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Hotel Dalida, il non-luogo sospeso tra macerie e memoria in cui la guerra incontra la leggenda | INTERVISTA ESCLUSIVA a Roberta Lidia De Stefano

Uno spettacolo-concerto che fonde mito, conflitto e ricordo per indagare la vocazione, la fragilità umana e la condizione femminile. Una performance in bilico tra realtà e visione dove, attraverso l’eco dell’intramontabile diva in sottofondo, emerge la profonda sensibilità dell’ideatrice Roberta Lidia De Stefano. In occasione della prima romana presso il Teatro Biblioteca Quarticciolo, l’artista di origini calabresi - proprio come Dalida - ha raccontato la genesi di un lavoro, impreziosito dalla drammaturgia di Irene Petra Zani, capace di trasformare l’emozione individuale in un’esperienza universale

28 Min di lettura

Una reportersi risveglia prigioniera in una stanza d’albergo devastata da un’esplosione. Non ricorda come sia arrivata lì. Nella mente affiorano frammenti di guerra, il frastuono dellestrade del Cairoe un’eco lontana da Piazza Tahrir. Fuori dalla porta, il silenzio dei sequestratori; dentro, una sola presenza:la voce diDalida, distorta, insistente, quasi provocatoria. InHotel Dalidaquelle frequenze scavano nella memoria e costringono la protagonista aricomporre l’ultimo frammento della propria esistenza.

Il 7 e l’8 marzo 2026lo spettacolo debutta nella Capitale, alTeatro Biblioteca Quarticciolo, trasformando il palcoscenico inun non-luogosospeso tra macerie e coscienza, tra deserto e anima. Ideato, diretto e interpretato daRoberta Lidia De Stefano, con il testo e la drammaturgia diIrene Petra Zani, lo spettacolo-concerto intreccia la figura dellavedetteitalo-francese a quella di una giornalista ispirata aMarie Colvin. Due donne caratterizzate dauna vocazione totalizzantee datraiettorie opposte, unite dauna stessa urgenza di verità.

Hotel Dalida, Roberta Lidia De Stefano: “Racconto due donne che mettono la loro vita a servizio di qualcosa di più grande, rendendo l’esperienza personale universale…

Lecanzoni, riarrangiate in chiave contemporanea con lasound designerGerarda Avallone, vengono strappate alla retorica amorosa e immerse in un teatro di guerra doveMourir sur scènee morire sul campo diventano lo stesso destino simbolico. Le scene e i costumi, curati dalla stessaDe Stefanoe realizzati daErika CarrettaeSofia Murari, si compongono di materiali di riciclo, lattine e plastiche che evocano macerie e corpi sospesi; il disegno luci diSerena Serranie la direzione tecnica diSilvia Laureticontribuiscono a creareuno spazio mentale prima ancora che fisico.

In questo lavoro, la talentuosa attrice, cantante e attivistaRoberta Lidia De Stefanosceglie diinterrogare il presenteattraverso il mito e la musica, rifiutando il tributo biografico tradizionale per dare vita a una narrazione particolare. Una Tiresia contemporanea capace di vedere oltre ma ancorain lotta con il proprio vuoto interiore.Hotel Dalidadiventa cosìun atto politico e poetico insieme, un’indagine sul femminile non stereotipato, sulla vocazione che consuma e sulla fragilità come valore.Il Difformeha raggiunto lasensibile artistain occasione del debutto romano perapprofondire le radici e le visioni di questo interessante progetto.

Hotel Dalidatrailer (©@teatrobibliotecaquarticciolo)

Roberta Lidia De Stefano, come è natoHotel Dalidae come è arrivata questa curiosa idea di unire la star internazionale ad una reporter?
Mi piace molto raccontare le vite delle grandi interpreti, ma non in chiave biografica, perché non lo trovo stimolante. Con la drammaturga Irene Petra Zani abbiamo cercato quale figura mitologica potesse essere accostata a Dalida. Ci è venuto in mente che potesse essere una sorta di Tiresia contemporanea: una visionaria, una donna intuitiva capace di andare oltre la visione comune. In un momento storico così drammatico, la figura di una reporter di guerra è diventata il naturale contraltare dell’artista. Dopo lo spettacoloKassandra, volevo confrontarmi con un altro personaggio che fosse un mito in chiave contemporanea, una figura dallo spessore politico. Confrontandomi con la drammaturga, è emersa l’idea della reporter, una giornalista testimone di guerra che, attraverso il suo sguardo e la sua voce, potesse riportare la realtà di quei luoghi.

Entrambe queste figure sono accomunate da alcune ferite di varia natura. In che modo le esistenze di Dalida e della reporter Iolanda, la cui figura è ispirata a Marie Colvin, si sono intrecciate nella scrittura di questa opera?
Sì, esatto. Ci siamo ispirate alla reporter statunitense Marie Colvin, nota per la sua celebre benda sull’occhio, perso per l’esplosione di una granata in Sri Lanka. Anche Dalida aveva problemi di vista: soffriva di strabismo e da piccola fu costretta a stare al buio per quaranta giorni. Inoltre, volevamo raccontare una storia che fosse legata all’Italia: Dalida era di origini calabresi come me, ma nata a Shubra, un sobborgo del Cairo. Si è poi trasferita in Occidente trovando la sua fortuna. Marie Colvin ha compiuto il percorso inverso: nata negli Stati Uniti, si è formata tra l’America e l’Inghilterra per poi spostarsi costantemente verso l’Oriente. Questo movimento speculare ci parlava molto, così come il tema delle rinunce delle donne che mettono la propria vocazione davanti a tutto. Volevamo esplorare un femminile che ha un rapporto particolare con la maternità. Soffrendo per non aver avuto dei bambini, Dalida diceva: “Le mie canzoni sono i miei figli, il pubblico è mio marito”. La reporter, dal canto suo, ha vissuto relazioni spesso tormentate, prigioniera di una dipendenza dal lavoro e dalla necessità etica di raccontare la verità. Marie Colvin fu tra le prime a svelare verità scomode. C’è molta materia in comune tra queste due donne, incluse le tragedie personali.

Roberta Lidia De Stefano interpreta Iolanda in Hotel Dalida
Roberta Lidia De Stefano interpreta Iolanda inHotel DalidaSerena Serrani)

Perché Dalida? Come è avvenuto l’incontro tra Roberta Lidia De Stefano e la diva italo-francese nata, per citare il celebre branoḤelwa Ya Balady, in prossimità delle “due rive”?
Dalida fa parte della mia memoria affettiva: mia madre la canta da sempre. Sono sempre stata affascinata dalle figure femminili malinconiche, da quelle artiste che non si risparmiano e che, con grazia, si donano totalmente al pubblico.

Tornando allo spettacolo, il suo titolo èHotel Dalida. Di che cosa si tratta?
Trovare il titolo è stato impegnativo: volevo una formula che contenesse il nome dell’artista. Inizialmente avevo pensato aRadio Dalida, ma poi, insieme alla drammaturga, abbiamo capito cheHotelfosse più efficace. Si tratta di un non-luogo fisico e mentale: la reporter Iolanda è intrappolata in questa struttura decadente dove si rifugia dalle bombe insieme ad altri profughi. Lapièceinizia proprio con una sorta di video-diario di guerra, in cui lei racconta la sua prigionia. È da questo spazio sospeso che scaturisce tutto il racconto.

Hotel Dalida scenografia
Hotel DalidaSerena Serrani)

Il 7 e l’8 marzo 2026 debutterà con questo progetto al Teatro Biblioteca Quarticciolo di Roma, dopo il primo allestimento estivo a Napoli. Senza svelare troppo, cosa deve aspettarsi lo spettatore?
Vedrà un assolo ambientato in uno spazio surreale, simile allo scantinato di un hotel immaginario, appunto. Ho curato personalmente la scena perché volevo lavorare con materiali di riciclo: la plastica e le lattine, oggi molto usate anche nelle installazioni d’arte, mi hanno permesso di costruire delle postazioni cariche di significato. Ci sono cumuli di macerie che richiamano l’esodo dei profughi, mentre altre lattine appese sembrano corpi che si lanciano nel vuoto da un palazzo; da un altro lato, sono impilate come un muro del tiro al bersaglio di un lunapark. Sono riferimenti immaginifici per un luogo che è fisico, ma soprattutto metafisico. È una stanza della memoria dove la protagonista si ritrova a subire la musica di Dalida come una ‘tortura’ di cui non comprende l’origine. Solo nel finale il cerchio si chiuderà: si capirà che quella voce in realtà la stava aiutando a ricostruire l’ultimo frammento della sua vita in questo spazio sospeso, unno where / now here. Un punto nel nulla dove spesso ci si rifugia per proteggersi dal dolore.

Hotel Dalidaè uno spettacolo-concerto. Quali sono i brani intramontabili che il pubblico potrà riscoprire attraverso la Sua interpretazione?
Il pubblico riascolterà i grandi successi di Dalida, che ho riarrangiato in chiave contemporanea con lasound designerGerarda Avallone, mantenendo però intatta la loro anima e la loro riconoscibilità. Tra i brani che scandiscono la narrazione ci sono perle comePour ne pas vivre seul,Bang BangeLe Temps des Fleurs. Non mancherà, ovviamente,Ciao Amore, Ciao

Roberta Lidia De Stefano interpreta una canzone di Dalida
Roberta Lidia De Stefano inHotel DalidaSerena Serrani)

Ciao Amore, Ciaoè legata indissolubilmente alla tragedia del Festival di Sanremo 1967. Dell’esibizione di Dalida e Luigi Tenco non restano che pochi scatti euna registrazione audio. Nel vostro spettacolo, il recupero di quella memoria sembra prendere una direzione diversa rispetto alla tendenza italiana di circoscrivere la figura della diva quasi esclusivamente a quella notte…
Esatto. Pur citandola, abbiamo voluto offrire una visione diversa di questa star. È un momento dello spettacolo in cui utilizzo anche l’intelligenza artificiale: grazie ai video realizzati con Serena Serrani, abbiamo fatto in modo che Dalida appaia e parli direttamente con la reporter. Quest’ultima, non a caso, si chiama Iolanda, proprio come il nome di battesimo dell’artista: l’idea è che siano due facce della stessa medaglia che finiscono per fondersi. Sebbene la storia sia ispirata a Marie Colvin, la mia reporter è italiana e instaura un vero dialogo con la cantante. Ne nasce uno scambio quasi comico, una diatriba filosofica su chi soffra di più. Questo confronto ludico si conclude proprio conCiao Amore, Ciao: la reporter inizialmente non accetta le parole di Dalida, non comprende la sua presenza, finché l’artista scompare lasciandola con quel saluto. È la chiave di volta dell’opera: da quel momento inizia il terzo atto, ilmoodcambia radicalmente e la giornalista comincia finalmente a ricordare perché si trova chiusa in quella stanza.

Rimanendo ancora sulle melodie, nel cuore dello spettacolo c’è un cortocircuito potente: il parallelo tra il palcoscenico e il fronte. Come convivono la dimensione delMourir sur scène, morire in scena di Dalida e quella di perdere la vita sul campo della reporter?
Se analizziamo le canzoni, notiamo come la musica e le parole diventino parte integrante della drammaturgia. I testi di Dalida vengono decontestualizzati: vengono spostati dal loro senso originario, legato principalmente alla sfera amorosa, e messi al servizio di un teatro di guerra, seguendo quasi una cifra brechtiana. In questo senso, morire in scena assume un doppio significato: per l’artista il palcoscenico è il proprio campo di battaglia, mentre per la reporter il campo di battaglia è la scena in cui agisce. Queste due dimensioni si fondono inevitabilmente nella figura dell’attrice: c’è un profondo lavoro di ricerca post-drammatica dietro queste riscritture, che permette di cantare i brani in francese, con i sottotitoli in italiano, rendendoli schegge di una realtà ferocemente attuale.

Roberta Lidia De Stefano in Hotel Dalida
Roberta Lidia De Stefano inHotel DalidaSerena Serrani)

A proposito, Lei è d’accordo con l’idea romantica che morire in scena sia il compimento massimo della vita di un artista, proprio come cantava Dalida e come capitò a Molière?
Mi auguro il più tardi possibile(ride, n.d.r.)! Senza dubbio, la forma del teatro e dello spettacolo è cambiata molto oggi. Andando avanti negli anni, tra le tante difficoltà del sistema in cui viviamo, è inevitabile domandarsi perché si sia scelto questo percorso. Se però c’è la Vocazione, allora accade quello che dice Nina neIl gabbiano: “Non si ha più paura della vita e, di conseguenza, nemmeno della morte”. Quindi sì, credo sia così. L’unica spinta che sostiene un artista oggi, nonostante un sistema professionale ormai imploso, è proprio quel desiderio viscerale di fare questo mestiere, costi quel che costi.

Mourir sur scèneè, se vogliamo, il testamento artistico di Iolanda Gigliotti. C’è un pezzo musicale che La tocca in modo particolare mentre lo interpreta?
Sì,Avec le temps. È un pezzo meraviglioso. Al di là della profonda saggezza che esprime sulle relazioni umane, nello spettacolo questo brano si ritaglia uno spazio tutto suo, quasi sospeso rispetto agli arrangiamenti più ritmati odance. È il momento in cui, in qualche modo, si getta la spugna e si accetta di lasciare andare le cose. È un brano che parla di maturità: sento che sto iniziando a comprenderne davvero il peso e la bellezza proprio ora, in questa fase della mia vita.

Grazie per questa condivisione. Dalida e la reporter Iolanda sembrano due donne capaci di guardare il mondo con profondità, ma che faticano a guardarsi dentro. Nel dare voce a queste figure così protese verso l’esterno e verso la propria missione, quale parte più fragile di Lei è emersa durante la creazione dell’opera?
Certamente, quando si lavora su storie altrui, ci si sente come dei canali di passaggio, quasi delle medium. Non dico agnelli sacrificali, ma poco ci manca, perché oggi la figura dell’artista non gode della considerazione che meriterebbe. In questo processo, l’aspetto della mediazione è centrale, così come la riflessione sul femminile: andando avanti negli anni, ci si rende conto dei grandi sacrifici e delle rinunce necessarie per questo mestiere. Dalida era una donna profondamente introspettiva. Il suo corpoha lasciato questo mondoavendo accanto a sé i libri di Jung e Freud: era una donna che amava il proprio giardino segreto e la psicanalisi. C’è ancora questo stereotipo secondo cui una donna di successo debba essere bella ma non necessariamente intelligente. Noi abbiamo voluto raccontare un femminile non stereotipato, proprio come quello della nostra reporter: una donna che, nonostante il matrimonio con il suo capo, vive una relazione scandalosa e fuori dagli schemi con un ragazzo di 18 anni, molto più giovane di lei. Sono frammenti di vita che restituiscono complessità a queste due figure.

Immagino che non sia un caso che il ragazzo con cui la reporter Iolanda ha una relazione abbia proprio 18 anni…
Esatto:Il venait d’avoir 18 ans!

Roberta Lidia De Stefano è Iolanda in Hotel Dalida
Roberta Lidia De Stefano è Iolanda inHotel DalidaSerena Serrani)

Lo spettacolo ruota attorno alla ricerca del vero: una verità che per Dalida e per la reporter Iolanda non è solo esterna, ma anche profondamente interna. Mi viene in mente un esempio lampante: il branoEnsemble, ideato dalcompositore e amico dellavedetteJeff Barnel. In un celebre filmato televisivo si vede Dalida, la star dai capelli dorati, allo specchio che dialoga con Iolanda, la ragazza bruna del Cairo. Lei ha colto questo sdoppiamento visionario…
Che bello! Sa, a volte arrivano delle intuizioni di cui non afferri subito l’origine; poi, quando scatta una connessione profonda, capisci che quelle immagini ti stavano già parlando. Wittgenstein diceva che le nostre parole sono sempre parole che qualcuno ha già pronunciato: non facciamo che ripetere concetti già espressi. Siamo le antenate di qualcuno e le postume di qualcun altro. Credo sia un destino comune, specialmente per le donne creatrici.

La perdita della vista in questo spettacolo assume un valore centrale, in senso umano e artistico. Cosa ha scoperto esplorando questa dimensione della privazione e della cecità?
Laddove manca un senso, se ne acquisiscono forzatamente altri: subentrano l’udito, l’olfatto, un istinto di sopravvivenza più acuto. Archetipicamente, la figura del cieco è visionaria: è qualcuno che vede oltre, che intuisce e predice. Non è un caso che Tiresia sia stato punito proprio per aver ‘visto troppo’. Il mito ci offre due versioni: in una sorprende Atena nuda al bagno, nell’altra divide col bastone due serpenti che copulano. Quest’ultimo atto dihybrislo porta a essere punito con la cecità, ma anche a essere trasformato in donna. È interessante notare come, in quella società profondamente patriarcale, la punizione consistesse proprio nel cambiare forma e diventare donna. La nostra Tiresia rivendica questo sguardo: cosa ha visto quando è stata donna? Cesare Pavese, inDialoghi con Leucò, racconta di un Tiresia punito perché capace di provare il piacere femminile, oltre a quello maschile. Abbiamo scelto di leggere questa metamorfosi non come una condanna, ma come un’opportunità, una chiave di letturaqueerche arricchisce profondamente la visione del personaggio.

Roberta Lidia De Stefano recita in Hotel Dalida
Roberta Lidia De Stefano recita inHotel DalidaSerena Serrani)

A proposito diqueer, Lei, come Dalida, è un’artista impegnata. Sappiamo come l’icona si sia esposta per le minoranze e per la pace. Pensiamo a brani comeSalma Ya Salāma, diffusa durante lo storico viaggio di Anwar as-Sādāt in Israele, oDepuis qu’il vient chez nousche, in tempi non sospetti, raccontava un amore ‘non convenzionale’. Anche Lei, attraverso il Suo lavoro e il sostegno a diverse realtà associative, si batte per cause specifiche. Cosa significa per un’artista, oggi, assumersi questa responsabilità?
Credo che in questo momento storico non si possa fare a meno di fare politica con i propri lavori. Il tempo dei classici rassicuranti o dell’intrattenimento fine a sé stesso è finito. Da artista, sento il dovere di occuparmi del presente e di parlare del mio tempo. Le tematiche attuali sono intersezionali: è difficile isolarne una sola, perché tutto è connesso ai disastri del capitalismo, alle disparità economiche, di genere e alle lotte del transfemminismo. Come diceva Nina Simone, siamo noi che dobbiamo cambiare la società, non il contrario. Per me l’arte è una forma di resistenza. Dalida stessa è una grandissima icona dei diritti e questo emerge chiaramente inHotel Dalida: lei ha sofferto molto per non essere stata madre o moglie secondo i canoni tradizionali. Nel nostro racconto, anche la reporter compie una scelta di rottura: lascia il marito e vive una relazione con un ragazzo molto più giovane. È importante mostrare un femminile che autodetermina i propri desideri, specialmente in un’epoca in cui siamo abituati a vedere uomini di potere con donne giovanissime, mentre il contrario suscita ancora scalpore. Vogliamo sdoganare un’immagine di donna libera dagli stereotipi.

Che cosa spera che gli spettatori portino con sé dopo aver vistoHotel Dalida?
Spero che ogni spettatore possa portarsi via una propria storia. Mi piacerebbe che ognuno tenesse le fila di ciò che vede a modo suo: onestamente, sono un po’ stanca di quel teatro didascalico dove tutto viene spiegato nei minimi dettagli. Certo, sarei felice se la trama risultasse chiara, ma il mio desiderio profondo è che il pubblico sia attraversato da suggestioni e che possa ricostruire il senso dell’opera secondo la propria sensibilità.

Roberta Lidia De Stefano canta in Hotel Dalida
Roberta Lidia De Stefano canta inHotel DalidaSerena Serrani)

Lei ha portato questo spettacolo in diverse regioni d’Italia. Ha riscontrato differenze nella ricezione da parte del pubblico e come viene accolto, in generale, un lavoro così particolare?
Indubbiamente, il pubblico non si aspetta uno spettacolo di questo tipo quando si parla di Dalida. C’è sempre un elemento di sorpresa. Ho notato sfumature diverse: da Milano alla Sicilia la risposta è caldissima, e poi ci sono spesso spettatori francesi che colgono riferimenti e dettagli più legati alla loro cultura.La cosa più bella è che, pur essendo un teatro di ricerca, lo spettacolo conserva una sua cifra popolare.

Visto il respiro internazionale dell’opera, avete in programma di proporreHotel Dalidaanche all’estero, magari in Francia?
Lo spero, ci stiamo lavorando!

Roberta Lidia De Stefano nei panni di Iolanda in Hotel Dalida
Roberta Lidia De Stefano nei panni di Iolanda inHotel DalidaSerena Serrani)

E noi glielo auguriamo. Il Suo lavoro è anche un tributo alla leggenda. C’è qualcosa che ha scoperto su Sé stessa lavorando a questo progetto?
Sicuramente è un tipo di teatro molto diverso da quello a cui sono abituata. Di solito i miei lavori sono fisicamente molto dispendiosi. Anche questo lo è, ma richiede una concentrazione estrema perché tocca temi che oggi rischiano facilmente di scivolare nella retorica.La mia sfida personale è stata proprio quella di allontanare il più possibile la retorica, lavorando su una recitazione molto asciutta. È un esperimento interessante anche dal punto di vista linguistico: solitamente recito in inglese, mentre qui mi confronto con l’italiano. Per me è una grande prova di prosa attoriale, oltre che di performance.

Invece, a livello umano, che cosa Le lascia il contatto con Dalida?
Mi lascia la sensazione di una figura dalla sensibilità estrema, una di quelle comete che hanno bruciato intensamente fino a consumarsi. Penso a lei come a Gabriella Ferri, sulla quale sto iniziando un nuovo lavoro: sono figure segnate da una ferita profonda. In questa società dominata dal mito della produttività, la fragilità non viene quasi mai riconosciuta come un valore, ma piuttosto come un cedimento. Per me, invece, la fragilità è un valore essenziale: è il luogo da cui nasce la verità dell’artista, la capacità di restare umani nonostante le lacerazioni del mondo.

Dalida drammatica
Dalida

Secondo Lei, come può una stella acclamata in tutto il mondo, arrivare a una ferita così profonda da scegliere di togliersi la vita?
Credo che a un certo punto possa arrivare un momento in cui si sente di aver dato tutto, un istante di solitudine assoluta in cui si percepisce che il proprio percorso sia giunto al termine. Anche se la vita è il dono più prezioso che abbiamo, un passaggio che mi auguro porti poi a qualcos’altro, a volte qualcosa dentro si frantuma irreparabilmente. In quei momenti il successo non conta nulla, non conta ciò che accade fuori, conta solo quella parte di sé che ti trascina verso il basso, con una forza tale da togliere ogni senso all’esistenza. È una voragine interiore che non può essere colmata dagli applausi o dalla gloria, ma che riguarda solo il rapporto, a volte tragico, con il proprio vuoto profondo.

Questo abisso interiore, che non trova pace negli applausi, sembra accomunare Dalida a un’altra figura immensa della nostra cultura, anche lei segnata da un rapporto viscerale e doloroso con la vita. Citava poco fa un Suo prossimo progetto su Gabriella Ferri. Dove potremo vederLa prossimamente?
Sì, con il lavoro su Gabriella Ferri avremo un’anteprima a Milano a fine marzo, ma il debutto ufficiale sarà quest’estate. Tra poco partirò per una residenza alla Maison des Artistes Bard, con un team di lavoro bellissimo. Poi ci saranno diversi altri progetti che mi vedranno impegnata come interprete. Per ulteriori informazioni, invito a seguirmi sui miei profili social,InstagrameFacebook.

Roberta Lidia De Stefano
Roberta Lidia De Stefano

Riguardo all’obiettivo diHotel Dalida, che cosa significa per Lei “servire qualcosa di più grande” attraverso la scena?
Significa uscire da una vicenda personale per renderla universale. L’obiettivo è parlare a più persone contemporaneamente: quando ci si rivolge a una collettività, si finisce per intrecciare più storie insieme. Anche se la narrazione è la stessa, essa deve trovare un minimo comune denominatore umano che la renda condivisibile. Mi piace che ognuno conservi la propria visione, ma trovo fondamentale che il racconto non resti confinato in una dimensione piccola o autoreferenziale. La sfida è far sì che una storia specifica si universalizzi, diventando un patrimonio comune in cui chiunque possa rispecchiarsi.

La ringrazio per aver attraversato con me queste stanze della memoria e per aver affidato a questa conversazione riflessioni così intense e necessarie.
Grazie a Lei per l’attenzione e per la generosità delle Sue domande, così profonde e articolate.

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