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Herencias 2026 si congeda con il grido silenzioso di Malagueñas: il teatro della memoria attraversa Roma e arriva dritto al cuore

Tra corpi feriti, ironia tragica e ricordo collettivo, il Teatro Palladium della Capitale ha accolto l'ultimo intenso appuntamento della quinta edizione della rassegna culturale di ambito ispanico. Un viaggio necessario tra eugenetica totalitaria e logiche patriarcali dentro gli squarci dell'oblio storico

14 Min di lettura

Il vento soffia forte tra le assi del Teatro Palladium di Roma, portando con sé un’eco che sa di dimenticanza e ricordo. Lo scorso 8 maggio è andato in scena l’atto conclusivo di Herencias 2026 con Malagueñas (Il gene rosso). L’opera di José Cruz, restituita alla lingua italiana attraverso l’accurata traduzione di Carlotta Paratore e trasposta sul palcoscenico dal sensibile sguardo di Ferdinando Ceriani, ha scosso profondamente gli spettatori. Squarciando il velo su una delle pagine più oscure della dittatura franchista, la pièce ha tramutato la scena nella custode di una verità storica rimasta troppo a lungo confinata nel silenzio.

L’ultima tappa del percorso coordinato da Simone Trecca ha lasciato il pubblico immerso in un raccoglimento denso, tipico del teatro autentico. Un’edizione definita da un’alta caratura culturale, resa possibile dalla cura scientifica e organizzativa di Carlotta Paratore, Susanna Nanni e Francesca Leonetti, figure dell’Università degli Studi di Roma Tre che continuano a dimostrare quanto il lascito storico sia un elemento indispensabile per interpretare l’attualità. Con loro Jessica De Matteis ed Amy Bernardi.

Herencias 2026 chiude con il dramma di Malagueñas (Il gene rosso)

Le luci si abbassano e il suono di raffiche di vento invade la sala. Una sentenza riempie la scena: “Pensavo che la cosa più infame della mia vita fosse stata la censura di Franco. Ma no! La cosa più infame è la perdita della memoria”. Le parole di Luis García Berlanga aprono la soglia emotiva di un lavoro diretto, nella versione italiana, da Ferdinando Ceriani, capace di restituire la carnalità grottesca del testo di José Cruz senza smussare il peso della tragedia.

Siamo nel 1939, in una notte senza luna nel convento di San José a Malaga. Cinquanta detenute, trasferite dal carcere femminile, diventano cavie di un esperimento pseudoscientifico basato sulle formulazioni di Antonio Vallejo Nájera, il teorico del “gene rosso”, convinto che il marxismo fosse una degenerazione biologica da estirpare. Il proscenio si trasforma in un microcosmo claustrofobico dove il fanatismo religioso e il controllo ossessivo dell’elemento fisico femminile dettano legge. L’affermazione “Io vi curerò con le buone o con le cattive” risuona come il manifesto di un sistema fondato sul patriarcato e sul maschilismo, dove le donne vengono punite semplicemente per il fatto di esistere.

Dall’opera emerge il dolore delle sventurate, abusate in ogni modo possibile e immaginabile solo per un ideale, spesso falso. La loro sofferenza profonda risiede proprio nell’essere nate ‘femmine’ in un’era in cui l’egemonia dell’uomo era il centro assoluto. Al netto del loro credo, le recluse vengono comunque esposte a vessazioni per il solo fatto di essere entità pensanti. Madri e non, travolte da violenza e follia che, nonostante i continui soprusi, sembra che non abbiano perso quel briciolo di ottimismo che funge da motore vitale.

Herencias 2026 Malagueñas
Herencias 2026, Malagueñas (Il gene rosso) – © @teatro_palladium

La musica, infatti, attraversa la pièce come un nervo scoperto: non a caso c’è una forte contrapposizione tra Mi Jaca della folclórica Estrellita Castro – canzone sulla libertà in un ambiente bucolico andaluso, che le detenute intonano come un atto di resistenza, mostrando una positività che il regime non può controllare – e Madre anoche en las trincheras, che diventa un requiem corale di una potenza devastante, un canto di lutto contro ogni conflitto che accompagna queste figure femminili fino al finale.

In questa tensione emerge tutta la contraddizione del mondo repressivo rappresentato nella creazione artistica. Di conseguenza, viene sermoneggiato dal sacerdote in maniera profondamente misogina: “Le donne sono fatte per soffrire”. Una condanna pronunciata alludendo ad un’evangelizzazione del corpo femminile, facendo riferimento ad una presenza costante della scenografia: una statua della Vergine Maria, testimone silenziosa sotto gli occhi della quale avviene di tutto.

Malgrado “l’amaro in bocca” che lascia la chiusura, le attrici, mano nella mano, svelano i dati reali di ciò che è stato: età, professioni e pene di 50 donne vere, elevando la finzione in un documento inattaccabile. L’ultima frase resta sospesa nell’aria: “Saremo come un fantasma silenzioso, come un lungo sudario che attraversa le strade…”, sintomo che, nonostante l’oblio, la loro vicenda umana è esistita, esaltando il tormento che, da individuale, diventa universale.

Herencias 2026 Las Malagueñas
Herencias 2026, Malagueñas (Il gene rosso)

La patologizzazione del dissenso, il corpo femminile come baluardo di resistenza

Dopo il buio, la parola è passata alla tavola rotonda, spazio in cui Carlotta Paratore ha magistralmente illuminato la profondità politica ed emotiva del testo. Con grande competenza, la docente ha guidato il pubblico in un’analisi approfondita che ha permesso a ciascun presente di abitare pienamente il contesto ideologico dell’opera. Al centro del confronto si è stagliato il concetto di CORPO, inteso come oggetto di controllo, patologizzazione del dissenso e, soprattutto, ultimo baluardo di resistenza. L’esperta ha mostrato come la repressione franchista declassasse l’opposizione politica in patologia psichiatrica, riducendo le donne repubblicane a soggetti affetti da “degenerazione morale”.

L’anatomia femminile, in questo delirante progetto di eugenetica nazionale, emerge come un doppio simbolo: terreno di violazione medicalizzata, ma anche strumento che, attraverso il linguaggio, torna a ribellarsi. Carlotta Paratore ha inoltre condiviso la sfida professionale di dare voce a questo lavoro di Cruz, definendolo “il più stimolante” della sua carriera per la capacità di far convivere il tragico con il comico-grottesco.

Un meccanismo di dominio che, guardando ‘in casa nostra’, evoca da vicino le stesse drammatiche dinamiche centrali nella serie televisiva di Rai Uno Le libere donne – raccontata in profondità al nostro quotidiano dall’attore Massimo Nicolini -, dove l’istituzione psichiatrica si trasforma nel perimetro di reclusione per chiunque rifiuti di piegarsi ai dettami della norma sociale.

Herencias 2026 Malagueñas tavola rotonda
Herencias 2026 – José Cruz, Carlotta Paratore e Ferdinando Ceriani

Dalla discussione è emerso un legame inquietante con il 2026 e il labile scenario internazionale, dove tornano ad affacciarsi ossessioni retoriche ed identitarie. Sebbene Las Malagueñas si ambienti nel secolo scorso, la riflessione del Tenente nella pièce risuona come un monito diretto alla nostra quotidianità: “In tempo di pace la morte è una cosa che non capita tutti i giorni, per questo attira l’attenzione. […] La pace è una cosa che diamo per scontata, ma ci scordiamo che, come la guerra, la pace è una cosa che può capitare”.

Ferdinando Ceriani ha lodato la scelta stilistica di José Cruz, arricchendo il dibattito sottolineando la funzione politica dell’ironia: “Il sorriso può distruggere i regimi”, definendo il grottesco come la chiave per scardinare l’autorità totalitaria. La conversazione si è estesa alla compagnia Papeles en el tablado sulla necessità di integrare la drammaturgia della testimonianza nella didattica scolastica e sulla capacità di narrare il conflitto civile spagnolo attraverso l’intensità del sogno.

La quinta edizione di Herencias – Scritture di memoria e identità lascia il suo pubblico con l’immagine potente di queste donne che marciano l’una affianco all’altra. Malgrado l’epilogo, restano un “fantasma silenzioso” che la storia non può più ignorare.

Herencias 2026 Malagueñas dibattito
Herencias 2026 – Susanna Nanni, José Cruz, Carlotta Paratore e Ferdinando Ceriani

Il diario della V edizione di Herencias

La manifestazione, realizzata dal Dipartimento di Lingue Letterature e Culture Straniere di Roma Tre e dalla Fondazione Teatro Palladium, vanta il contributo di Acción Cultural Española, della Real Academia de España en Roma e dell’Instituto Cervantes de Roma. La quinta edizione ha visto la collaborazione con Progetto “I linguaggi degli elementi”, Associazione Metis Teatro e Pub-Hi Pub-Me.

Il progetto è patrocinato da: Oficina Cultural Embajada de España, Embajada de México en Italia, Istituto Culturale del Messico Italia Tina Modotti. E ancora: dal Municipio VIII di Roma, dalla Asociación Internacional de Teatro del Siglo XXI e da Seliten@t. I volumi delle opere tradotte sono editi da Nova Delphi Libri.

Herencias - Scritture di memoria e identità
Herencias – Scritture di memoria e identità (© herencias.uniroma3.it)

Herencias 2026 ha costruito un mosaico di resistenze attraverso tappe fondamentali:

  • 29 aprile 2026 – De algún tiempo a esta parte di Max Aub con Esther Lázaro; un confronto incentrato sul concetto di VITTIMA, che ha visto dialogare Simone Trecca e José Corrales Díaz-Pavón.
  • 4 maggio 2026 – Il racconto della frontiera messicana in Ovillo. Fili di memoria di Sonia Gregorio. Versione italiana curata da Angela Di Matteo, messa in scena per la regia di Alessia Oteri, interpretata da: Loredana Bove, Giorgia Cacciante, Caterina Cosentino, Francesco Meriano, Sabrina Ottaviani, Sara Pecoraro, Teresa Santoro, Giulia Savelloni. La tavola rotonda successiva si è focalizzata sul termine ATTESA, attraverso le riflessioni di Sonia Gregorio e Angela Di Matteo.
  • 4 maggio 2026 – La testimonianza argentina di La morte è solo occhi di Nora Strejilevich (drammaturgia di Ita Scaramuzza). Traduzione a cura di Susanna Nanni, direzione scenica affidata ad Alessia Oteri, sul palco: Fabrizio Bazzotti, Loredana Bove, Giorgia Cacciante, Caterina Cosentino, Francesco Meriano, Sabrina Ottaviani, Sara Pecoraro, Teresa Santoro, Giulia Savelloni, Daniele Zanobi. La parola chiave TESTIMONE è stata poi sviscerata nel dibattito guidato da Nora Strejilevich e Susanna Nanni.
  • 5 maggio 2026 – Il conflitto basco ne L’ultima cena di Ignacio Amestoy. Testo italiano di Simone Trecca, regia di Gabriela Praticò con l’aiuto di Gigi Palla, in scena Camillo Grassi ed Eric Paterniani. Il termine TERRORISMO è stato al centro del dibattito che ha unito Ignacio Amestoy, il giornalista Mauro Favale, co-autore de L’aspra stagione, e Simone Trecca.
  • 6 maggio 2026 – L’omaggio agli insegnanti ne La sfera che ci contiene di Carmen Losa. Volto in italiano da Francesca Leonetti, guidato dalla visione di Matteo Tarasco, con Alessandro Grima e Arianna Ilari. L’incontro si è sviluppato attorno alla coordinata dell’EDUCAZIONE, in un confronto che ha coinvolto Carmen Losa, gli attori, Lorenzo Cantatore, direttore del Museo della Scuola e dell’Educazione, e Francesca Leonetti.
  • 7 maggio 2026 – Il grido per le vittime dimenticate ne I mangiatori di terra di Mafalda Bellido. Traduzione firmata da Francesca Leonetti, regia di Loredana Scaramella con l’aiuto di Mattia Ranaldo, drammaturgia musicale di Mimosa Campironi, con il cast composto da: Mimosa Campironi, Brenda Lenoci, Roberto Mantovani, Loredana Scaramella e Federico Tolardo. Immagini di Antonio Carrano. La durissima parola FOSSE ha guidato la tavola rotonda finale tra Mafalda Bellido, il Presidente del Municipio VIII Amedeo Ciaccheri, Francesca Leonetti e Simone Trecca.
  • 8 maggio 2026 – Malagueñas (Il gene rosso) di José Cruz. Traduzione di Carlotta Paratore, allestimento a cura di Ferdinando Ceriani, con gli interpreti di Papeles en el tablado (Camilla Albano, Anna Amatruda, Deborah Dadi, Ilaria Diotallevi, Antonia Guerra, Simone Latini, Federico Lo Voi, Alessandra Marangoni, Simone Martina, Engji Mileta, Valeria Pucci, Valerio Sbaraglia, Asia Valletta). La rassegna ha infine sviscerato la complessità della parola CORPO nello scambio conclusivo tra José Cruz, Carlotta Paratore, Ferdinando Ceriani e l’intera compagnia.
Herencias 2026 finale
Herencias 2026 finale

La cultura contro l’oblio: “Noi siamo Herencias…”

Molto amata di anno in anno, la rassegna di ambito ispanico si è confermata come un viaggio fisico e spirituale che ricorda, con le parole della Detenuta Numero Cinquanta di José Cruz, che, nonostante l’orrore: “Bisogna continuare a confidare nelle persone”. Per questo, il saluto finale di Simone Trecca, che ha esclamato: “Noi siamo Herencias”, rappresenta l’esigenza bruciante della contemporaneità atta a definire l’identità di un progetto che è, prima di tutto, comunità culturale.

Si tratta del gesto ostinato di chi crede che lo studio e l’arte possano ancora generare coscienza in un’epoca che corre verso la smemoratezza. Da ciò che si apprende, l’appuntamento si rinnova al 2027 per continuare a guardare le ferite del passato con occhi nuovi, nella consapevolezza che, finché ci sarà qualcuno a tramandare e diffondere storie del genere, nessuna fine sarà mai definitiva.

© Riproduzione riservata

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