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Omicidio Tupac, “Keffe D” Davis condannato a 40 anni di carcere

Identificato come mandante dell'omicidio di Tupac Shakur del 1996, Duane "Keffe D" Davis dovrà scontare 40 anni di carcere. Dopo essere stato riconosciuto colpevole lo scorso agosto, oggi è stato condannato in via definitiva

6 Min di lettura

Dopo ben 30 anni arriva la prima condanna del caso relativo all’omicidio di Tupac Shakur del 1996. L’uomo riconosciuto colpevole è Duane “Keffe D” Davis, al tempo del delitto uno dei massimi esponenti della gang dei South Side Compton Crips. Già dichiarato colpevole per omicidio di primo grado lo scorso agosto, è stato condannato in via definitiva nella giornata di ieri e dovrà scontare una pena di 40 anni.

Tupac e la rissa con il nipote di Davis, la dinamica dell’omicidio

Tutto inizia a Las Vegas nella notte del 7 settembre 1996, notte in cui Tupac si era recato all’hotel casinò MGM Grand per assistere a un incontro di boxe tra Mike Tyson e Bruce Sheldon. Una volta finito il match, il rapper americano avrebbe scatenato una rissa tra l’entourage della Death Row, etichetta con cui aveva firmato l’anno precedente dopo essere uscito di prigione, e Orlando Anderson. Quest’ultimo è un nome centrale nella vicenda in quanto nipote di Davis e membro della gang dei Crips di cui lo zio era uno dei principali leader. I componenti della Death Row, invece, erano in gran parte membri della gang antagonista, i Bloods.

Finita la colluttazione, Shakur e il suo entourage si sarebbero dovuti recare al Club 662, di proprietà dell’etichetta. Ma durante il percorso la loro BMW fu affaincata da una Cadillac bianca: furono sparati a Tupac e al suo agente una dozzina di colpi da una Glock 22 calibro 40. Il rapper fu colpito da 4 di questi, uno dei quali gli trapassò il polmone, provocandone la morte 6 giorni dopo. Vani gli interventi chirurgici operati dal personale medico dell’University Medical Center.

Davis e la svolta nel caso Tupac: come “Keffe D” si è condannato da solo

Anche a causa del disinteresse delle autorità giudiziare per la vicenda, l’omicidio fu semplicemente attribuito alla storica e intensissima rivalità che vedeva protagonisti Bloods e Crips. Orlando Anderson fu per un periodo sospettato del delitto, ma morì nel corso di una sparatoria tra gang prima che venisse formalmente accusato.

Una svolta nelle indagini si ebbe nel 2019 e il principale fautore fu Davis stesso. Nello stesso anno era uscita l’autobiografia di “Keffe D”, nella quale ammetteva di essere uno dei pochi testimoni oculari dell’omicidio di Shakur e di conoscerne le vere ragioni: si poteva leggere che era uno dei passeggeri della Cadillac. Il boss, con ogni probabilità, si è sentito totalmente libero di fare certe dichiarazioni per via di un vecchio accordo di immunità parziale che aveva stretto con le autorità federali, che lo aveva indotto a pensare di essere immune da qualunque conseguenza legale. La pubblicazione del prodotto autobiografico, insieme ad altre uscite autosabotanti avute in varie interviste e documentari, hanno tuttavia invalidato il patto.

Di conseguenza, la procura ha accelerato e approfondito le indagini sullo zio di Anderson. intentando un processo durato due settimane i cui principali documenti di accusa consistevano nelle dichiarazioni rilasciate dallo stesso “Keffe D”. Si arriva, quindi, al giudizio di colpevolezza di agosto scorso e alla sentenza definitiva di ieri, con la quale è stato stabilito che il boss dei Crips, nonostante non sia stato l’effettivo esecutore dell’omicidio, ne ha rappresentato il mandante per motivi esclusivamente personali: vendicare il nipote per la rissa che lo aveva visto protagonista nelle ore precedenti al delitto.

La giudice Kierny nel processo: “Non si può strappare un uomo alla sua famiglia. Soprattutto se quell’uomo è Tupac Shakur“

Ci sono voluti 3 decenni, ma alla fine è stata fatta giustizia su uno dei casi di cronaca di maggiore importanza sociale della storia recente. Shakur ha parlato con musica e parole ad una generazione che non si sentiva rappresentata dalla società in cui era costretta a vivere. Il suo fortissimo ed innato senso di giustizia lo ha portato a produrre opere che rappresentassero lo specchio dei valori delle lotte contro razzismo, disuguaglianze e povertà che provava a portare all’attenzione pubblica. Un virtuoso morto troppo presto.

Il rilievo che aveva l’artista è stato sottolineato dalla stessa giudice che nella giornata di ieri ha emanato la sentenza contro “Keffe D”: “Non si può strappare un uomo alla sua famiglia, privarlo della sua vita, di tutto il suo futuro, e pensare di farla franca. Soprattutto quando quell’uomo è Tupac Shakur“. Parole che ci restituiscono tutta la grandezza di un uomo la cui fiamma rivoluzionaria non cesserà mai di ardere nella memoria collettiva.

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