali – vedi l’Eritrea – da cui i giovani inevitabilmente cercano di fuggire, e all’interno di ogni nazione africana vi sono aree di interesse cinesi, francesi, statunitensi, americane, con la conseguenza che le satrapie locali si appropriano degli aiuti internazionali facendo crescere il gap fra ricchi e poveri e quindi l’esclusione sociale. Con un’aggravante: a causa della miopia dell’Occidente, la Cina sta conquistando l’Africa – che possiede risorse di valore inestimabile – con un approccio predatorio, mentre un Paese strategico come la Libia è stato lasciato all’influenza di Russia e Turchia. Intanto l’Europa continua a rinviare il problema da un vertice all’altro, apparentemente ignara di quanto sta per arrivarle addosso.

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