Italia, ricorda chi eravamo. Mancini a caccia del pallone perduto

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Gli Azzurri fra débâcle e incertezze: tra “giochisti” e catenaccio, come tornare nell’Olimpo del calcio? 

Cosa è successo all’Italia? Questa è la domanda che in tanti si pongono. La realtà, scomoda ma pur sempre tale, è che l’Italia non si è persa ieri, non è stato Gundogan con le sue geometrie, Müller con la sua esperienza, nemmeno con Werner con la sua ritrovata vena realizzativa. Il problema è che questa squadra, la nostra Nazionale, non riconosce più se stessa. 

Chiaramente l’Europeo del 2020, alla fine 2021 causa Covid, ha illuso un po’ tutti: non ci prendiamo in giro, pensavamo che lo spirito italiano, prettamente difensivo e “contropiedista”, fosse tornato per regalarci sogni e soddisfazioni sportive. È accaduto, sia chiaro, nessuno lo mette in dubbio, come non ricordare del resto le serate contro il Belgio, la sofferenza, poi divenuta gioia, con la Spagna ed il pragmatismo, poi trasformato in estasi, di Wembley. Allora la domanda è: cosa manca a questa squadra per essere quella delle notti europee itineranti, quella che ha riportato un trofeo europeo in Italia, strappandolo alla strafavorita Inghilterra? 

Per rispondere a tale quesito ci vorrebbero ore e ore, analisi e confronti di lunga durata. Ma per farla più semplice, perché proprio la semplicità è la virtù che dovremmo ritrovare, ci manca l’identità. Quando si parla di questa virtù come non pensare a Chiellini e Bonucci? Gli eroi di Wembley e dell’intero percorso europeo, quelli che a fine torneo hanno festeggiato mangiando pasta asciutta e consigliando agli avversari, tutti spocchiosi all’inizio delle partite ma sconfitti alla fine,  di mangiarne tanta per raggiungere il livello calcistico, ma soprattutto in termini di mentalità, dell’Italia. 

La necessità, impellente, del nostro calcio è sicuramente quella di ritornare a fare cose semplici. Ci stiamo perdendo troppo dietro alle chiacchiere dei “giochisti”, quelli che vorrebbero portieri con piedi fatati e costruzioni dal basso forzate e pericolose. Ci stiamo illudendo che le culture, in questo caso sportive, possano mischiarsi. Un po’ come se oggi fossimo diventati tutti spagnoli, amanti del tiki-taka di Guardiola e soci, come se tutti potessero riproporre quello stile di gioco senza perdere le proprie abitudini. Voi chiedereste mai ad un inglese di fare colazione con cornetto e cappuccino? Chiedereste loro di smetterla con le uova ed il bacon alla mattina? Non credo. Allora, chiedo io questa volta, perché dobbiamo cambiare il nostro modo di fare calcio e approcciarci a esso? Non siamo noi quelli che hanno letteralmente inventato uno stile di difendere tutto nostro? Dove sono i nostri difensori, quelli brutti, sporchi, coi piedi ruvidi, ma che non si farebbero saltare neanche morti? E dove sono i nostri fantasisti? Perché sì, il calcio italiano ha sempre prodotto campioni di classe e qualità, dove sono i Totti, i Del Piero, i Baggio, i Rivera, gli Antognoni? Campioni che col loro talento, unito a caratteri d’acciaio, trascinavano gruppi di calciatori alla vittoria, illuminando partite e palati fini. 

La partita di ieri ci mostra un dato preoccupante. Una squadra incapace di mettere qualità, del resto Chiesa all’Europeo ha dimostrato di essere l’unico vero talento sopraffino, incapace di difendere e far valere le sue doti principali. Prendiamo ad esempio le prestazioni, tracciandone un profilo sportivo generale, di Mancini, Calabria e Bastoni. Calciatori che dentro l’area, il difensore nerazzurro bisogna sottolineare di come non fosse al meglio, non sono stati capaci di marcare i propri avversari, regalando loro spazi e libertà che a certi livelli risultano fatali. Può una Nazionale come l’Italia, patria calcistica di campioni, mentalità vincente e grandi storie, ridursi in questo modo? Costretta al divano in due edizioni consecutive dei Mondiali, incapace di vincere una partita playoff in uno stadio gremito, favorita dal sorteggio e dall’Europeo vinto pochi mesi prima. 

Una conclusione su Gnonto, nulla contro il ragazzo, tra l’altro autore di una delle due reti della bandiera. La sensazione, poi qualcuno potrà smentirci senza alcun problema, è che questo Paese, sistema sportivo e calcistico nella fattispecie, siano alla ricerca di fiabe con cui costruire grandi storie e racconti. Il consiglio, non richiesto ma pur sempre sincero, è quello di smetterla con le frasi ad effetto, le decisioni “forti”, prese tanto per fare qualcosa, basta con gli slogan del tipo “più spazio ai giovani”. I cosiddetti giovani, lo spazio in una Prima Squadra di Serie A, devono meritarlo, soffrendo in campo, imparando a vincere e perdere allo stesso tempo, migliorando le proprie prestazioni e le proprie capacità giorno dopo giorno, attraverso il duro lavoro, col sacrificio e con l’umiltà, quella che a tanti calciatori, specie se giovani, manca. Meno appariscenza, meno richieste di adeguamenti contrattuali dopo le prime prestazioni fatte bene per una sponda, quella dei calciatori, più coraggio, meno slogan vuoti e sfruttamento dei vivai come “carne da plusvalenze” da parte delle società sportive. 

Arriverà il momento, prima o poi, in cui l’Italia tornerà ad essere rispettata e vincente nel panorama calcistico internazionale. Quella di Euro 2020 è stata, purtroppo, una vittoria quasi casuale, sulla quale non si è aperto un ciclo, basti pensare all’esclusione dal Mondiale pochi mesi dopo. Ma ci si è cullati. 

Basta poco, seppur non sembra, per rimettere in piedi un movimento calcistico che annaspa e rischia di affondare, basterebbe veramente una piccola spinta, ricordare a noi stessi, in primis, che se c’è una patria del pallone, quella siamo proprio noi. Recuperare quella mentalità di duro lavoro, esigenza quasi estrema e ricerca di qualità sopraffina nei calciatori, una mentalità legata allo stesso tempo al sano pragmatismo tattico che ci ha sempre contraddistinto come campionato, è un imperativo. La riscoperta della tradizione calcistica nostrana, il calcio dei Dario Hubner e Riccardo Zampagna, dei Ciccio Cozza e dei Fabrizio Miccoli, calciatori di livello assoluto sempre rimasti ai margini della Nazionale, tanta era la qualità a disposizione, rappresenta la via più veloce ed efficiente per il ritorno alla vittoria.

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