C’è un punto, in questa vicenda, che andrebbe guardato senza girarci troppo intorno. Parliamo delle fatture inviate dalla Svizzera per le cure mediche ricevute in Svizzera dai ragazzi italiani rimasti gravemente ustionati nell’incendio di Capodanno nel locale di Crans-Montana.
Ecco, il punto non è tanto il fatto che quelle fatture siano arrivate, né l’importo, che pure colpisce, ma il fatto stesso che esistano.
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Perché sì, è vero, non sono una richiesta di pagamento. Sono una procedura, un passaggio previsto dal sistema sanitario svizzero, che funziona secondo una logica precisa: si contabilizza tutto, sempre, per poi regolare i costi tra assicurazioni e Stati. Ed è altrettanto vero che quelle somme non verranno chieste alle famiglie.
Ma questo non basta a chiudere la questione, perché una cosa può essere perfettamente corretta sul piano formale e allo stesso tempo profondamente sbagliata su quello umano. Può rispettare ogni regola, ogni protocollo, ogni equilibrio economico, ma comunque restituire un’immagine che non funziona. Che, già solo a pensarci, fa venire il mal di stomaco.
Quelle fatture restano lì, con cifre che arrivano a decine di migliaia di euro anche per poche ore di ricovero, (in un caso specifico 75 mila euro per sole 5 ore di degenza), e raccontano qualcosa che va oltre i numeri. Raccontano un’idea di sanità in cui la cura non esiste mai senza il suo prezzo, in cui ogni gesto medico deve essere tradotto in una cifra, anche quando riguarda un’emergenza, anche quando riguarda dei ragazzi feriti.
E qui il confronto con il modello italiano diventa inevitabile. Da una parte un sistema che, almeno nella sua impostazione, continua a considerare la salute un diritto da garantire a tutti, dall’altra un sistema che non rinuncia mai a quantificare, attribuire, contabilizzare. Due modelli diversi, entrambi legittimi per carità, ma non per questo equivalenti. Specie nel modo in cui considerano il rapporto tra cura e esseri umani.
Perché dire che “funziona così” non è una spiegazione, è una giustificazione, e il punto infatii non è se il sistema svizzero sia efficiente, lo è eccome. Il punto è cosa accade quando l’efficienza diventa l’unico criterio attraverso cui leggere la realtà. Quando anche nei momenti più fragili, più urgenti, più umani, la prima cosa che compare è un numero.
E la verità è che questo meccanismo non riguarda solo la sanità, ma è lo stesso schema che ritroviamo altrove, su piani diversi ma con la stessa logica di fondo: a ogni azione una risposta, a ogni perdita una compensazione, a ogni danno un prezzo.
Eppure, proprio nelle ultime ore, qualcosa si è mosso. Dopo le polemiche e le reazioni istituzionali, la Svizzera ha fatto un passo indietro: il presidente della Confederazione Guy Parmelin ha confermato al presidente della Repubblica Sergio Mattarella che non verranno più inviate le fatture alle famiglie coinvolte nella tragedia di Crans-Montana.
Una decisione che chiude il caso sul piano pratico, ma non su quello sostanziale. Perché quelle fatture, intanto, sono esistite. Sono state pensate, generate, inviate. E solo dopo sono state fermate.
E dentro questo stesso schema, anche se in forma diversa e più silenziosa, si inserisce la vicenda di Crans-Montana. Perché mentre si discute di sistemi sanitari, procedure e fatture, c’è un elemento che rischia di restare sullo sfondo.
Il dolore. Il dolore delle famiglie che hanno perso un figlio. Quello di chi ogni giorno continua a fare i conti con le conseguenze di quell’incendio. Perché per alcuni di quei ragazzi non si tratta solo di un ricovero o di una dimissione, ma di una vita che cambia per sempre. Ustioni profonde, pelle segnata, interventi che si ripeteranno nel tempo, cure che accompagneranno gli anni. È una sofferenza che non si esaurisce con l’emergenza. Non finisce quando si esce dall’ospedale. E allora la distanza si fa ancora più evidente.
Tra ciò che viene registrato, le ore di ricovero, le prestazioni, i costi, e ciò che non può essere misurato: il peso quotidiano di quelle conseguenze, il dolore che resta, la vita che si ridefinisce intorno a una ferita.Nel caso delle fatture di Crans-Montana questa logica prende una forma più silenziosa, meno evidente, ma non per questo con meno significato. Non si esprime con una pistola in mano, ma con una calcolatrice. Non con la forza, ma attraverso i numeri.
Ed è proprio questo il punto più scomodo. Non la fattura in sé, ma il fatto che non ci sorprenda davvero. Che riusciamo a spiegarla, a giustificarla, a inserirla dentro un sistema che “funziona”. Che ci abituiamo all’idea che tutto debba avere un equivalente, un valore economico, una misura.Forse il problema non è che tutto abbia un prezzo. Il problema è che abbiamo smesso di chiederci se dovrebbe averlo, e quando succede, non cambia solo il modo in cui organizziamo la sanità. Cambia il modo in cui decidiamo cosa conta davvero.
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