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Groenlandia, le quattro strategie dall’Europa per salvarla da Trump

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(Adnkronos) – Ora che Donald Trump parla con toni sempre più decisi della possibile acquisizione della Groenlandia – senza escludere l’uso della forza – le sue minacce non sono più considerate semplici provocazioni retoriche a Bruxelles e tra i governi europei. Governi, diplomatici ed esperti stanno già studiando possibili contromisure per dissuadere Washington, valutando una gamma di opzioni che vanno dal compromesso negoziato alle ritorsioni economiche, fino all’eventuale presenza militare europea sul territorio. Politico ha raccolto le valutazioni di funzionari e insider della Nato, delineando quattro possibili linee di azione. 

 

La via più rapida per disinnescare la crisi, secondo diversi interlocutori europei, sarebbe un accordo che consenta a Trump di rivendicare un successo politico salvando al contempo la faccia a Danimarca e Groenlandia. Il presidente statunitense considera l’isola cruciale per la sicurezza nazionale e accusa Copenaghen di non proteggerla adeguatamente dalle attività russe e cinesi nell’Artico. Si valuta un ruolo di mediazione della Nato, nonché un rafforzamento della presenza militare alleata nella regione – con esercitazioni, maggiori investimenti e un possibile meccanismo tipo “Sentinella dell’Artico” – per rassicurare Washington e rispondere alle richieste statunitensi in materia di sicurezza. 

 

La Casa Bianca ha sostenuto i movimenti indipendentisti groenlandesi promettendo ingenti investimenti statunitensi in caso di secessione dalla Danimarca. L’Unione Europea e Copenaghen puntano invece su un’offerta alternativa: un incremento significativo del sostegno economico diretto all’isola per dissuaderla da un avvicinamento a Washington. Nei piani di bilancio a lungo termine, Bruxelles intende “più che raddoppiare” i fondi destinati alla Groenlandia, con risorse per welfare, sanità, istruzione, transizione verde e sviluppo dell’estrazione di materie prime, così da rendere più competitivo il modello europeo rispetto alla promessa statunitense di una “pioggia di dollari”. 

 

Nel caso in cui Trump procedesse con misure coercitive, l’Ue potrebbe reagire sul piano commerciale. Lo strumento anti-coercizione – creato dopo la prima amministrazione Trump – consentirebbe a Bruxelles di rispondere a pratiche discriminatorie con contromisure mirate. Con esportazioni europee verso gli Stati Uniti superiori a 600 miliardi di euro l’anno, la capacità di pressione del blocco europeo è rilevante, purché Washington giudichi credibile la minaccia. Resta tuttavia il dubbio sulla reale volontà politica dell’Unione di farne uso dopo i rinvii del passato. 

 

Se gli Stati Uniti optassero per un’azione militare in Groenlandia, i margini di manovra europei si ridurrebbero sensibilmente. In caso di operazioni limitate, le autorità danesi potrebbero tentare interventi di polizia; un’invasione su larga scala, invece, aprirebbe scenari molto più critici. Un ordine permanente del 1952 obbligherebbe la Danimarca a reagire militarmente in caso di attacco al proprio territorio, e alcuni diplomatici europei ipotizzano l’invio di truppe alleate a sostegno di Copenaghen come deterrente. Una presenza militare europea fungerebbe da “tripwire” (“filo d’innesco”), aumentando il costo politico di un’azione statunitense, ma comporterebbe rischi elevati e la concreta possibilità di vittime. 

 

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