La presenza dell’Ice (Immigration and Customs Enforcement) alle Olimpiadi continua a dividere e sollevare critiche sempre più nette. Un’ombra ingombrante su un evento che, almeno sulla carta. dovrebbe incarnare dialogo, inclusione e pace. Il dissenso contro questa scelta si manifesterà apertamente domani, 6 febbraio, a Milano, con la mobilitazione “Mobilitiamo la città -Ice out“.
Ma la protesta può assumere anche forme più silenziose, meno urlate e forse, proprio per questo, più incisive. È il caso dell’arte urbana, che da tempo ha dimostrato di saper intercettare e raccontare fratture della società meglio di molti slogan. Quando compare negli spazi pubblici, nei luoghi simbolici del potere e del passaggio quotidiano, l’arte diventa un atto politico a tutti gli effetti. Ed è esattamente ciò che è accaduto a Roma.
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Davanti alla sede del Coni in viale Tiziano a Roma è comparsa una nuova opera firmata da Laika, misteriosa artista di strada e attivista romana nota per le sue raffigurazioni irriverenti e dirette. L’opera si intitola “Ice Out” e l’impatto visivo è immediato e disturbante: un agente dell’Ice che spara ad uno sky jumper in volo. Sopra la scena una montagna rovesciata reca il logo dei Giochi olimpici: uno dei cerchi, quello rosso, diventa un mirino.
L’immagine è brutale, volutamente eccessiva, e non lascia spazio a interpretazioni comode. Lo sport – sembra dire Laika- non è neutrale quando accetta la presenza di chi è accusato di violazioni sistematiche dei diritti umani.
L’opera di Laika: una provocazione che chiama in causa i valori olimpici
Laika ha definito “inammissibile” la presenza dell’Ice ai Giochi, ricordando le azioni violente attribuite all’agenzia statunitense e spingendosi fino a un paragone durissimo con la Gestapo. Parole che fanno discutere, ma che chiariscono il senso dell’opera: la denuncia non è estetica, è politica.
Secondo l’artista, la presenza dell’Ice nello spazio olimpico tradisce i principi fondanti della Carta Olimpica che parla di solidarietà, inclusione, lotta alle discriminazioni e tutela della dignità umana. Valori che non possono restare dichiarazioni astratte se poi, nei fatti, si accettano apparati che incarnano repressione, esclusione e paura.
Nel messaggio di Laika c’è anche una critica esplicita al silenzio delle istituzioni sportive. Il presidente del Coni, Giovanni Malagò e quello del Cio, Kirsty Conventry, vengono accusati di non aver preso una posizione chiara rifugiandosi dietro l’idea che la competenza spetti esclusivamente agli Stati e ai governi. Proprio questa neutralità deve essere messa in discussione visto che lo sport, soprattutto olimpico, non è solo competizione ma anche linguaggio, modello culturale e veicolo di valori condivisi.
Rinunciare a prendere posizione significa accettare uno svuotamento di questi valori. Per questo motivo l’opera di Laika si inserisce in una lunga tradizione di arte come strumento di dissenso. Un’arte che non chiede permesso, che occupa lo spazio pubblico e costringe a guardare. Forse è proprio qui che arte e sport si incontrano davvero: entrambi nascono come linguaggi collettivi, capaci di unire ma anche di denunciare.
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