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Il calcio saluta Lucescu, l’uomo che insegnava a vivere

Dalla Romania all’Italia, passando per Ucraina e Turchia: scompare a 80 anni uno degli allenatori più influenti del panorama internazionale

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Se n’è andato come ha vissuto: su un campo di calcio.Mircea Lucescu si è spento a 80 annidopo un malore accusato al termine di una partita alla guida della Romania. Un epilogo che racconta meglio di qualsiasi parola la dedizione assoluta di un uomo che ha fatto del calcio la propria casa, senza mai riconoscere confini.

Chi era Lucescu

Rumeno di nascita, ma cittadino del mondo per vocazione, Lucescu non è mai stato davvero uno “straniero”, soprattutto in Italia. Qui arrivò nel 1990, nell’anno delle “notti magiche”, iniziando un percorso che lo avrebbe portato sulle panchine di Pisa, Brescia, Reggiana e Inter. Esperienze diverse, ma sempre segnate da intelligenza, eleganza e profondità umana.

La sua carriera è stata lunghissima e ricca di successi:8 titoli da calciatore e ben 37 da allenatore, numeri che lo collocano tra i tecnici più vincenti della storia, dietro solo a mostri sacri come Alex Ferguson e Pep Guardiola. Ma ridurre Lucescu ai trofei sarebbe limitante.

Il calcio come disciplina

Poliglotta, curioso, profondamente colto, parlava sei lingue e insegnava calcio come disciplina totale. Non solo tattica e tecnica, ma anche educazione, cultura, crescita personale. Invitava i suoi giocatori a leggere, studiare, andare a teatro. Allenava atleti, ma soprattutto formava uomini.

La sua vita non è stata priva di ostacoli: un primo infarto nel 2009, un grave incidente nel 2012, le tensioni vissute in Ucraina durante gli anni alla Dinamo Kiev. Eppure, ogni volta è tornato in panchina, guidato da una passione incrollabile.

L’ultimo gesto d’amore: la panchina della Romania

Nel 2024, richiamato dalla sua Romania, aveva accettato ancora una volta la sfida, nonostante la salute precaria. Un gesto che racconta il senso del dovere e l’amore per il proprio Paese. L’ultima partita, l’ultimo sforzo, poi il destino.

Lucescu lascia un’eredità immensa, fatta di idee, valori e rispetto. In Italia, come altrove, non sarà ricordato solo come un grande allenatore, ma come un uomo capace di lasciare qualcosa ovunque sia passato. Un vero signore del calcio.

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