In Italia, il caregiver continua ad essere una categoria invisibile. L‘assistenza alle persone fragili infatti, non si limita agli ospedali o alle strutture sanitarie: ogni giorno, milioni di famiglie si occupano di un proprio caro non autosufficiente o affetto da malattie croniche o invalidanti. Le stime più recenti evidenziate dalla testata “Comunicare il sociale” indicano che tra 7 e 8,5 milioni di italiani ricoprono il ruolo di caregiver familiare, offrendo supporto regolare a un parente senza ricevere compensi e spesso senza disporre di sostegni strutturali adeguati.
Questo gruppo rappresenta circa il 17% della popolazione nazionale. La maggior parte di questi caregiver è composta da donne, con una prevalenza femminile che raggiunge fino all’80%. Questo dato evidenzia le dinamiche sociali e di genere ancora fortemente legate alla gestione della cura in ambito familiare. Testimone e portavoce di questa categoria speciale è Rossella, donna che ha scelto oggi di raccontare la sua storia e quella del suo papà: un vissuto durato 10 anni e colmo di forza, difficoltà e amore indissolubile.

Figlia, lavoratrice e caregiver: come è iniziato il percorso di Rossella e del suo papà
È luglio del 2014 quando Rossella viene a conoscenza di una terribile realtà, di quelle più paralizzanti che possano mai imbattersi sulla vita di una figlia: suo padre è affetto da una neoplasia polmonare maligna. Lui ha 59 anni e lavora come dipendente in un distributore di benzina, mentre Rossella è cassiera part-time in una catena di supermercati, con turni obbligatori anche la domenica.
Nel frattempo, lei e il marito hanno da poco intrapreso un percorso di procreazione assistita, che dovrà necessariamente – anche se con dolore- essere messo da parte. Nel giro di poche settimane, la sua vita subisce un drastico cambiamento: ad agosto il padre affronta il primo intervento chirurgico, mentre a ottobre inizia il trattamento oncologico. Questo sancirà l’inizio di una strada combinata, intrecciata quotidianamente, durante la quale Rossella non lascerà mai la mano del suo papà.
“È in questo modo che è iniziato il nostro percorso. – racconta Rossella – Dico nostro percorso perché dalla prima visita nel 2014 all’ultima, il 24 ottobre 2025, io sono sempre stata presente.” In quel momento Rossella smette di essere semplicemente una figlia. Diventa il pilastro su cui suo padre potrà contare, colei che lo affiancherà, monitorerà durante le visite, e trasformerà il linguaggio medico in scelte concrete di ogni giorno.
La fatica invisibile della cura di un caregiver
Le giornate di Rossella in qualità di caregiver iniziavano prima ancora di alzarsi dal letto, racconta. “Appena aprivo gli occhi chiamavo papà per sapere come stesse.” Poi proseguivano accompagnandolo alle visite, ai controlli e alle sedute di chemioterapia. Suo papà abitava al terzo piano di un edificio privo di ascensore, affrontando gravi difficoltà respiratorie e una disabilità certificata al 100%. “Tuttavia, gli ausili necessari non sono mai stati forniti in maniera adeguata“, confida la donna. Rossella lo supportava nel prepararsi, nel gestire le scale grazie a tecniche respiratorie apprese dai terapisti, per poi proseguire di corsa verso il lavoro.
“Essere caregiver significa rimboccarsi le maniche e correre. Correre sempre“, afferma con dolore Rossella. Ospedali, ASL, studi medici, terapie da organizzare, telefonate incessanti. Durante la pandemia la situazione è diventata ancora più complessa: tamponi obbligatori per accedere agli ospedali insieme a lui, green pass, percorsi separati, autorizzazioni necessarie per consegnare spesa e farmaci.
Lavorando a contatto diretto con il pubblico, Rossella viveva inoltre nella costante preoccupazione di poterlo contagiare. Ha usufruito dei giorni previsti dalla Legge 104 e, dopo un secondo intervento, ha richiesto il congedo straordinario per potergli stare accanto giorno e notte. Oltre al supporto della madre, anche lei con difficoltà fisiche, Rossella racconta di non aver ottenuto ulteriori aiuti. Ed è questa, probabilmente, una delle parti più tristi e demoralizzanti di questa storia.
Tra ostacoli e legami che si consolidano: la forza emotiva del caregiver
Accanto alla fatica pratica di un caregiver c’è quella emotiva. “Se sei caregiver di qualcuno con gravi problemi di salute, soprattutto se è un parente stretto, è dilaniante”. Rossella evidenzia anche le difficoltà del sistema di assistenza domiciliare: liste d’attesa interminabili, mancanza di specialisti e ausili che vengono consegnati con ritardi di mesi. Un deambulatore, richiesto al momento delle dimissioni, è arrivato solo dopo diverso tempo; la sedia a rotelle e l’ossigeno sono stati forniti, ma senza un montascale, in un edificio privo di ascensore. Strumenti indispensabili, ma non sempre concretamente utilizzabili.
Eppure, dentro questa esperienza, il rapporto con suo padre si è trasformato. “Siamo diventati una squadra inseparabile”, confida con le lacrime agli occhi. La malattia ha rafforzato un legame fatto di fiducia totale. “I momenti gratificanti sono stati innumerevoli. Ogni abbraccio, ogni volta che mi diceva: ‘Ella sei forte’.” Dopo anni dedicati all’assistenza, Rossella percepisce un cambiamento dentro di sé: si sente più forte, più consapevole, trasformata da un cammino che ridefinisce identità e priorità.
Ma desidera un’avvenire differente per chiunque si troverà a rivestire il ruolo che lei con coraggio ha portato avanti per 10 anni: sostegno dalla sanità, riconoscimento, valore. Affinchè il caregiver non continui ad essere più solamente un eroe invisibile. Perché ogni malattia cela una persona che combatte. E accanto a lei, spesso in silenzio, c’è chi combatte ancora più intensamente, con tutte le proprie forze. Sempre.
Essere caregiver non rappresenta soltanto un atto d’amore, ma un impegno costante che assorbe energie, tempo, lavoro e talvolta perfino la propria identità. Rossella ha rivestito questo ruolo per anni, priva di adeguate tutele e senza una rete di supporto efficace. Come lei, milioni di persone affrontano questa sfida quotidianamente. La questione non è se abbiano abbastanza forza, ma perché debbano continuare a portare avanti questo peso da sole.
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