Il 2026 è arrivato, ma con esso non è ancora giunta l’attuazione della seconda fase del piano di pace per Gaza. La situazione nella Striscia è ancora catastrofica, con i cittadini sfollati che vivono nelle tende, al freddo e al gelo. Le operazioni di ricostruzione non sono ancora iniziate e quotidianamente diversi palestinesi perdono la vita negli scontri con le Forze di Difesa Israeliane (Idf).
Secondo quanto si apprende, dall’inizio del cessate il fuoco, a ottobre, sono morte almeno 400 persone. Un numero inquietante per quella che è stata definita una vera e propria tregua. Solo pochi giorni fa, subito dopo l’incontro tra Trump e Zelensky, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, si è recato a Mar-a-Lago, in Florida per discutere personalmente con il presidente degli Stati Uniti del futuro di Gaza.
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Trump continua a spingere per l’attuazione di questa seconda parte del piano, pur consapevole che non tutti i punti della prima sono stati raggiunti. Il corpo di un ostaggio israeliano ancora manca all’appello e, inoltre, Hamas non è stato ancora smilitarizzato e disarmato. Due posizioni fondamentali affinché a Gaza si possa procedere con la ricostruzione e la creazione di un governo temporaneo di transizione.
Gaza, le parole del ministro della Cultura israeliano
Intanto, da Israele non giungono segnali positivi. Nella giornata di ieri hanno fatto discutere le dichiarazioni del ministro della Cultura israeliano, Miki Zohar, il quale ha sostenuto che al momento i palestinesi non siano i reali abitanti della Palestina o della Cisgiordania. “La Giudea e la Samaria sono nostre. Non siamo occupanti nella nostra terra. Gaza è nostra e i palestinesi li lasciamo lì come ospiti fino a un certo punto“, avrebbe infatti sostenuto.
Il ministro si è espresso in questi termini durante un’intervista all’emittente pubblica Kan, ripresa dal Times of Israel, in cui commentava la sua scelta di negare fondi all’industria cinematografica israeliana per aver assegnato il premio Ophir, il più prestigioso del Paese, a un film su un ragazzo palestinese della Cisgiordania a cui viene negato il permesso di ingresso per visitare una spiaggia in Israele.
Il ministro ha criticato la pellicola, sottolineando che rappresenterebbe le forze delle Idf in modo negativo, presentando inoltre Israele come un occupante. Inoltre, Zohar ha sostenuto che i registi che desiderano ricevere fondi governativi dovrebbero “produrre film che gli israeliani amano vedere. Non quelli che gli europei amano vedere“.
Gaza, il ruolo del Somaliland
Ad aggiungere preoccupazioni a questa situazione vi sono anche le dichiarazioni del presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud che, in un’intervista ad Al Jazeera, ha sostenuto che il Somaliland potrebbe accettare profughi palestinesi da Gaza e aderire agli Accordi di Abramo. Una notizia che quindi confermerebbe le mire israeliane sul territorio che, qualche settimana fa, è stato riconosciuto da Israele, unica al mondo, come Stato sovrano e indipendente.
Una decisione che aveva lasciato sconvolti e soprattutto indignati diversi Paesi dell’Africa e dell’Occidente. In particolare, la Somalia ha sostenuto di non voler riconoscere la decisione presa da Israele. Mohamud ha poi chiarito che alla base del riconoscimento vi sono state tre promesse che il Somaliland ha dovuto fare a Israele. La prima è il il reinsediamento dei palestinesi da Gaza al Somaliland, poi un accordo di massima sulla creazione di una base militare israeliana sulla costa del Golfo di Aden. Infine, l’adesione del Paese agli accordi di Abramo.
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