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Caso Giulio Regeni, la Consulta sblocca il processo per l’omicidio: era fermo da ottobre

Il processo per il caso di Giulio Regeni era stato bloccato a causa dell’assenza degli imputati per via della mancata collaborazione dell’Egitto. Per la Consulta, però, si tratta di un motivo non valido per bloccare il processo

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A pochi giorni dall’anniversario della scomparsa, ilprocesso per l’omicidio di Giulio Regeni può ripartire.Ma la decisione della Corte costituzionale non è soltanto un passaggio tecnico, è un atto che, di fatto,mette sotto accusa un vuoto di cooperazione internazionalee riafferma che l’assenza degli imputati non può diventare un alibi per cancellare il diritto di difesa e rallentare la ricerca della verità.

Con una sentenza depositata oggi,la Consulta ha accolto il ricorsosollevato dalla Corte d’assise di Roma e dalle difese dei quattro agenti dei servizi di sicurezza egiziani imputati nel procedimento. Al centro della questione, il tema dei costi delle consulenze tecniche nei processi celebrati in assenza. Secondo i giudici costituzionali, lo Stato deve anticipare le spese per i consulenti nominati dai difensori d’ufficio, quando l’imputato è irreperibile non per scelta ma per la mancata cooperazione del Paese di appartenenza.

È un passaggio chiave. La Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di una norma del codice di procedura penale nella parte in cui non garantiva questa tutela, richiamando l’articolo 24 della Costituzione sul diritto di difesa. Dunque,la Consulta ha stabilito che il processo Regeni non può essere rimandato ancora a causa di un vuoto normativogenerato dall’assenza degli imputati per via della mancata collaborazione egiziana.

Cos’era successo al processo Regeni

Il processo, sospeso in attesa del pronunciamento, potrà ora riprendere. Ma il significato politico della decisione va oltre le semplici udienze. La Corte ribadisce che, anche in un processo in assenza, quando questa è imposta da fattori esterni e non dalla volontà dell’imputato, lo Stato italiano ha il dovere di garantire un contraddittorio effettivo. Non farlo significherebbe accettare una mancanza strutturale della giustizia, proprio nei casi più gravi, tortura, sequestro, omicidio.

Il problema è venuto fuori durante il processo, quando la Corte d’assise di Roma ha chiesto una perizia sulla traduzione di documenti importanti in arabo. Gli avvocati d’ufficio hanno chiesto di poter scegliere un esperto a spese dello Stato, dicendo che senza soldi la difesa sarebbe solo di facciata. La Consulta gli ha dato ragione, spiegando chel’esperto è parte importante della difesae che non permettergli di lavorare significa colpire il processo penale.

Ma il bersaglio sembra essere più ampio. La Corte fa unadistinzione chiaratra quando l’imputato sceglie di non essere presente al processo e quando non può esserci perché il suo paese non lo aiuta. Il caso Regeni è un esempio perfetto, l’Egitto, anche se formalmente amico dell’Italia, avrebbe impedito agli imputati di essere presenti, creando un problema che rischiava di bloccare l’iter giudiziario.

Il processo Regeni riparte

La Consulta dice chiaramente che il processonon può essere incompleto a causa della mancanza di collaborazione. Lo Stato italiano deve pagare le spese, ma può chiedere i soldi indietro agli imputati se vengono trovati.  Questo serve a evitare che l’assenza di uno Stato estero porti all’impunità.

Il processo Regeni, quindi, non ricomincia solo dal punto di vista legale. Riprende anchecome un atto di resistenza delle istituzioni,per dire che la giustizia non si ferma per il silenzio diplomatico. La decisione della Consulta è un primo passo verso la giustizia per Giulio Regeni, sostenendo che il suo caso non può essere chiuso per stanchezza, per i costi o per convenienza politica. È di fatto una vittoria umana prima ancora che giuridica. 

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