Antichi Telai 1894

La comicità può essere di destra o di sinistra? Sì, purché faccia sorridere anche l’altra parte. Andrea Pucci fa sorridere la mia indignazione

È deprimente quello che è accaduto al comico milanese. Ha sbagliato a rinunciare alla serata di co-conduttore a Sanremo, ma ha fatto benissimo se il risultato è stata l’ennesima passerella di politicamente corretto di una sinistra alla canna del gas. Sessista, razzista, omofobo: tutto vero, tutto sbagliato, tutto lecito. La sinistra ha archiviato il Voltaire dei baci Perugina, quello disposto a dare la propria vita per un avversario di cui non condivide le idee ma desidera conoscerle

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Lacomicità è la più inafferrabile delle categorie letterarie. Esiste uno spirito comico dentro o in fondo a una tragedia. Anzi, la tragedia stessa si presta meglio di qualunque altra forma a un contraltare di comicità, perfino di satira e di sberleffo. E ridere non è un peccato (per chi crede) o una scorrettezza (per chi non crede).

Il domenicanoGuglielmo di Baskerville, protagonista de “Il nome della rosa”, scopre che il bibliotecario del convento aveva accuratamente nascosto il libro della Poetica di Aristotele poiché in esso veniva elogiato lo spirito della commedia e il sorriso che suscitava nello spettatore. Il sorriso sarebbe stato l’anticamera di ogni perdizione, allentando i freni inibitori della morale cristiana avrebbe indotto le persone ad abbandonarsi a ogni sorta di lascivia.

Sorridere delle altrui nefandezze, delle disgrazie e delle disavventure che scandiscono la vita quotidiana è un ottimo rimedio alla depressione che sta appisolata sotto la nostra pelle. A una condizione: chesi sappia prima di tutto sorridere di noi stessi. Se la sinistra non impara a sorridere di se stessa, della sua morale parruccona, delle sue intemerate al mondo con l’indice monitore che sferza l’aria,non potrà mai più ritrovare una sintonia con le persone.

Se la destra indossa gli abiti della sinistra, e si mette a fare la morale in difesa diAndrea Pucci, e ad accusare la sinistra di deriva illiberale, finisce essa stessa per sprigionare una irresistibile forza comica. In genere non esistono comici migliori dei politici, perché, fateci caso, in molte occasioni esprimono idee che loro per primi non condividono, e a stento trattengono un sorriso nel momento stesso in cui le esprimono.

Andrea Pucci è diventato un caso grazie alle polemiche attizzate dall’orrore esploso nella sinistra all’annuncio della sua partecipazione a Sanremo. Come è possibile invitare sul palco dell’Ariston, cioè nel luogo dove sfilano le idee pettinate, verificate e certificate del mainstream nazionale, un comico che sbeffeggia i gay, esprime sentimenti razzisti ed esibisce ogni sorta di machismo? Inoltrandomi in quel fiume di sdegno ho rivisto quella parte di me morta nel corso del tempo. Ho rivisto le mie risate quando, ancora adolescente, con altri compagni di scuola irridevamo il professore di storia dell’arte, un gay non dichiarato ma manifesto, e dotato di una feroce autoironia.

La quale si espresse al top quando il mio compagno di banco, con l’aria manifestamente maliziosa, gli chiede col sorriso sardonico: “professo’, quale è la parte per lei più bella in una Chiesa di stile gotico?”. “La cappella, Giovanni. La cappella … senz’ombra di dubbio”. E giù una risata fragorosa, collettiva. Alla quale si unì compiacente lo stesso professore.Si poteva essere gay, ma gay proprio alla lettera, cioè gioiosi e sorridere di sé insieme al sorriso suscitato negli altri. Era l’insegnante che raccoglieva l’affetto di tutti noi ragazzi.

Se Andrea Pucci vuole far sorridere sui gay o prendere in giro un baluba di colore e io sorrido alle sue battute, devo chiedermise quello che sorride sono io, oggi, oppure se sta sorridendo quella parte di me mai morta sui banchi del liceo. Mi chiedo ancora oggi perché mai un gay non debba saper sorridere di sé, o un immigrato – impadronito della mia lingua – non debba sorridere della propria condizione, per quanto triste. O io stesso non debba sorridere della mia pinguedine o della mia calvizie o della mia irriducibile inclinazione alla tolleranza.

La comicità non è altro che lamanifestazione pubblica di uno spirito naturalmente ironico, è il lato leggero e irridente dell’intelligenza e dunque dell’autoironia. Ne ho viste tante espressioni negli anni bruciati nel Transatlantico della Camera. QuandoD’Alema regnava a palazzo Chigi,Nanni Moretti– lontano dalla macchina da presa e messo alle spalle quel sortilegio che era “Palombella Rossa” – aveva trovato il tormentone “D’Alema, dí qualcosa di sinistra”.

Una mattina, mentre il solito crocchio di giornalisti vaticinava sulla fava e la rava, attraversava il Transatlantico un impettitoFrancesco Storace. Impettito, ma col sorriso beffardo ben mascherato. Uno dei colleghi lo apostrofa “France’, dí qualcosa di destra”. Fu un attimo. Mezzo passo in là, Storace gira su se stesso. “Frocio”. Allora la risata fu collettiva e fragorosa. Di fronte a tanta intelligenza e autoironia c’era poco da ribattere. Con una parola, Storace aveva inchiodato se stesso alla propria storia e noi alla prigione dei nostri clichés.

Quando la sinistra troverà una via di fuga dalle proprie ossessioni, quando la destra saprà liberarsi dal proprio vittimismo, sicuramente l’Italia tornerà a essere un po’ più ospitale e rilassato. I gay potranno ricordare il tempo in cui erano froci, e sorriderne. Gli immigrati quando erano considerati scimmie, e sorridere adesso che non lo sono più. E Andrea Pucci potrà farci sorridere rivangando la nostra memoria e il ricordo di “come eravamo”.Perché mentre mi fa indignare, mi permette di apprezzare quello che sono e quello che non sono più.

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