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Attentato a Sigfrido Ranucci, il Riesame decide sul destino dei presunti esecutori

I difensori chiedono l’annullamento della custodia cautelare e contestano l’aggravante del metodo mafioso. La Procura sostiene che il commando avrebbe agito su mandato dell’imprenditore Valter Lavitola per un compenso compreso tra 5 e 10 mila euro

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Si svolge questa mattina davanti al Tribunale del Riesame di Roma l’udienza che potrebbe rappresentare un passaggio decisivo nell’inchiesta sull’attentato contro il giornalista e conduttore di Report, Sigfrido Ranucci. I giudici sono chiamati a valutare il ricorso presentato dai quattro indagati ritenuti gli esecutori materiali dell’attacco avvenuto il 16 ottobre 2025 davanti all’abitazione del giornalista, a Pomezia.

La decisione non arriverà nell’immediato. Come avviene di prassi, il collegio si è riservato di decidere e il verdetto è atteso nei prossimi giorni. Al centro dell’udienza vi sono le richieste avanzate dai difensori, gli avvocati Antonio Falconieri e Generoso Pagliarulo, che hanno sollecitato l’annullamento delle misure cautelari, o in subordine la concessione degli arresti domiciliari per gli assistiti. La difesa punta inoltre a ottenere una revisione dell’impianto accusatorio, contestando in particolare la sussistenza dell’aggravante del metodo mafioso.

I 4 indagati dell’attentato a Ranucci

Secondo la ricostruzione della Procura di Roma, i quattro indagati avrebbero costituito il gruppo incaricato di collocare e far esplodere l’ordigno davanti all’abitazione del conduttore della trasmissione d’inchiesta della Rai. Gli investigatori ritengono che l’azione non sia stata un’iniziativa autonoma, ma un attentato commissionato dall’imprenditore Valter Lavitola, che avrebbe incaricato il proprio collaboratore Gomes Clesio Tavares di reclutare gli esecutori materiali. Per portare a termine l’operazione sarebbe stato pattuito un compenso compreso tra i 5 mila e i 10 mila euro.

Dal 30 giugno scorso sono detenuti in carcere Antonio Passariello, Pellegrino D’Avino e Saverio Mutone, mentre Marika De Filippi, compagna di D’Avino, si trova agli arresti domiciliari. Per tutti le accuse sono particolarmente gravi e comprendono, secondo l’impostazione della Procura, l’associazione per delinquere aggravata dal metodo mafioso. Proprio quest’ultimo aspetto rappresenta uno dei punti centrali del confronto tra accusa e difesa.

I legali sostengono infatti che gli elementi raccolti non siano sufficienti a configurare il ricorso al metodo mafioso, circostanza che inciderebbe in maniera significativa sulla gravità delle contestazioni e sulla valutazione delle esigenze cautelari. L’inchiesta continua intanto a seguire due binari paralleli: da un lato la posizione dei presunti esecutori materiali dell’attentato, dall’altro quella dei presunti mandanti e organizzatori.

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