Ha lasciato Roma giovanissimo per inseguire un sogno che in Italia sembrava irrealizzabile.A Berlino, capitale europea della club culture,Valerio Polaniè riuscito a trasformare la passione per la musica elettronica in una carriera internazionale. Oggiguida la sua agenzia di booking, Zenith Bookings, e ci racconta cosa significa costruire un futuro artistico all’estero e cosa manca ancora al nostro Paese per riconoscere l’arte come una professione.

Ciao Valerio, come stai? Per rompere il ghiaccio: com’è la vita a Berlino? Il freddo ti mantiene giovane?
Leggi Anche
Sto bene. Il freddo… forse sì, mi mantiene giovane (ride). Anche se devo dire che non fa più così freddo come quando mi sono trasferito qui, nel 2013. Il vero problema, più che le temperature, è la mancanza di luce: a quella non ci si abitua mai. Appena si può si cerca di ricaricarsi, prendere un po’ di sole, fare scorta di vitamina D. Poi certo, il clima non è dei migliori, soprattutto se sei nato a Roma, o in Italia in generale; quindi, magari chiedi alla persona sbagliata (sorride). Alla fine, però, dopo 13 anni, non potrei dire che non sto bene qui. Ovviamente ogni tanto mi lamento come tutti, ma lo faccio quasi per rendere tutto un po’ più frizzante. Forse in fondo siamo tutti un po’ ibernati e non ce ne accorgiamo, e questo paradossalmente ci mantiene giovani.
Sei cresciuto a Roma e ti sei appassionato prestissimo alla musica elettronica. Cosa ti ha spinto a trasferirti definitivamente a Berlino?
Mi sono avvicinato seriamente alla musica elettronica tra i 18 e i 20 anni, da clubber più che da professionista. Non lo vedevo come un lavoro, ma come un modo per stare in una community e condividere momenti. La spinta per Berlino arrivò quasi per caso, complice il filmBerlin Calling: volevo capire se quella realtà esistesse davvero. Venni per pochi giorni e rimasi colpito dal senso di libertà. A Berlino la gente si esprimeva senza vergogna, senza paura di essere giudicata. Era un’energia che mi conquistò e che col tempo ho capito essere il vero motivo per cui mi sono innamorato della città.
In quel periodo viaggiavo molto, quasi un viaggio al mese, ma Berlino mi rimase addosso. Doveva essere un’esperienza di pochi mesi… sono passati anni, forse pure troppi (sorride). Insomma,Berlin Callingmi ha chiamato davvero, e finché chiama, rispondiamo.
Dal tuo punto di vista, cosa manca a Roma per trasformare una passione come la musica elettronica in un vero lavoro?
Non direi che sia impossibile, perché ci sono realtà e persone che ce l’hanno fatta. Negli anni ’90 Roma era una capitale della techno, anche se con mezzi diversi da oggi. Io purtroppo ero troppo piccolo per viverla, ma conosco chi ne ha fatto parte.
Il problema non è il talento, che c’è, ma l’ecosistema. Manca una struttura che sostenga il settore e, soprattutto, un dialogo con le istituzioni. In Italia l’arte viene vista ancora come un lusso, non come una professione. Il clubbing è spesso demonizzato, come se fossimo rimasti al Medioevo.
In altri Paesi (Berlino, Londra, Amsterdam) la musica elettronica è riconosciuta come movimento culturale e persino sostenuta con fondi e agevolazioni. In Italia invece è molto più difficile, anche se c’è chi resiste e porta avanti la scena.
Hai fondato Zenith Bookings: perché questo nome e cosa distingue la tua agenzia dalle altre?

“Zenith” deriva dall’arabosamt(“direzione, cammino”) e in astronomia indica il punto più alto nel cielo. Mi piaceva l’idea di non accontentarsi mai, di continuare a crescere. Per me Zenith non è un’agenzia che “vende artisti”, ma un percorso costruito insieme a loro. Mi interessa dare spazio a chi ha un’identità forte, non a chi segue le mode. Non lavoriamo sulla quantità, ma sulla cura e sull’intenzione.
Dal punto di vista burocratico, la Germania facilita i giovani freelance nel campo artistico?
Direi di sì. Non è tutto semplicissimo, ma qui la mentalità è diversa: il lavoro creativo è considerato un lavoro vero. Aprire la partita IVA è più chiaro, hai strumenti che ti permettono di muoverti meglio e soprattutto nessuno ti guarda storto se dici che lavori nella musica. Anzi, è un settore rispettato, parte integrante della cultura della città.
E a livello di tasse, quanto cambia rispetto all’Italia?
Le tasse qui non sono basse, anzi, paghi molto. Ma la differenza è che in cambio hai servizi: sanità funzionante, contributi, assicurazioni. In Italia spesso paghi tanto senza avere la stessa percezione di tutela. Certo, anche in Germania la burocrazia è complessa, ci sono regole e cavilli. Ma almeno c’è una logica: se segui le regole, ti muovi.
Se potessi tornare indietro, resteresti in Italia?
No. Magari avrei avuto una vita più comoda, con famiglia e amici vicini, ma professionalmente non avrei avuto le stesse opportunità. Berlino mi ha fatto crescere e mi ha messo davanti a sfide che in Italia non avrei incontrato.
Ogni tanto penso al ritorno, perché gli affetti mancano sempre di più. E c’è quella voglia di sentire le voci con il tuo stesso accento, le battute in romano, o anche solo mangiare un supplì (ride). Però la vita è un percorso e per ora Berlino resta il posto giusto per andare avanti.
Come vivi il distacco dall’Italia?
All’inizio è stato difficile. Ma vivere all’estero non significa tradire le proprie radici: significa arricchirle. Ti fa apprezzare l’Italia da un lato e vederne i limiti dall’altro. Il distacco resta sempre a metà: ti mancano affetti e abitudini, ma sei stimolato dalla realtà che vivi. Il difetto più grande che mi ha spinto a partire è stata la mancanza di meritocrazia e l’idea che in Italia, se non segui percorsi tradizionali, devi giustificarti. È un Paese fermo, che offre poco ai giovani. Ogni volta che torno me ne ricordo.
Secondo te l’Italia riconoscerà mai l’arte come professione, e non solo come hobby?
Lo spero. Ma credo ci vorrà tempo. L’arte è ancora percepita come un lusso, quando invece dovrebbe essere al centro: è parte della nostra identità. È paradossale che un Paese con uno dei patrimoni culturali più grandi al mondo non riesca a valorizzare il presente. Detto questo, le nuove generazioni hanno un’energia diversa, vogliono cambiare. Forse non subito, ma prima o poi ci sarà una svolta.
© Riproduzione riservata













