Cosa hanno in comune un pellegrino medievale e un utente di Instagram?Apparentemente nulla, eppure entrambi partecipano, in modi radicalmente diversi, alla narrazione del sacro. Di questo e molto altro si è parlato alFestival dell’Economia Integraledi Montefiascone, dove abbiamo incontratoFrancesco Giorgino, giornalista, docente universitario e firma autorevole del panorama culturale italiano. Lo abbiamo intervistato in occasione dell’uscita del suo ultimo saggio:Giubilei, un’opera che non è solo un viaggio nella storia religiosa, ma anche un’analisi potente e attuale del rapporto tra fede, media e società.

Professore, il titolo del suo libro è “Giubilei”: cosa racconta, in realtà?
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Giubileiè molto più di una cronologia ecclesiastica. È un tentativo di leggere, attraverso la lente del Giubileo, l’evoluzione del rapporto tra la fede popolare e il mondo in cui essa si manifesta. Partiamo dal primo Giubileo della storia, quello del 1300 voluto da Bonifacio VIII, e arriviamo a quello del 2025, indetto da Papa Francesco in un’epoca profondamente segnata dall’incertezza globale.
Nel libro analizzo come ogni Giubileo rifletta il tempo storico in cui nasce: dal Medioevo al Rinascimento, passando per l’Illuminismo, la rivoluzione industriale, la Guerra Fredda, fino agli anni Duemila. Ogni edizione racconta qualcosa di profondo non solo sulla Chiesa, ma sullo spirito del tempo. E poi c’è l’altro asse del libro: il legame tra Giubilei e comunicazione.Come si è trasformata, nei secoli, l’immagine pubblica della Chiesa? Che ruolo hanno giocato i media nella costruzione del messaggio sacro?È lì che la ricerca si fa più attuale.
Tra i tanti Giubilei, ce n’è uno che, secondo lei, ha segnato davvero la storia del nostro Paese anche sul piano comunicativo?
Ognuno ha la sua importanza, proprio perché il Giubileo non è un appuntamento obbligatorio: è una scelta, un atto deliberato del Papa. Paolo VI, ad esempio, esitò prima di proclamare quello del 1975. Ci sono Giubilei ordinari – ogni 25 anni – e straordinari, come quello del 2015 voluto da Papa Francesco.
Dal punto di vista mediatico, però, gli ultimi decenni sono stati cruciali. Racconto un episodio curioso:Leone XIIIfu il primo pontefice a essere filmato da una cinepresa. Le immagini lo mostrano visibilmente a disagio davanti a quella “strana macchina”, ma è un momento storico: la Chiesa cominciava a misurarsi con un linguaggio completamente nuovo.
Poi c’è ilGiubileo del 2000di Giovanni Paolo II: un evento globale, simbolico, carico di speranze millenaristiche. E ovviamente i Giubilei di Papa Francesco, che ha saputo scegliere temi – la misericordia, la speranza – estremamente comunicabili, capaci di parlare al cuore e alla mente. Temi che si prestano quasi naturalmente alla diffusione attraverso i media contemporanei.
Nell’epoca dei social, come cambia il modo di raccontare il sacro?
Bella domanda, la risposta non è semplice. Oggi il confine tra spiritualità e spettacolarizzazione rischia di diventare sottile. Io ho una riserva critica: dobbiamo distinguere tra l’effetto di socializzazione, tipico dei media, e ilvalore teologicodel messaggio. Ad esempio, parlare di “solidarietà” è fare sociologia; parlare di “carità”, invece, è fare teologia.
Un grande teologo comeHans Urs von Balthasardiceva che bisogna identificare i “luoghi teologici”, cioè gli spazi in cui è possibile parlare autenticamente di Dio. Ecco, la vera domanda è: i media – dai giornali ai social network – possono essere considerati luoghi teologici?
Io credo che possano facilitarne l’accesso, ma con una condizione: che il messaggio non venga svuotato o manipolato. Il rischio è alto, soprattutto nel mondo digitale, dove tutto è frammentato, accelerato e soggetto alla reinterpretazione individuale. È lì che la sfida si fa complessa, ma anche affascinante.
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