Ironico ma reale, storico ma incredibilmente attuale. Il nuovissimo film di Simone Catania, Brianza, racconta un presente che sa di cronaca. “Il nuovo mondo, qualcosa che può accadere oggi come domani come tra quindici anni se non si risolve il problema che è a monte” confessa il regista in occasione della conferenza stampa di presentazione del film alla Festa del Cinema di Roma. La crisi del 2008 è ciò che scatena la realtà che la pellicola ritrae perfettamente.
Si tratta della storia di Giorgio Farina, erede di una prestigiosa armeria brianzola che, dopo aver investito una fortuna nell’apertura di una boutique di lusso in Svizzera, si ritrova improvvisamente sull’orlo del fallimento. I debiti aumentano, le certezze cominciano a vacillare e la paura di perdere tutto, compresa quella rispettabilità costruita nel tempo, diventa sempre più difficile da sopportare.
È proprio in questo momento di fragilità che nella sua vita entra Alberto Fumagalli, un eccentrico uomo d’affari che sembra avere una soluzione per ogni problema. Un incontro destinato a cambiare gli equilibri di Giorgio, trascinandolo in una realtà dove il confine tra ciò che è giusto e ciò che è necessario diventa sempre più sottile. Quella che inizialmente appare come un’occasione per risollevarsi si trasforma presto in un percorso fatto di scelte difficili, contraddizioni e conseguenze imprevedibili.
Ma Brianza non è soltanto il racconto di un uomo in difficoltà economica. È soprattutto il ritratto di una società nella quale il denaro sembra essere diventato l’unico strumento attraverso cui misurare il successo, il riconoscimento e persino il valore di una persona. Una realtà che Simone Catania conosce da vicino, essendo nato e cresciuto proprio in quel territorio che ha scelto di portare sul grande schermo.
“Sono nato e cresciuto in Brianza e avevo il desiderio di raccontare quel posto lì”, spiega il regista, che attraverso un fatto di cronaca nera realmente accaduto nel 2009 ha voluto affrontare una questione molto più ampia. “Il capitalismo ha vinto, viviamo in una società capitalista dominata dal denaro”, osserva Catania, interrogandosi sulle conseguenze di un sistema nel quale tutto sembra ruotare attorno al successo economico.
“Cosa può portare un uomo onesto a compiere un gesto del genere?”, si domanda il regista, spiegando di aver voluto raccontare le conseguenze di una crisi che ha colpito anche persone benestanti, mettendo in discussione certezze e valori apparentemente inattaccabili.
La crisi economica diventa così il punto di partenza per una riflessione più ampia, che riguarda non soltanto chi perde tutto, ma anche chi, pur avendo molto, vive nel terrore di non avere più abbastanza. Perché a volte non è la povertà in sé a spaventare, ma lo sguardo degli altri, il giudizio di una società che sembra non concedere spazio al fallimento.
A interpretare Giorgio Farina è Fausto Russo Alesi, che durante la conferenza stampa ha raccontato di essersi interrogato profondamente sulle scelte del suo personaggio. “È un viaggio doloroso quello che fa Giorgio Farina e mi sono chiesto come mi comporterei io con l’acqua alla gola”, confessa l’attore, che individua nel “rapporto con il denaro, il giudizio degli altri e le aspettative” alcuni degli elementi fondamentali per comprendere il protagonista.
Accanto a lui Paolo Pierobon dà vita ad Alberto Fumagalli, un personaggio eccentrico e imprevedibile, che porta nella storia una componente ironica capace di convivere con la drammaticità degli eventi. L’attore racconta anche il particolare metodo di lavoro adottato sul set: “Siamo andati senza rete e ogni giornata era sperimentale”, sottolineando la capacità di Catania di ascoltare e lasciare spazio agli interpreti.
E poi c’è la Brianza, che non rappresenta soltanto lo sfondo geografico della vicenda, ma diventa quasi un personaggio a sé. Una terra legata al lavoro, all’ambizione, alla ricchezza e alla necessità di affermarsi. “È come se non fossimo liberi, qui in Brianza questo sentimento è molto forte”, osserva Catania, che individua un parallelismo con il Far West e con il desiderio di conquistare qualcosa per ottenere riconoscimento e trovare il proprio posto nella società.
Cambiano i luoghi e le epoche, ma il bisogno di essere considerati sembra rimanere lo stesso. Ed è proprio questa ricerca continua di affermazione che finisce per trasformarsi in una forma di prigionia, dove il valore di una persona rischia di coincidere esclusivamente con ciò che possiede.
Nel cast anche Marina Rocco, interprete di Valentina, che ha raccontato di essere rimasta immediatamente colpita dalla scrittura del personaggio. “Quando l’ho letto ho pensato di non poter perdere l’opportunità”, spiega l’attrice, che ha cercato di dare una dimensione più intima ai desideri della donna. Sul lavoro con Catania aggiunge: “Simone ha una qualità molto bella, quella di lasciare esistere le persone intorno a lui pur avendo tremila cose in testa”.
Eppure, al di là della ricostruzione storica e della vicenda personale di Giorgio, ciò che colpisce maggiormente di Brianza è la sua capacità di raccontare il passato senza farlo sembrare davvero lontano. Il 2008, la crisi, il crollo delle certezze economiche appartengono a un momento preciso della nostra storia, ma le paure che hanno generato continuano a essere riconoscibili.
Perché il problema non è soltanto quanto possediamo, ma quanto siamo disposti a sacrificare pur di non perdere ciò che gli altri pensano di noi. La rispettabilità, il successo, l’apparenza di una vita perfetta possono trasformarsi in una prigione dalla quale diventa sempre più difficile uscire.
Ed è proprio qui che l’ironia scelta da Simone Catania assume un significato ancora più forte: si ride di situazioni paradossali, di personaggi sopra le righe e di scelte apparentemente assurde, salvo poi riconoscere in quelle stesse contraddizioni qualcosa di profondamente umano.
Brianza racconta una crisi che ha segnato un’epoca, ma soprattutto una società che sembra non aver ancora imparato a liberarsi dalle proprie ossessioni. E allora, a distanza di quasi vent’anni, la domanda rimane inevitabile: siamo davvero usciti da quella crisi oppure abbiamo semplicemente imparato a convivere con le stesse paure che l’hanno provocata?
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